venerdì 28 maggio 2010

Reportage alla rovescia: viaggio dentro il giornalismo italiano


"Non era il caso di pensare, né di provare dei sentimenti. Lucy smise di cercare di capire sé stessa, e si unì alle vaste schiere degli ottenebrati, che non seguono né il cuore né il cervello, e marciano verso il loro destino sotto l’insegna di una parola d’ordine. Queste schiere sono gremite di persone caritatevoli e pie, che però si sono arrese all’unico nemico che conta veramente – il nemico interiore. Hanno peccato contro la passione e la verità, e ogni loro affannosa rincorsa di una verità sarà vana. Col passare degli anni, diventano oggetto di critiche. La loro carità e la loro pietà mostrano delle crepe, il loro acume diventa cinismo, la loro generosità ipocrisia; dovunque vadano non producono che malessere. Hanno peccato contro Eros e contro Pallade Atena, e non sarà grazie a un intervento celeste, bensì grazie al normale corso della natura che quelle divinità alleate otterranno vendetta."

Edward Morgan Forster





La parola passione deriva dal latino passio, forte commozione dell'animo. E' un'emozione violenta che domina la volontà di chi la prova. Passione è il trasporto totale per un'idea, è un impegno spontaneo, è un interesse profondo. Un amore incontrollabile. E' una vocazione che ci spinge verso qualcosa facendoci prendere posizione nel mondo: tanto rara quanto riconoscibile, salta all'occhio al primo sguardo. Passione è colei che mi fa decidere cosa volere, cosa cercare di realizzare. Passione è colei che mi ha fatto lasciare con dolore indicibile la mia famiglia e la mia terra, per aggiungere un piccolo tassello al puzzle culturale di questo Paese. Colei che mi ha portata di peso a documentare tragedie collettive come quella de L'Aquila e della provincia di Messina, per dare voce ai terremotati e agli alluvionati, agli immigrati e ai senzatetto, alle vittime dei poteri forti e ai cittadini che perdono il diritto di gridare.
Passione è colei che insieme a me fa fare sacrifici ad altre migliaia di giovani che si vogliono ricostruire il futuro con le proprie mani, solo con le proprie forze e senza raccomandazioni.

L'avevo osservata nei miei sogni per anni, quella redazione. L'avevo immaginata così intensamente e nei minimi dettagli che quando ci sono entrata per la prima volta mi era sembrata l'ennesima e ogni scrivania, ogni sedia e ogni finestra sembrava appartenere alla mia storia. Una storia che era cominciata alle lezioni universitarie per matricole, tra le pagine di una rivista speciale che è entrata nei cuori di almeno due generazioni di italiani motivati a capire il mondo per cambiarlo.
Lo sanno tutti: sono questi i giornali che spruzzano un po' di sale democratico nel logorato dibattito culturale italiano; sono i giornali a cui gli italiani si abbonano con entusiasmo, i giornali a cui le persone ancora pensanti scampate al morbo televisivo si aggrappano per tenere sveglie le connessioni nervose dentro al loro cranio. Sono i giornali che lentamente hanno sostituito in umanità e curiosità le sinistre, ereditandone il ruolo di portavoce dei popoli e dei deboli del mondo. Sono quei giornali in cui migliaia di miei coetanei sono disposti a lavorare gratis, a fare carte false per entrare anche solo a respirare l'aria che vi circola dentro. Sono stata anch'io tra questi, e ho criticato aspramente chi, già dall'altra parte, mancava di entusiasmo per ciò che era riuscito ad ottenere. Con una laurea in giornalismo, tre lingue straniere e un bel po' di pubblicazioni, decine di curricula in cinque anni sono stati cestinati senza ricevere risposta (archiviati, come preferisce dire la segretaria di redazione, ma è lo stesso). Dopo cinque anni di appelli caduti nel vuoto non mi sono arresa e ho provato a passare dalla porta posteriore, scrivendo direttamente al direttore con i cui editoriali sono cresciuta. E ce l'ho fatta.

Lo sanno tutti: sono queste le redazioni più importanti del Paese, dove si decide ogni mattina l'agenda setting e il grado di partecipazione e indignazione che dobbiamo mettere nella vita. Quello che forse non tutti sanno è che queste redazioni spesso sono piene di intellettuali snob da quattro soldi e radical chic che non hanno idea di cosa sia la condivisione, la modestia, l'impegno, l'innovazione. Piene di uomini e di donne (con le dovute poche eccezioni) che nel percorso della loro vita si sono dimenticati che la passione è rara e riconoscibile, e che salta all'occhio al primo sguardo. Forse non tutti sanno che uno stagista che lavora per mesi gratis o semi-gratis nelle redazioni importanti delle nostre edicole è un fantasma senza identità, che siede accanto a redattori che non sono interessati a conoscerlo né a sfruttare le sue potenzialità. E' un fantasma che non occorre guardare in faccia né coinvolgere più dello stretto necessario perché svolga il piccolo degradante compito che gli si assegna rispetto agli obiettivi generali del giornale. Un fantasma che impallidisce ogni giorno di più nel vedere che gli vengono corrette alcune cose giuste con spocchia e superficialità, e che altri commettono errori che non vengono controllati. Forse non tutti sanno che i collaboratori esterni di questi giornali, che accumulano mille lavori da casa per racimolare i soldi per una stanza in affitto, guadagnano mezzo centesimo a battuta e devono consegnare tutto in tempi record.

Si tratta di luoghi di cultura che si accartocciano su se stessi nella costante ricerca di altezzosa autorevolezza. A dispetto dei nuovi luoghi di condivisione orizzontale della cultura e dei nuovi metodi di finanziamento dal basso dei processi giornalistici, in queste redazioni il prestigio è verticale e segue la linea del triangolo sulla cui punta, tenuto in gran conto, siede il direttore (che nel migliore dei casi non si degna di stringere la mano o di interessarsi a conoscere i nuovi arrivati; nel peggiore, fa loro delle strigliate preventive appena solca la porta d'ingresso). Sono uffici più simili a una catena di montaggio che a una squadra: imitano gli ideali della sinistra rivoluzionaria solo nella forma ovale del grande tavolo nella sala riunioni e nelle posizioni scomode che tutti i redattori sono costretti ad assumere per non addormentarsi durante i monologhi del capo.
Lo sanno tutti che sono questi i giornali che rendono l'Italia un paese migliore. Ma ho scoperto che sono molti i giovani che hanno captato la loro matrice autoreferenziale e che si allontanano sempre di più da queste lavatrici di passione a gettoni, che risucchiano chiunque ci passi vicino privandolo della capacità di guardarsi allo specchio. Sono giornali che piantano alberi in Africa per salvare il pianeta ma che sprecano quantità enormi di carta per stampare da internet gli articoli sull'argomento di cui si deve scrivere. Sono giornali che sostengono a parole le vittime dei conflitti ma non si rendono conto del trattamento che riservano agli aspiranti giornalisti e alla violenza psicologica a cui li sottopongono per mancanza di umanità e gratificazione, rimproverandoli se propongono un qualche passo verso l'apertura al web 2.0 e ai social networks. Dinosauri della carta, mastodonti della chiusura. Sono giornali che si dicono impegnati nell'innalzamento del livello culturale del proprio Paese, ma che boicottano le altre iniziative con aggressività e spietatezza (altre riviste o manifestazioni).

