venerdì 30 aprile 2010

Reportage Senegal #1: le mille bocche della Teranga


Un giorno ho vomitato la notte / perché il nome del sole era l’oppio dei miseri

Pape Faye




Si dice che quando si compie un viaggio nel vecchio continente si torni più ricchi, carichi di un bagaglio molto più solido di quando si era partiti, un bagaglio prezioso e consistente. Si ha una luce diversa sul viso e, dentro, un calore e un’energia mai posseduti prima. I presupposti con cui solitamente un “occidentale” viaggia in Africa sono simili tra loro e tutti orientati al prendere: arricchirsi di qualcosa, materiale o immateriale. Che sia sfruttamento o volontariato, il motivo principale è sempre un tentativo di aggiungere qualcosa alla propria vita. Ci si va per imparare la condivisione, per sperimentare la pace della natura, per apprendere una nuova lingua o semplicemente per provare a cavarsela da soli.

Eppure il dono più bello che l’Africa possa fare è togliere. L’Africa aiuta a liberarsi di strati inutili di pelle, a lavare via la patina superflua di polvere che copre la nostra identità. La luce e il calore sul viso non sono doni ma averi riscoperti, rispolverati, emersi. È un luogo denso di una magia ancestrale che permette di lasciare i semi sterili del nostro progresso, di abbandonare le false vesti delle nostre strutture sociali, allenta la cinghia della rigidità, scioglie il nodo dell’apparenza. L’Africa nera fa disimparare preconcetti e pregiudizi, premure, pretese. Lava.




Il Senegal è il Paese della Teranga. Simboleggiata dal leone, è la caratteristica principale di questo popolo straordinario: un’intraducibile mix di accoglienza e ospitalità, forza e coraggio, orgoglio, dignità. È il Paese del Baobab, immenso albero dalle radici forti e possenti che prendono nutrimento dalle profondità più calde della Terra. In questo luogo dalla fisionomia ancora originaria e dai significati sempre profondi e concatenati, ogni cosa è una metafora. I suoni alti e melodici, i movimenti lenti e costanti, i colori sgargianti e freschi. E prima ancora di essersene resi conto, si viene immersi in un’atmosfera densa di meraviglioso caos e contraddizione creativa, dove la potenza della modernità e della tecnologia convive accanto a danze tribali e usanze millenarie, gesti ripetitivi e sguardi ancestrali. Un mix di vecchio e nuovo che non lascia spazio a etichette e che crea spietate combinazioni e accozzaglie di culture che in altri luoghi resterebbero confinate nella fantasia.

Le sei etnie principali, con le loro sei lingue riconosciute dal governo, abitano in una superficie di 200 mila chilometri quadrati. Non esistono guerre etniche o problemi legati alle sfumature della pelle come in altre zone del continente, perché il forte legame di fratellanza del popolo senegalese supera ogni ostacolo e gli sconosciuti sono rispettati e accolti come dei piccoli dèi sia in casa che nella propria comunità di quartiere. L’etnia Wolof, dalla quale gli europei attinsero per tre secoli – dalla metà del Cinquecento fino alla metà dell’Ottocento – comprando gli schiavi da spedire verso le Americhe, è oggi la più diffusa e l’omonimo dialetto è parlato in pressoché tutto il territorio. Ha un suono unico e inconfondibile, fatto di salti e schiocchi, di note dolci e pause brevi.




Quello che più sorprende della lingua Wolof e che rappresenta maggiormente il carattere di questo popolo è la frequenza con cui si dice “sì”. Il waaw – pronunciato “uao” - è la colonna portante di ogni discorso: quella senegalese è la cultura dell’apertura, della conferma, della pace e dell’armonia, tanto che il sì diventa intercalare e conferma, punteggiatura e contesto, come in un’amichevole partita di ping pong in cui la pallina è disponibilità alla condivisione di cose e di idee. Non sempre si aspetta che si venga interrogati per rispondere in maniera affermativa, perché un sì è come un posto in casa propria: sempre pronto per gli altri. È difficile, al contrario, sentire il déedéet, la negazione, in una discussione. La Teranga senegalese, che è al tempo stesso accoglienza e attenzione, rispetto e gentilezza, permea ogni spazio vitale, ogni spirito e ogni bocca...