Un mio amico reporter mi ha detto: "Beh, non lo sapevi che è così?" ed è stato allora che ho capito. E' così che funziona l'ambiente culturale in Italia. E' così che artisti, scrittori, giornalisti e intellettuali si stanno ancora una volta rivelando in tutta la loro natura snob e stanno deteriorando, con testa alta e gobba sui libri, il rapporto con la realtà, con la gente, con i valori originari della condivisione. E' così che la cultura vera in Italia - quella autentica che si deve contrapporre alla cultura vuota della tv - è diventata profondamente e irrimediabilmente antipatica.
Non c'è da sorprendersi se poi, in una ribellione di massa agli smorfiosi, gli italiani votano un pagliaccio dal dubbio umorismo.



domenica 9 maggio 2010

Reportage Senegal #10: ed è all’oceano che tutto ritorna


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Noi costruiremo delle città senza case e senza vie / senza prigioni e senza odio /
dove verranno a dormire uomini senza nome e senza titoli

Armadou Lamine Sall




Fino al 1904 capitale del Senegal, Saint-Louis fu scoperta e battezzata dai colonizzatori francesi a metà del Seicento, ma il nome originale in lingua wolof è Ndar. Si trova al limite nord del Paese, a 250 km da Dakar e proprio al confine con la Mauritania. In realtà si tratta di una vera e propria isola, perché ha una struttura a banchine ed è situata proprio su un’isoletta tra due foci del fiume Senegal – per questo dal 2000 è patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.




Caotica e multicolore, Ndar vive la sua quotidianità con estrema e intensa semplicità, tra le piroghe dei pescatori tutte dipinte con i colori primari, le vesti delle loro splendide mogli e i banchetti dove si vende il pescato, appena oltre il ponte che unisce le due rive. I bambini in età scolare frequentano scuole in cui sono molto seguiti e durante i giorni di festa, quando le scuole elementari interrompono le loro attività, passano le mattinate all’interno della scuola coranica, dove i più piccoli stanno ammassati per terra su un grande tappeto a imparare la fede da un giovane serio e assennato.



Camminare tra le sabbiose vie del quartiere popolare dei pescatori è un’esperienza che va al di là del semplice muovere le gambe alternando i passi, al di là del semplice voltarsi di qua e di là alla risata di un bambino o al verso di una capra. Se ci si addentra nel fitto labirinto di stradine e cortili, case e spiazzi, moschee e mercatini, sembra impossibile poter tornare indietro. Le strade sono tappezzate ai lati da interminabili file di lenzuola dalle mille tinte e sfumature, perché le donne che fanno il bucato in secchi all’aperto, tra i passanti, non avrebbero posto per stenderli in casa. I grovigli di bambini sembrano moltiplicarsi ad ogni angolo e così anche gli animali addomesticati, soprattutto pecore, capre e tacchini, ma anche cavalli da calesse e qualche pellicano, che i bimbi più coraggiosi si divertono a stuzzicare.



È tutto un vociare di anziane signore che contrattano il prezzo dei loro pesci, tutti buttati per terra sotto i loro piedi, e che un po’ spettegolano, un po’ si lamentano. È tutto un pullulare di ragazzi che tornano dalle battute di pesca notturna e di ragazze che mettono i vestiti migliori per attirare la loro attenzione: un marito pescatore assicura un certo avvenire di benessere e ricchezza perché, nelle acque del Senegal, il pesce di certo non manca.



Finchè poi, dietro tetti di lamiera e foglie, dietro banchi immensi di pesce essiccato al sole e salato a mano in superficie, la spiaggia. Bagnata dall’acqua blu cristallo del mare senegalese, nasconde tutto un mondo al suo procedere bianca e umida. Le bambine vi si siedono con la sorprendente grazia che le contraddistingue e giocano con la sua sabbia, i bambini vi intraprendono incontri di lotta pieni di competizione e affetto, solarità e precisione.

Tengo in bocca il sapore caldo e dolce del kinkeliba e con uno sguardo all’orizzonte, così fresco e propiziatorio, saluto il Senegal. In questo luogo, crocevia di culture e sorti e sogni, c’è l’unico cimitero al mondo in cui i morti musulmani e cristiani riposano insieme in pace.
Ed è all’oceano che tutto ritorna. Bachikanam.




fotografie e testo di Valeria Gentile


sabato 8 maggio 2010

Reportage Senegal #9: tre giorni folli di korà e sabar



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Mi ha detto lo stregone dagli occhi di brace / il mio Dio è nero /
il suo trono è nascosto laggiù / negli abissi della mia Africa

Mamadou Traore Diop




Badara ha più di sessant’anni e ha fatto la guerra. Ha vissuto sulla propria pelle i quindici anni della guerra civile libanese ed è ancora sano e forte, gentile e premuroso come un leone della Teranga. Oggi indossa il suo vestito più bello perché Fatou, la sua figlia più piccola, si sposa stasera. Una grande vacca è fuori sulla via, legata ad un albero in attesa di essere cucinata per gli invitati alla grande festa, e già i ragazzi addetti al taglio delle verdure sono all’opera nel retro del cortile.

Il matrimonio - di solito celebrato tra due giovani innamorati, raramente tra una donna povera e un uomo benestante - è la tappa più importante nella vita dei senegalesi e ne segna un momento cruciale sia per la maturità sociale che per l’affermazione personale. I festeggiamenti durano dai tre giorni alle due settimane a seconda delle possibilità economiche e in occasione di essi tutti i parenti lontani si mettono in viaggio e vanno a casa della sposa e dello sposo, che capeggiano due feste completamente diverse e divise, ognuno con i propri familiari.


La sposa e suo padre, Thiés


La celebrazione vera e propria viene fatta dai parenti maschi che si recano alla Moschea, dove si va a fare la domanda di matrimonio e a firmare il contratto al posto degli sposi. Durante la “stipulazione” del matrimonio si deve decidere anche il tipo di legame, cioè se monogamico o poligamico: in caso di bigamia dopo una scelta monogamica, il secondo matrimonio viene annullato e l’uomo rischia dai sei mesi ai tre anni di carcere e una multa tra i 20.000 e i 300.000 CFA (1€ vale circa 655 CFA). In caso di scelta poligamica, invece, lo sposo può, nel corso della sua vita, decidere di tenere una sola moglie o di averne fino a un massimo di quattro. Di solito però, un uomo già sposato mette la moglie davanti al fatto compiuto di averne sposata un’altra, altrimenti la prima moglie farà di tutto per impedirglielo.

Fatou e Mandau hanno entrambi venticinque anni, sono molto innamorati e hanno deciso insieme per la monogamia. Non si vedranno per tutta la durata dei festeggiamenti e poi, l’ultimo giorno, lei lascerà la casa dei suoi genitori e si trasferirà a casa di lui, come prevede la tradizione. Ma fino ad allora dovrà stare nel cortile di casa tempestato di sedie ad ogni centimetro quadrato, su cui centinaia di donne che non ha mai visto le stanno vicine come fossero mamme. Una donna di casa molto vicina a lei la accompagna a fare le presentazioni, elencando nomi e parentele, soprannomi diversissimi dai nomi originali e prole. Lei deve ascoltarli e ricordarli tutti, memorizzando anche i rispettivi visi.




La sposa ha passato tutto il giorno precedente dalla parrucchiera, una stilista del capello degna di un architetto futurista, e indossa uno dei suoi meravigliosi abiti da sposa: ne cambierà uno ad ogni apparizione in casa, e così anche le acconciature delle trecce. È emozionantissima e l’espressione sul suo viso è tesa e insofferente allo stesso tempo, perché sa che da quel momento tutta la sua vita, le sue abitudini e le sue amicizie cambieranno. La mattina dopo la prima notte di nozze, inoltre, quando i due avranno consumato il loro amore, è usanza che le persone del vicinato vadano a controllare le lenzuola per assicurarsi che la ragazza fosse vergine. In caso contrario, cioè se il lenzuolo non è macchiato di sangue, nessuno rispetterà più la ragazza e la sua reputazione ne risentirà per sempre.

Ogni passo della sposa nel quartiere, dove continuano i pranzi condivisi e le danze, è accompagnato dal griot, il cantastorie tradizionale senegalese. La korà è il loro strumento tradizionale a 21 corde, la cui sonorità si situa tra quella dell'arpa e quella della chitarra, secondo il modo in cui si pizzicano le corde: la cassa di risonanza è composta da mezza zucca, che ha un manico su cui vengono tese le corde su due file parallele.

I griots, che ancora si trasmettono la musica oralmente, di padre in figlio, un tempo erano i consiglieri del re e conservavano la "costituzione del regno con il solo lavoro della loro memoria": ogni famiglia principesca aveva il suo griot, incaricato di conservarne la tradizione e le gesta.

Tutta la notte, sotto la luce magica della luna e con la musica dei percussionisti, le abilissime danzatrici di sabar a piedi nudi fanno dei loro corpi l’augurio più forte per Fatou e il suo amato…





fotografie e testo di Valeria Gentile


venerdì 7 maggio 2010

Reportage Senegal #8: mio fratello, il nuovo tubab


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Saresti tu un giorno questa fresca terra / nutrita dai semi delle nuove stirpi / che accompagnerà per sempre la notte purificata / delle glorie fiammeggianti?

Alioune Badara Beye




Malick Kaire ha quarant’anni e da dodici vive a Bologna, dove insegna musica nelle scuole elementari e si esibisce in spettacoli serali con i tamburi djembe insieme ai suoi amici. Nato e cresciuto a Thiés, aveva perso i genitori quando era molto piccolo ed era stato cresciuto da uno dei suoi moltissimi fratelli maggiori e da sua moglie. Poi si era innamorato di Adja, una donna bellissima. Le aveva giurato amore eterno ma un giorno, dopo anni passati insieme, lei aveva conosciuto un altro uomo, dicendogli che era migliore di lui e che voleva sposarlo. Fu una partenza sofferta quella di Malick, un esilio del cuore, e da allora non è più tornato.

Ha una fronte spaziosa e un fisico asciutto, un animo buono e un nome che è profezia della sua esistenza: il nome di suo nonno, che è stato il fondatore dell’omonima scuola elementare nella zona nord di Thiès, non lontana dalla piazza principale. La stessa in cui da bambino andava Malick, oggi è frequentata da circa ottocento bambini, divisi in 12 classi da circa 70 alunni ciascuna, molte più bambine che bambini. Da Bologna riceve ogni anno gli aiuti economici che Malick raccoglie grazie ai suoi spettacoli musicali: è così che gli insegnanti possono comprare le penne e i quaderni per tutti i bambini, i libri e i gessetti per la lavagna. È così che si è potuto costruire un cancello che dà sulla strada per la sicurezza dei bambini, assumere un guardiano che dorma all’interno della scuola, alzare le mura di cinta e riparare qualche tetto rotto.



I bambini del quartiere nord di Thiés vanno a gruppi di quattro o cinque, a seconda dei bambini in età scolare che ci sono nella famiglia, e percorrono insieme una strada di sabbia per raggiungerla, che per i più lontani è lunga non più di un chilometro. È una delle scuole nelle migliori condizioni della città, anche se in qualche classe è visibile qualche crepa nel muro o qualche banco rotto. C’è tanta sabbia e tanta polvere ovunque e i bambini si fermano tutti i giorni dopo le lezioni per pulire un po’. Non c’è acqua corrente nei bagni ma solo un piccolo rubinetto nel retro del grande cortile, appena vicino a una montagna di rugginosi rottami di banchi vecchi. In qualche classe, come un avviso a metà tra la profezia e l’antidoto, c’è un cartellone che spiega le cause e gli effetti della malaria, con qualche consiglio per prevenirla.



Distante 70 km da Dakar verso l’interno, Thiés è la seconda città del Senegal e, anche con i suoi settemila km² e i suoi 265 mila abitanti, è una zona piuttosto rurale. A differenza della capitale ci sono solo due grandi mercati e sono gestiti in modo più tradizionale e familiare, con le ragazze scalze a vendere frutta e verdura, le bambine a vendere collane e bracciali, gli uomini a maneggiare carne e tessuti colorati. Tra loro molto quieti e silenziosi, gli abitanti di Thiés si conoscono quasi tutti e ogni quartiere è una grande famiglia che vive qualsiasi evento unita nella condivisione.



Malick tutto questo lo sa bene e dopo dodici anni non aveva dimenticato niente. L’emozione gli si annoda in gola ad ogni angolo e ad ogni ricordo, ad ogni vecchio amico che da lontano lo riconosce e lo saluta, nonostante lui sia cresciuto moltissimo. Ora ha la barba e dei piccoli dreadlocks lunghi fino alle spalle, che tiene chiusi dentro il copricapo di tessuto, ma negli occhi ha la stessa luce del piccolo di casa Kaire. Il calore della sua terra lo ha richiamato indietro dopo un lungo viaggio. Ma era un calore che si portava dentro ogni giorno, in Italia.

Gli equilibri che si creano e che si rompono in una famiglia senegalese quando un membro della famiglia emigrato torna, anche se per una breve visita, sono difficili per noi da capire e per loro da gestire. Chi torna viene considerato un uomo realizzato e di successo, che ha tutto, privilegiato rispetto agli altri che non hanno niente. Ma quando un ragazzo torna dall’estero non ha solo il diritto a un trattamento speciale, a un potere decisionale maggiore nella famiglia e anche alle donne più belle, ma ha anche il dovere di spartire tutto ciò che ha ottenuto con parenti, amici e vicini. E a fare loro dei grandi regali.