fotografie e testo di Valeria Gentile


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sabato 24 aprile 2010

Donne, media e potere: "Il corpo delle donne" di Lorella Zanardo



"Il corpo delle donne" di Lorella Zanardo è un documentario mozzafiato sulla televisione italiana, ma soprattutto un saggio visivo sulla rappresentazione della donna nella nostra società. Lorella è una consulente organizzativa, formatrice e docente. Scrive e si occupa di tematiche inerenti il femminile e ha ricoperto importanti ruoli direttivi manageriali in organizzazioni multinazionali, progetti e master sia in Italia che all’estero. Il suo documentario, realizzato paradossalmente insieme a due uomini, esprime l'indignazione di una grossa fetta di italiane e di italiani e ha dato inizio a un dibattito nazionale fino ad allora pressoché censurato.

Ciò che è emerso dall'analisi delle 400 ore di intrattenimento televisivo presi in considerazione è molto diverso da ciò che l'autrice si aspettava: sicura di trovare una rappresentazione della donna come "corpo-oggetto", Lorella ha invece riscontrato due categorie in più. La prima è quella che riguarda la rappresentazione della donna come semplice decorazione visiva, di cui le maggiori esponenti sono le varie veline, letterine e schedine: semplici e non sono provocanti, sono le tipiche ragazze della porta accanto, che in tv non parlano mai e non hanno nessun ruolo se non quello di "abbellire" il contenuto dello schermo. La seconda categoria, la più squallida, è quella che fa capo all'umiliazione: la ritroviamo in quelle frequenti situazioni in cui il presentatore di un programma di intrattenimento si rivolge a ragazze seminude con frasi del tipo "non hai il cervello" o "le tette le hai lasciate a casa?", o peggio ancora, in episodi come quelli in cui delle ragazze nude vengono appese come dei prosciutti, coperte d'olio e marchiate sul sedere.

Secondo il Censis l'Italia è l'unico Paese in cui in televisione tutto è permesso, in cui il dibattito sulla dignità delle donne è censurato. Eppure, afferma la Zanardo, non si tratta di liberismo né tantomeno di libertà: lontana dall'essere un Paese libero - tra Vaticano o moralismo - l'Italia segue ad occhi chiusi le dinamiche di un'economia che ragiona in termini di domanda e non secondo il livello culturale e sociale dei propri cittadini.



Dopo il documentario, che ha avuto un successo virale in rete e non solo, Lorella ha deciso di raccogliere tutto il materiale in un libro: "ho scritto questo libro per dire che spegnere la tv, oggi, è un atto elitario. Che ci fa dimenticare i molti, la maggioranza, che la tv la guardano. Tanto. E che il vero atto rivoluzionario è guardare la tv insieme a chi la guarda sempre e comunque".

L'unica soluzione, secondo la Zanardo, che vada oltre la sensibilizzazione della gente su queste tematiche ma che porti cambiamenti reali, è la riforma dell'Auditel: "la via principale a una programmazione migliore, l'unica azione concreta che può restituire a tutti noi una tv, pubblica e privata, che sia davvero fonte di intrattenimento, informazione ed educazione".

Ecco l'intero documentario diviso in tre parti.

venerdì 23 aprile 2010

Fabrizio Gatti è Bilal: viaggiare, lavorare, morire da clandestini



Il 12 per cento delle persone che partono dalle coste della Libia e dalla Tunisia non arriva in Europa. Il 12 per cento significa che tra 182 passeggeri su questo camion, 22 moriranno. E se di questo si salveranno tutti, del prossimo ne moriranno forse 44. Oppure 66 di quello che verrà dopo.” Dura novanta minuti ed è lo spettacolo del Terzo Millennio: la cronaca letta, vista, cantata e suonata del viaggio più tragico dei nostri giorni: l'immigrazione clandestina.

E' difficile trasmettere un carico di emozioni così forti come quello che si prova entrando nella Storia dalla porta posteriore, analizzandola nelle sue viscere di ingiustizia e oblio. E' difficile soprattutto quando si tratta di una Storia parallela a quella ufficiale, che nessuno conosce ma che permea alla radice ogni singolo gesto della nostra vita quotidiana.