Trattati quasi alla stregua di un tubab, un uomo bianco, ormai è segnato per sempre dal tintinnante sudore della propria fronte, dalla pesante catena della propria fatica, dalla luccicante stella della sua fortuna. Ma chissà quanto ancora Malick aspetterà, insegnando ai bambini italiani a sentire la musica nelle vene, prima di tornare per sempre a casa.




fotografie e testo di Valeria Gentile


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mercoledì 5 maggio 2010

Reportage Senegal #7: i semi di una nuova civiltà


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Questa follia, questa forza vulcanica di arrivare alla vetta degli ideali,
di sradicare i baobab del dolore / appartiene al negro, che io sappia, madre

Pape Faye




Essere bambini in Senegal non è un gioco. Certo, ogni bambino è il bambino di tutti, c’è molta solidarietà e attenzione quando si tratta di loro; sono considerati come dei piccoli dèi ed è per loro molto naturale uscire di casa e scorrazzare da una parte all’altra della propria città o villaggio senza che i genitori debbano preoccuparsi per la loro sicurezza. L’educazione senegalese è molto importante nella vita di una famiglia, che in media è composta da una quindicina di persone, ed è incentrata sul rispetto, sulla condivisione e sull’esempio dei grandi, severi nei principi e nello stesso tempo molto affettuosi.

Ma in un Paese come questo ogni singolo bene, primario o secondario che sia, è razionato e i bambini sono educati sin da piccoli a tenere per sé solo le briciole di quello che viene loro offerto, dividendolo con gli altri numerosissimi bambini della casa. Si gioca poco, e anche quando lo si fa c’è sempre più apprendimento che svago, più rito che passatempo. Passano ore in posizioni bizzarre a fissare il mondo o a riflettere su qualche pensiero intraducibile a parole, con gli occhi persi nel vuoto. Ed è raro vederli alle prese con dei giocattoli veri e propri, mentre i giochi più frequenti sono quelli tradizionali: nascondino, biglie, pallone.

Al di fuori dei cortili delle scuole o delle case, di solito i bambini giocano separatamente dalle bambine. Sin da piccoli infatti, i senegalesi forgiano le proprie vite a seconda dei percorsi esistenziali che li attendono: ed ecco che ogni bambina da un momento all’altro può sorprendere tutti con le splendide movenze della danza tradizionale, e ogni bambino può lasciare tutti a bocca aperta praticando, ovunque si trovi, lo sport nazionale.



In Senegal la lotta è molto più che uno sport o una disciplina agonistica. È qualcosa che si incontra a metà strada tra la competizione, il rito e lo spettacolo. Nel suo paese d’origine viene vissuta alla pari di un rito sacro e seguita più di ogni altro sport, come un evento straordinario praticato da giovani lottatori con presunti poteri mistici. Si tratta di una lotta libera a mani nude che si svolge all’interno di un cerchio molto ampio disegnato sulla sabbia; molto ritualizzata e con sfumature che solo i più esperti sanno cogliere, la stagione dei combattimenti inizia a ottobre e finisce a maggio. Gli incontri durano tre tempi da quindici minuti, intervallati da pause di cinque minuti: vince chi riesce a portare la testa, la schiena o i glutei dell’avversario a terra.

Essere bambini in Senegal significa doversi sempre conquistare qualcosa, che sia un pezzo di spazio fisico dentro al quale stare, un pezzo di cibo con cui attutire la fame, un pezzo di futuro verso cui incamminarsi. Mané, Yaffi, Ndiawar, Ndéye, Mouhamed, Yaye Mbaye e Badou hanno tra i quattro e i dodici anni e abitano nella stessa grande casa insieme a genitori, altri cugini più grandi, zii e nonni. Non ci sono orari precisi per i pasti, che si fanno quando si ha fame o quando c’è da mangiare: questo rende le cose ancora più complicate perché si rischia di avere fame troppo presto o di arrivare troppo tardi, quando gli altri hanno già terminato quasi tutto.



Si mangia tutti insieme da un piatto ampio e profondo, seduti per terra formando un cerchio intorno ad esso, ma senza rigore né posizioni prestabilite. Nessun concetto somiglia vagamente allo “stare composti”, il galateo è lontano anni luce, lavarsi le mani è inaudito e se qualcosa cade sul pavimento, che dista al massimo tre centimetri dal bordo del piatto, non si butta via. Il piatto tipico è il ceebu jep, un riso dai chicchi piccolissimi e croccanti, con verdure e pesce bolliti insieme e conditi con una salsa piccante. Ognuno, dalla propria porzione immaginaria nella parte di piatto di fronte a sé, si riempie la mano destra: comincia a schiacciare e modellare l’impasto come se volesse farne una polpetta, in modo da prendere la massima quantità di riso a ogni boccone. Poi tira fuori la lingua e con un movimento repentino poggia l’impasto più in fondo possibile, richiudendo la lingua sopra di esso.

Di solito, durante il pasto tutti stanno in silenzio. Non si usa molto parlare, né per commentare le pietanze né per discutere su qualche argomento di interesse generale. E a differenza di qualsiasi altra attività africana, si mangia a un ritmo frenetico: insieme alla danza tradizionale femminile, il pasto si svolge con movimenti rapidi e decisi, con un’energia che sorprende.
Nell’atrio coperto del cortile, dove di solito si mangia perché non batte il sole, arriva ogni tanto un soffio di vento che stempera la calura del primo pomeriggio. Le mattonelle hanno tutti i colori dell’arcobaleno e formano dei mosaici mozzafiato, oltre a restare all’ombra e fresche per chi vi si siede.


Scuola coranica a Saint-Louis


Anta ha otto anni e torna tardi dalla scuola coranica dietro casa, quando gli altri hanno già finito di mangiare. Eppure arriva contenta e ripulisce il piatto assumendo le posizioni più disparate, usando uno sgabello come poggia-pancia o a sostegno del braccio che non usa per mangiare. Adora quando sua madre Daba mette anche i pomodori nel ceebu jep e più i bocconi che inghiotte sono gustosi, più si contorce accanto al piattone.
Sua sorella maggiore Ndeye la aiuta a non sporcare troppo, semplicemente raccogliendo da terra ciò che cade e infilandoselo in bocca.

Qualche metro più in là, dove i raggi di un sole generoso battono sul terrazzo, i panni stesi hanno tinte forti e fantasie meravigliose. Con le mani ancora rosse di salsa piccante, Anta e Ndeye si ritirano all’ombra fresca del salotto per discutere, con un’armonia disarmante, delle cose del mondo.




fotografie e testo di Valeria Gentile


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Reportage Senegal #6: una voce che arriva dall’infinito


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Allora! A quale civiltà volete che io appartenga? A quale razza, io negro di fuoco?

Pape Faye




Che in Senegal l’Islam sia moderato lo si sente respirando l’atmosfera di tolleranza che lo pervade. Fino all’Ottocento la maggior parte del Paese rimase animista e ancora sopravvivono feticci e riti risalenti ai tempi antichi in ogni fascia della popolazione. Qui non regna la Sharia – la legge islamica – e non è raro incontrare credenti non praticanti e laici. Le donne non portano il velo e se molte – soprattutto anziane - legano attorno alla testa dei fazzoletti colorati abbinati al vestito è più per questioni legate all’eleganza e al sole che batte a picco, piuttosto che per questioni di culto.



I richiami alla preghiera scandiscono le ore del giorno e della notte con surreale imponenza. Sono richiami fatti a voce, a metà tra canti liturgici e lamenti strazianti, che provengono da diverse parti della città o del paese ma che incontrandosi all’unisono creano un’unica cantilena che sembra provenire direttamente dalla dimensione divina. Il risultato è che cinque volte al giorno, contemporaneamente e senza strascichi o differite, la voce dell’Islam riconferma il dialogo con Allah, in modo rudimentale e genuino, brusco e potente.



E questa genuinità, questa straordinaria naturalezza nel parlare con Dio e di Dio, i senegalesi la conservano anche quando si convertono al Cristianesimo: ogni culto convive con gli altri in modo pacifico e armonioso proprio perché il linguaggio, il messaggio e il tono, tutto parte dalla stessa radice umana e tutto procede verso la stessa meta. Il 5% della popolazione in Senegal è cristiana, soprattutto cattolica, e si tratta perlopiù di famiglie che godono di un certo benessere sociale ed economico. Come quelli della chiesa Rehoboth a Dakar, dove il coro gospel fa da scenografia al palco di un prete ultramoderno, a metà tra lo showman e il prestigiatore.

Grida la Bibbia in francese e con tutta la voce che ha in corpo, come se fosse lontanissimo, oltre le finestre e i muri di questa città, oltre i bisogni e i desideri dell’umanità, come se si trovasse nella stanza di un altro mondo, seduto accanto a Dio. Per farsi sentire dai fedeli dall’altro capo del creato, l’omone vestito “all’occidentale”, tutto di bianco e con un papillon sotto la giacca, spiega le note migliori delle sue corde vocali e suda, suda tantissimo, di un sudore denso e benedetto che asciuga con un fazzoletto a ogni pausa dalla lettura. Nove ventilatori sono in funzione, tutti puntati su di lui, il mastodontico portavoce di Gesù.

Ci sono persone che non vengono in chiesa perché sono a letto malate o perché sono talmente povere da non avere un vestito. Ci sono persone che si amano e non possono sposarsi per mancanza di risorse. Bisogna conoscere queste realtà e fare delle collette, in modo che la chiesa possa aiutare i bisognosi con l’elemosina. La chiesa è una famiglia che va al di là della famiglia biologica e che predica l’aiuto ai meno fortunati: una chiesa che non pratica la parola di Dio, che non fa la carità, è una chiesa morta!



Una ragazza minuta si separa dal coro e con un microfono incalza la lettura del prete con la traduzione in wolof per chi non ha studiato. Inizialmente lui le lascia qualche secondo tra una frase e l’altra, ma a mano a mano che va avanti nella predica si fa prendere dalla foga e allora lei, alzando il tono della voce perché non venga soffocata da quella di lui, non aspetta più che lui finisca e si sovrappone alle sue grida di esaltazione. “Nella vita c’è chi conosce il benessere e chi conosce il malessere. Se non hai soldi, qui, muori solo! I dottori non lavorano gratis! Ci sono addirittura persone che non hanno mai preso un taxi!

Chi possiede una versione tascabile del testo sacro legge insieme a loro, chi non ce l’ha ne trascrive, su pezzi di carta, gli insegnamenti dei versetti citati. Tutti gli altri fedeli sono completamente assorbiti dall’omelia, tengono gli occhi chiusi e la testa china, alcuni dondolano un poco in avanti con la schiena, altri sorridono tra sé. Sulla parete c’è una grande scritta che recita la Genesi: L'eternel nous a maintenant mis au large, et nous prosperons dans le pays. “Che Dio vi benedica!” si esalta il prete, “noi non meritiamo niente, tutto ciò che abbiamo è grazie a Dio!



E così va avanti la messa più rumorosa e carismatica del mondo, il doppio grido francese-wolof diventa un’unica invocazione squillante, e allora lui grida di più, che Dio vi benedica, e allora lei grida ancora di più, Yalla nala Yalla faye, Dio ha donato molto all’Africa, Yalla mayena Afrik lou bari, Che dio vi benedica, Yalla nala Yalla faye

Questa genuinità, questa straordinaria naturalezza nel parlare con Dio e di Dio, fa sì che al momento dello “scambiatevi un segno di pace” tutti si alzino e si dirigano davvero verso tutti, percorrendo ogni spazio tra le sedie di plastica. In un clima di intimità assoluta, dove a volte i fedeli correggono il prete quando sbaglia – che risponde “ah, grazie” – e altri ridono per le sue battute, alla fine, con una schiettezza disarmante nella voce, annuncia: “ah, devo correre un po’, ché devo finire a mezzogiorno”…




fotografie e testo di Valeria Gentile


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martedì 4 maggio 2010

Reportage Senegal #5: Goree, l’isola sul bordo del mondo


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Eppure, faceva freddo quella notte / quella notte faceva freddo vecchio mio /
quella notte faceva freddo, in nome di Dio

Diallo Faleme




L’isola di Gorée è un puntino nel mondo, grande appena 36 ettari. Si trova a 3 km a largo di Dakar ed è raggiungibile con appena venti minuti di traghetto, svoltato il lungo molo che racchiude il porto della capitale. Venti minuti intensi quanto un’eternità: respirando l’aria salmastra e spingendo lo sguardo in direzione dell’oceano si ha la sensazione di poter essere inghiottiti da un momento all’altro nell’infinità dell’universo. Poi, come per incanto, dalla leggera foschia del mattino presto appare lei, antichissima e dignitosa. Lunga 300 metri e larga un chilometro, Gorée è un tuffo nel periodo coloniale: non ha spiagge ma grandi caseggiati coloratissimi a picco sul mare, tra muri di pietra lavica, buganvillee fucsia e gialle, portoni pittoreschi e chioschetti di chincaglierie e panini.

L’ambiente è più salubre e ordinato rispetto al resto del Senegal, grazie agli abitanti – circa duemila in tutto – che rastrellano la sabbia in ogni piccolo viottolo. Anche il clima è meno pesante che nel resto del Paese, perché il mare mitiga e abbassa vertiginosamente le temperature equatoriali. Il giardiniere dell’isola, un uomo allegro e simpatico sulla cinquantina, passa le giornate da una parte all’altra dell’isoletta, piantando e curando le sue creature di qua e di là, salutando chiunque gli capiti sul cammino e godendosi il panorama. Gli altri sono pescatori, commercianti o artisti: tra pittori, scultori e musicisti, l’isola è tempestata di tele dipinte con i colori più accesi che si possano immaginare, statue tradizionali in legno o futuristiche - realizzate con materiali di scarto e rifiuti – e una miriade di strumenti musicali: djembé, korà, n'goni, ecc. I bambini, come ovunque nel Senegal, fanno la parte dei protagonisti: vivaci, colorati e tantissimi, vivono giornate genuine nella loro ripetitività, tra sorrisi e giochi semplici, merende e balli vorticosi, dividendo i loro spazi con agnelli bianchissimi, pecore enormi, gatti indiscreti, lucertole dalle dimensioni improbabili e galli in libertà.