E' difficile, eppure Fabrizio Gatti ce l'ha fatta. Ha attraversato il Sahara da clandestino, in un viaggio dal Senegal all'Italia senza fine, incontrando affiliati di Al Qaeda e scafisti senza scrupoli, superando le frontiere e infiltrandosi sia nelle organizzazioni criminali africane che nelle aziende europee che sfruttano la nuova tratta degli schiavi. Si è fatto arrestare come immigrato clandestino vivendo sulla propria pelle l’osceno trattamento dei centri di permanenza temporanea.

Ha scoperto i nomi, le alleanze e le complicità dei governi che non fanno nulla contro questo traffico disumano e poi, con il suo stile semplice e profondo allo stesso tempo, ce lo ha riportato con la precisione e la delicatezza di un vero professionista: con cuore, bisturi e clessidra, Gatti ci prende per mano uno per uno, in un appello a cui nessuno può mancare, in un percorso dal libro allo spettacolo teatrale.

Uno spettacolo che non è solo momento di pura arte musicale, grazie al gruppo di suonatori e cantanti guidati da Gualtiero Bertelli che alternano brani sul tema con canti e suoni dei paesi africani, canti tradizionali italiani, ma che è denuncia di crimine contro l'umanità.






mercoledì 21 aprile 2010

Quando il reportage è impegno civile: intervista ad Alfredo Macchi



Alfredo Macchi è uno tra i giornalisti più appassionati della televisione italiana e ha documentato i temi più rilevanti dello scenario internazionale: il conflitto in Kosovo e la crisi dei profughi, la Seconda Intifada, gli attacchi dell’11 settembre a New York, la guerra in Libano, Kabul dopo la caduta dei Talebani, la Striscia di Gaza, lo tsunami in India, il terremoto di Haiti. Ha vinto il premio giornalistico Saint-Vincent 2002 per il suo lavoro sugli orfani a Kabul e il premio Ilaria Alpi 2009 per il reportage "Morire per vivere", che racconta il dramma dell’immigrazione attraverso le storie e i volti dei protagonisti. Ha ricevuto riconoscimenti speciali agli International Photography Awards a Los Angeles e ha lavorato come fotografo in Algeria, Argentina, Bolivia, Bosnia, India, Madagascar, Mozambico, Peru e Venezuela.

Ho avuto il piacere di pensare e organizzare insieme a lui il workshop "Dietro le quinte del reportage" che si è svolto oggi al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia e già solo per gli spunti di riflessione che ne sono emersi vale la pena di riportare la sua testimonianza. A una sala gremita di giovanissimi aspiranti reporter ha raccontato l'essenza di questo genere giornalistico, le sue regole base, gli strumenti e i rischi in zone di conflitto. Ha spaziato dall'etica nelle situazioni difficili al momento della vendita, passando per la pianificazione del lavoro e l'elaborazione di un progetto pratico.



Semplicità e chiarezza sono le parole chiave del fare reportage, che si distingue dagli altri ambiti giornalistici per la presenza dell'anima del reporter, dei suoi occhi e del suo impegno in prima persona, che esprime raccontando la storia nella sua interezza. "Quello che mi chiedo quando realizzo un reportage è Come lo racconto a mia madre?": questa è la prova che i professionisti si riconoscono dalla misura in cui danno valore ai loro lettori/spettatori.

E' importante avere una pianificazione precisa del lavoro, sapere con chi parlare e prendere gli appuntamenti, ma è altrettanto importante seguire ciò che succede e lasciarsi trasportare dalla storia, ricordandosi che non c'è bisogno di intervistare mille persone su uno stesso tema o visitare mille luoghi per lo stesso argomento ma basta "prendere pochi esempi che dal micro facciano capire il macro".

Dopo il workshop, tra una chiacchierata informale e uno scambio di opinioni, gli ho chiesto quale sia il motivo per cui ogni giorno va avanti per la sua strada nonostante gli ostacoli ed i rischi di questo mestiere. La sua risposta è stata forte e concisa allo stesso tempo: "a volte faccio cose che non mi piacciono o mi capita di trovare grandi ostacoli, ma è il mestere che amo di più al mondo e questo credo che sia la cosa più importante. Il giornalista non cambia il mondo, però aiuta a far conoscere le realtà del mondo e così, nel suo piccolo, contribuisce a un mondo migliore".