Eppure questo paradiso terrestre ha un passato per niente glorioso, un luogo che in Europa trova somiglianza solo ad Auschwitz: l’isola di Gorée, patrimonio dell’umanità dell’UNESCO dal 1978, è stata per secoli uno degli avamposti della tratta degli schiavi. Gli uomini più forti, le donne più belle e i bambini più sani venivano portati qui da tutto il Senegal e stipati insieme nella "Maison des Esclaves", la casa degli schiavi con stanze che erano vere e proprie gabbie di pietra, sigillate da spesse inferriate, con piccolissime porte e spesso senza finestre. Le si può guardare ancora oggi perché la Maison des Esclaves, che risale al Settecento, è diventato un museo nel 1962 raccogliendo, nel suo piccolo spazio, il peso di un luogo simbolo di questa tragedia secolare ed accogliendo circa 500 visitatori al giorno. I curatori del museo affermano che tra i 15 e i 20 milioni di africani sono passati da qui prima di essere separati per sempre dalla loro terra e dalle loro famiglie, per diventare degli enti senza nome e senza dignità e gettare le basi di quella che oggi si chiama “multiculturalità americana”.

Al piano di sopra si possono osservare gli ottocenteschi dipinti francesi che raffigurano la tratta in modo lucido e impietoso, nonché i cimeli della schiavitù: catene, fucili, fruste. A passare tra i corridoi e nelle gabbie occorre incurvare la schiena e la coscienza. Il peso che si sente è quello dell’aria e dei ricordi, di cui le pareti delle gabbie sono impregnate: ce n’erano due per gli uomini, due per i “recalcitranti”, una per le donne, una per i bambini. E poi il piccolo cortile centrale, dove venivano fatte le trattative: gli europei davano un prezzo ad ogni schiavo a seconda dei muscoli per gli uomini, dei seni per le donne, dei denti per i bambini. I velieri aspettavano pazienti sul retro, per un lungo viaggio verso le Americhe: la “porta del non ritorno”, minuscola nella sua enormità simbolica che affaccia direttamente sul mare in direzione di Dakar, non risparmiava chi era sopravvissuto ai maltrattamenti e alle privazioni. Su questi velieri gli schiavi erano stipati come sardine e non potevano muoversi né sdraiarsi, e spesso dovevano stare curvi perché troppo alti rispetto alla struttura delle imbarcazioni. Le frustate non solo erano permesse dai governi europei, ma anche istituzionalizzate da una legge che ne regolava il numero massimo per persona: numero che non variava per nessuno, nemmeno per le donne incinte.




Non tutti arrivavano alla fine della traversata, che durava da uno a sei mesi, sia per via delle violenze fisiche e psicologiche, sia per le ribellioni di massa represse nel sangue. Non erano rari i casi di suicidio di schiavi e schiave che si gettavano insieme in mare, preferendo la morte alla schiavitù.
La tratta degli schiavi dall’Africa all’America è forse il capitolo più triste della storia dell’uomo. I colonialisti europei, per primi portoghesi e spagnoli, poi inglesi, olandesi e francesi, si resero presto conto che né gli indiani nordamericani né gli indios sudamericani potevano resistere fisicamente ai lavori forzati, sia per i loro corpi esili sia per le nuove malattie che gli stessi europei avevano portato nel Nuovo Mondo.

Camminando tra le strade del Senegal risulta evidente il motivo di questa condanna. La condanna di un popolo così straordinario e così tormentato insieme, la condanna a pagarne per molto tempo ancora le conseguenze sociali, ambientali, politiche ed economiche. Guardando questi uomini e queste donne nei loro visi, nei loro corpi e nei loro spiriti, viene da chiedersi se la perfezione sia una colpa. Se questa bellezza così sana, questa forza così assoluta, siano indice di un peccato incancellabile. Se questa pelle così lucida e resistente abbia incisa la macchia della sua completezza. Se queste braccia così buone e impeccabili portino il peso della loro eccellenza, se questi ventri così dolci e armoniosi conservino al loro interno il feto del torto.




Gorée racchiude tutto questo, dopo secoli e secoli di inferno.
Ovunque, intorno, il mare. E in lontananza, tra le piroghe dei pescherecci e i voli bassi delle aquile, due mondi che si sfiorano: da una parte Dakar, con il suo fermento africano di suoni e di genti; dall’altra, l’Oceano Atlantico, aperto e quasi infinito, portatore di ogni bene e di ogni male.


fotografie e testo di Valeria Gentile


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lunedì 3 maggio 2010

Reportage Senegal #4: quanto costa la rinascita africana


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Nel mio paese tutto appartiene agli altri

Diallo Faleme




La Repubblica democratica presidenziale del Senegal è laica e multipartitica e la sovranità nazionale appartiene al popolo senegalese che la esercita attraverso i suoi rappresentanti o per via referendaria. Il punto fermo della sua costituzione è l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, senza distinzione d'origine, razza, sesso, religione.
Eppure contraddizione e corruzione sono gli ingredienti della politica senegalese. Siamo nel Paese in cui un terzo della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno e le strade sono inondate da 50 mila mendicanti, la maggior parte dei quali sotto i 7 anni. Ma è anche il Paese che ospita il più grande monumento al mondo, costato circa 20 milioni di euro e costruito da un’azienda nordcoreana: si tratta di un’enorme statua di bronzo alta 49 metri, posta su una collina alta 100 metri. Raffigura un uomo africano che tiene una donna per mano e un bambino in braccio e simboleggia la rinascita dell’Africa: per questo è rivolta verso l’Oceano Atlantico, sull’estrema punta della costa più occidentale del continente.

Voluta dal Presidente Abdoulaye Wade - in carica da 10 anni - secondo cui avrebbe portato un incremento turistico a Dakar, ma detestata dai senegalesi, è stato uno smacco non solo all’estrema povertà e alle problematiche sociali irrisolte nel Paese, ma anche alla religione islamica che vieta la riproduzione di immagini umane. Il giorno della sua inaugurazione, che ha coinciso con il cinquantesimo anniversario dell’indipendenza del Senegal dalla colonizzazione francese, il popolo di Dakar ha sfilato per le strade chiedendo le dimissioni di Wade, con striscioni che calcolavano quanti ospedali si potrebbero costruire con la cifra spesa per il monumento. “Più che la rinascita dell’Africa”, gridavano, “questo colosso di bronzo simboleggia la distanza tra ricchi e poveri”.

Quest’opera faraonica infatti, che fa venire il capogiro a guardarla e a cui fanno da guardia diversi militari armati, è ora al centro di una forte polemica. La popolarità del Presidente Wade, che ha dichiarato di voler tenere per sé e la sua famiglia il 35% dei ricavi turistici generati dalla statua, è messa a dura prova. L’opposizione punta il dito su una scelta d’elite che va ben oltre le priorità del Paese; i gruppi per la parità dei sessi vedono la statua come un’offesa per la donna; gli artisti la accomunano allo stile leninista e affermano che non ha niente a che fare con l’arte africana; i musulmani inorridiscono perché la considerano una beffa alle leggi morali dell’Islam. Uno scandalo diplomatico che tiene il Senegal in una confusione politica e sociale senza precedenti e che durerà almeno per i prossimi mesi.



El Hadji Kaire ha quasi sessant’anni e vive a Thies insieme alla sua famiglia. Ha una moglie bellissima e una figlia che gli assomiglia come una goccia d’acqua. Magrissimo, occhi come spilli e denti sporgenti, mi parla del Senegal con spirito critico e un misto di delusione e ottimismo.“Gli africani hanno uno stile di vita socialista, sono abituati a dividere tutto. Quando Wade è salito al potere ha instaurato il liberalismo e da allora nessuno riesce più ad andare avanti. La popolazione si è impoverita mentre i politici hanno continuato ad arricchirsi con la corruzione”.

È sorprendente come il popolo senegalese conosca perfettamente i problemi politici e strutturali del proprio Paese, ne sia consapevole e non abbia problemi a parlarne. Non solo: ragionano sui limiti culturali e sociali che tengono il Senegal in tilt. “Ci possono mandare anche miliardi qui, con gli aiuti dalla Francia, dall’America, dall’Italia… ma quanto può durare? Questa non è la soluzione: occorre inventiva, creatività. Sono gli africani stessi che vogliono il malessere, perché non riescono a pensare a qualcosa da fare”.




A ogni sbuffo di vento la sottile polvere del cortile si solleva, per insinuarsi nelle narici dei bambini più piccoli facendoli tossire. “Chi ha votato Wade è un pazzo” conclude Alpha Seck, il suo vicino di casa, cercando di sintetizzare il problema. El Hadji mi guarda sorridendo, poi spiega: “i senegalesi hanno votato Wade perché pensavano che avrebbe fatto rinascere il Paese; hanno creduto alle sue promesse, ma una volta preso il potere non ha pensato ai problemi della gente. La soluzione è combattere la corruzione ma, prima ancora, cambiare mentalità. Io ogni giorno dico ai miei figli di ingegnarsi, di avere delle idee; se ogni genitore fa questo con i propri figli, loro saranno tutti diversi da noi”.

Un altro filo di vento caldo solleva la polvere e questa volta infastidisce uno dei gatti randagi che passano pigre giornate nel cortile di casa Kaire. Sanno che, per poter scovare qualche succulento ratto, devono attendere che la temperatura scenda, insieme alle ombre della notte stellata.




fotografie e testo di Valeria Gentile


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domenica 2 maggio 2010

Reportage Senegal #3: nessun prezzo nei mercati di Dakar


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Venite / soprattutto non chiudete gli occhi / venite a vedere

Diallo Faleme




Nonostante il Senegal sia un Paese povero, la sua situazione è nettamente migliore rispetto ai paesi vicini: la cultura del lavoro e la maggiore stabilità politica fanno sì che anche la sua economia sia più sviluppata. Si vive soprattutto di pesca, di coltura di arachidi, cotone e zucchero, oltre che dell’allevamento di bovini, caprini e ovini. I mercati di Dakar sono interminabili e assorbono ogni cosa: colorati ed eccessivi, sembrano ovunque e senza fine all’orizzonte. Mercati in distese di terra al sole, mercati su strade trafficate e viali alberati, mercati dietro l’angolo e oltre porte anguste, mercati dentro le baraccopoli, mercati addosso alla gente.



Qui, dove l’assurdo regna sovrano in una quotidianità sempre identica, niente ha un prezzo univoco: un passaggio, un pasto o un abito sono lo spunto per una lunghissima trattativa tra chi vende e chi compra. Qualsiasi cosa è contrattabile perché il prezzo non lo fa il valore del bene, ma la possibilità di chi ne ha bisogno e la disponibilità di chi lo possiede.
Bidonville di frutta e materassini, collane colorate e pesce essiccato, uova, biancheria intima, ciotole, patate, profumi, biscotti…

Dakar è una centrifuga di tinte forti e passi lenti, un mosaico fatto con i rumori e i movimenti sempre costanti di cantieri eterni che montano e smontano ogni giorno la fisionomia della città. I centri abitati pullulano e crescono senza criterio, senza un piano o un ordine, ogni angolo è stracolmo di ruspe, pale, mattoni e piccole montagne di sabbia che attendono solo di entrare nel folle meccanismo dell’edilizia senegalese.



A parte i residui coloniali, l’architettura è così sregolata e intricata da far venire il capogiro, con pezzi di geometrie impensabili e lavori di ampliamento sempre incompleti. Tetti a metà e crepe nei muri fanno il resto, in una scenografia decadente in cui ogni singolo centimetro quadrato risale ad almeno un secolo fa e non è mai stato modificato né ristrutturato. A ogni angolo c’è un cimelio che ricorda vagamente il biliardino e uno sciame di bambini che ci giocano sopra, scalzi e vocianti. Per le vie e nei cortili, indisturbate, vivono delle pecore altissime mentre i calessi, rallentati dalla loro stessa frenesia, sono portati da cavalli molto piccoli.

Nelle strade più battute, specialmente quelle che portano alle altre principali località del Paese, i veicoli sono riempiti fino ai limiti dell’immaginabile, vanno a passo d’uomo e fanno pause che durano parecchio, imbottigliati per la felicità dei venditori ambulanti. I pulmini del trasporto pubblico, per esempio, chiamati ndiaga ndiaye dal nome di colui che per primo li mise in circolazione, da fuori appaiono mucchi di braccia e visi ingarbugliati. Nonostante cadano a pezzi, abbiano i vetri spaccati e la carrozzeria sia arrugginita, sono decorati con disegni, adesivi e scritte di tutti i colori, addobbati con pendenti e bandiere. L’autista guida senza battere ciglio con rumorose audiocassette a tutto volume e comunica con il suo aiutante - un ragazzino sveglio che sta sul retro attaccato al portellone che raramente si chiude – attraverso colpi secchi sul tetto. La grande scritta sul cofano “Alhamdoulilahi”, che sta per “ringraziamo Dio”, è la premessa di ogni viaggio e in questo modo, tra il chiasso dei passeggeri, le note della musica senegalese e i colpi eloquenti dell’autista, si procede per distese di smog, puzza di pesce marcio e odore di sporca umidità, con sfondi di deserto, alberi di neem e baobab.

Un altro elemento che fa l’economia senegalese è la bellezza delle donne: la loro cura del corpo è un’ossessione che va ben oltre il semplice concetto dell’apparenza. Per loro ogni gioiello è un messaggio, ogni ciocca di capelli una garanzia, in un dialogo di corpi che esprimono tutta la loro femminilità e il loro valore. È un percorso importante e impegnativo che ogni bambina inizia molto presto, indossando abiti colorati, orecchini e bin bin, collane di perline da mettere intorno alla vita.

Piacere agli uomini è allo stesso tempo una necessità esistenziale e uno scopo primario nella vita delle donne e si può dire che tutta la società senegalese, in realtà, si fondi su questa dinamica che ha le sue origini nell’antica vita tribale. Trattandosi di una società che permette la poliginia, cioè il matrimonio di uno stesso uomo con più donne, voler sorprendere il marito è una costante nella vita di una donna anche dopo il matrimonio. L’eleganza è la prima virtù in assoluto: il portamento e il sorriso, gli abiti, i capelli e i gioielli ne sono i punti fermi, ma altri accorgimenti completano il quadro, come l’olio per rendere la pelle più morbida e i tatuaggi neri sulle gengive, dolorosissimi ed effettuati per risaltare al massimo il bianco dei denti.

Le trecce hanno molta importanza e a seconda di come vengono fatte e della complessità del loro “tessuto” possono dire molto sulla condizione sociale ed economica di chi le porta. Il lato più triste di questa perenne corsa verso la bellezza è la concezione che la pelle bianca sia più bella di quella nera. Questo porta in alcuni casi le ragazze a utilizzare dei prodotti farmaceutici sbiancanti, estremamente tossici, che rendono la pelle fragile e possono causare forme di cancro epidermico; nel peggiore dei casi, cioè quando non hanno i soldi per comprare questi prodotti, le ragazze ricorrono a candeggina o soda caustica.

Non tanto diverse dalle nostre docce solari e i nostri prodotti abbronzanti, che predispongono ai tumori cutanei, hanno controindicazioni a livello cardiaco e circolatorio e possono causare gravi danni agli occhi. Da una parte all’altra del mondo, non siamo mai contente. “Soffrire per imbellire”…




fotografie e testo di Valeria Gentile



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sabato 1 maggio 2010

Reportage Senegal #2: la speranza più di ogni cosa


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Non so di quale paese tu sia / nè qual è il tuo nome che porti con orgoglio /
non so di quale terra lontana tu sei figlio / di quale ospitalità tu abbia goduto /
non so di quale madre nè di quale padre vorresti tanto abbracciare il volto /
non so di quale sogno sei l'eterno guardiano / di quale solitudine tu sia l'ostaggio…


Armadou Lamine Sall




Poche cose vengono in mente all’italiano medio che pensa al Senegal: bambini sporchi e affamati, clandestini scampati alla morte sui gommoni, “vù cumprà” o terroristi islamici. Il senegalese medio, invece, parla delle squadre di calcio italiane, della politica, della società e dell’economia, conosce diversi nomi di città e in alcuni casi parla la nostra lingua perché è stato in Italia almeno una volta nella vita. Nell’era del pacchetto “sicurezza” voluto dalla Lega Nord, che introduce il reato di clandestinità e le ronde istituzionalizzate, c’è qualcosa che non quadra.

Sono i muratori delle nostre case e gli operai delle nostre fabbriche, i cavatori e i benzinai, sono le colf e le badanti dei nostri anziani, i venditori ambulanti delle nostre spiagge e i cuochi dei nostri ristoranti, i raccoglitori della nostra frutta e gli addetti al riciclaggio dei nostri rifiuti: gli immigrati stanno salvando dal baratro il nostro Paese e noi non sappiamo niente di loro, né dei loro Paesi di provenienza. Non vogliamo più sentir parlare di pale e mattoni, scope e stracci, camion e fornelli, lamentandoci nel frattempo della crisi, e crediamo di sapere tutto di questi intrusi che ci “rubano il lavoro”: un bagaglio conoscitivo fatto di luoghi comuni, pregiudizi secolari e una propaganda razzista senza scrupoli messa in atto dai politici e dai media.




Da quel famoso undici settembre tutto è cambiato. Erano anni in cui l’immigrazione in Italia non destava l'allarmismo ed il terrore di oggi, non creava problemi di portata nazionale ed epocale e non costituiva affatto uno dei punti chiave dell'agenda setting. Il razzismo non era una questione religiosa e gli africani erano associati alla storia recente del colonialismo fascista, provocando contrastanti sensazioni di patriottismo e senso di colpa insieme. Dopo il 2001, improvvisamente, un uomo con la pelle scura, una pelle d’ebano che profuma di mandorla, è diventato automaticamente non solo un musulmano, ma un integralista islamico legato ad Al Qaeda e quindi pericoloso per l’Occidente. Sono cominciati anni bui per gli immigrati e anni di terrore per i cittadini e i politici - che hanno preferito chiudere, respingere, discriminare. Senza capire che la maggior parte dei migranti è solo in cerca di una vita migliore di quella che lascia nel suo Paese d’origine.



Esattamente cinquant’anni fa la colonizzazione francese aveva lasciato il posto ad una pseudo indipendenza in cui i politici africani venivano comunque scelti dagli europei e, nel migliore dei casi, proseguivano il loro stile di governo. Negli anni Settanta il Senegal dovette fare i conti con problemi forse ancora più complessi di quelli legati allo sfruttamento e alla colonizzazione: si erano ritrovati da un giorno all’altro con una zona di 200 mila chilometri quadrati da amministrare e un’intera popolazione da gestire e nel frattempo, tra la crescita demografica e i gravi problemi di comunicazione, il debito estero aumentava, così come il degrado ambientale e la desertificazione.

Più si liberava, più l’Africa si impoveriva, diventata incapace di autoregolamentarsi e autofinanziarsi. Così nascevano le grandi bidonville suburbane e già dai primi anni Ottanta, dopo un secolo dalla fine delle emigrazioni forzate, cominciavano quelle volontarie: verso la Francia e l’Italia, in una diaspora causata da una vera e propria catastrofe di siccità e desertificazione, crescita della popolazione e Aids, abbassamento del reddito medio pro capite e aumento dei prezzi. Le scelte politiche fatte in quegli anni dai governi africani si rivelarono sbagliate, fatte di sprechi, sperperi e corruzione, e i processi di transizione alla democrazia continuavano in tutto il continente in modo lento e tormentato.




Ai cittadini italiani basta un passaporto per entrare in Senegal, mentre il tragitto inverso, desiderato sin da ragazzini e pianificato con speranza e sudore, è pieno di ostacoli burocratici e insidie culturali. Per questo, e a causa della società patriarcale senegalese, la maggior parte degli immigrati senegalesi in Italia sono uomini tra i 30 e i 40 anni. Portare con sé una parte della famiglia è molto difficile: non solo le leggi sui ricongiungimenti familiari diventano sempre più rigide, ma sarebbe anche impensabile per i senegalesi emigrati riuscire a mantenere, oltre se stessi, anche la moglie e i figli. In più, essendo i custodi di una cultura a trasmissione orale, hanno paura che se sradicano le donne dal loro contesto sociale nessuno possa più trasmetterla ai loro figli, perdendo un ciclo culturale e sociale che si tramanda di generazione in generazione.

La comunità senegalese in Italia è la più consistente dell’Africa occidentale e conta oltre 60 mila residenti. Si tratta di una comunità fatta di persone che lavorano sodo per mandare i soldi alle famiglie e che tendono quindi a fermarsi alla prima generazione: nonostante siano tra i gruppi etnici che provano a interagire con più positività nel tessuto sociale italiano, infatti, il loro primo obiettivo è quello di tornare presto in patria.

Una patria che nel frattempo è stata privata dei suoi migliori elementi. Ci hanno insegnato a pensare che chi emigra sia un povero disperato senza arte né parte, senza speranze e senza affetti, ma in Senegal chi viene scelto nella famiglia per emigrare è colui che ha più capacità, più possibilità di farcela, il più intelligente e il più istruito. Spesso i nostri venditori ambulanti sono laureati e accade persino che nelle fabbriche del Nord Italia gli immigrati che hanno una qualifica di ingegnere lo nascondano per essere assunti come operai. Tutto ciò ha delle ripercussioni catastrofiche sul Senegal, che perde le proprie risorse migliori. Il risultato è che il Senegal è più fermo nella sua immobilità, più impantanato nelle sue questioni sociali irrisolte, più povero e più corrotto.





fotografie e testo di Valeria Gentile


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