venerdì 19 marzo 2010

L'Olanda non è solo Amsterdam


Se state cercando l'Olanda, quella vera, quella autentica fatta di fiori, mulini, formaggi e sorrisi, distese di pascoli incontaminati e mucche a pois bianchi e neri, simpatici signori in bicicletta e biondissime ragazze acqua e sapone, lasciate la metropoli più controversa e tollerante d'Europa.

Lasciate anche altre città moderne e ben più anonime di essa, come Rotterdam, Den Haag, Eindhoven. Il vero spirito olandese è in graziose cittadine come Haarlem, Dordrecht e Leiden, in paesini di mare come Hoorn e Volendam, in piccoli centri come Edam e Monnickendam, in paradisi in miniatura come Zaanse Schans e Kinderdijk.



E' ovvio che, tra gli strepitosi canali della capitale, dove il House Boat Museum (il Museo delle Case Galleggianti) riflette perfettamente uno stile di vita ancora reale fatto di pavimenti dondolanti e prue ornate di aiuole multicolori, è rimasto intatto qualcosa che in altre grandi capitali del mondo è andato perduto. Ma scorgere pezzi di cultura olandese tra un Mc Donald's e un Coffee Shop non è abbastanza. A pochi chilometri di distanza esiste tutta una società che non avreste immaginato, che vive in questo piccolo lembo di Europa secondo profondissimi principi di civiltà: socialità e ospitalità, disponibilità e gentilezza, tolleranza verso il prossimo e rispetto per l'ambiente.

Scordatevi i teatrini turistici venuti su come funghi in altre zone del mondo, come nord Africa o estremo Oriente, senza anima nè tradizione ma finalizzati solo ai profitti del settore terziario. In questi piccoli centri tutto è genuino, arrivato direttamente dal passato con una sua storia ed una sua essenza, ed anche laddove i visitatori stranieri accorrono in massa è perchè esiste qualcosa di prezioso per la sua autenticità. L'area di Kinderdijk, ad esempio, letteralmente "Diga dei bambini", è un vero e proprio salto indietro nel tempo tra diciannove mulini a vento funzionanti, dichiarati Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO nel 1997.




Anche Zaanse Schans, a nord-est di Amsterdam, è un luogo per cui vale davvero la pena viaggiare: una piccola comunità di casette da favola, sorte accanto al fiume Zaan, che sette secoli fa ospitava oltre mille mulini a vento, ognuno con una sua funzione - per la farina, l'olio, la carta, il cacao, la mostarda, le tinte colorate, il cemento, i mattoni e così via. Oggi nella zona vi sono solo una decina di mulini, ma nel corso del Novecento sono stati aperti dei musei, nonché delle piccole botteghe di formaggi tipici, di zoccoli tradizionali e di porcellane dipinte a mano.

Gentili ragazze in abito tradizionale distribuiscono gratuitamente squisite fette di formaggi di ogni gusto, da quello classico a quello affumicato, da quello al peperoncino a quello all'aglio. Un'antica bottega artigiana presenta le diverse fasi della lavorazione dello zoccolo olandese, con le pareti ed il soffitto completamente tappezzati di queste scarpe di ogni misura e colore. Le pittrici hanno un'estrema precisione e dipingono le porcellane davanti ai vostri occhi, su un grande tavolo fra gli oggetti esposti. Tra galline, pecore, mucche e distese di un verde brillante, vi sono anche mulini che è possibile visitare dall'interno, fino alla cima.




Un'altra zona che da non trascurare per chi voglia trovare le vere radici dell'Olanda è il Waterland, con le sue tipiche casette di legno, le chiese gotiche, i canali ed i porticcioli, i graziosi mercatini e le biciclette ovunque. Impossibile non passare a Edam, dove in estate si svolge regolarmente il mercato del formaggio più famoso del mondo, distribuito ancora in modo tradizionale, da uomini vestiti di bianco in barca, a cavallo, e con le tipiche portatine i legno colorato.

Insomma, solo a pochi fortunati viene svelato il segreto della magia dei Paesi Bassi.
Tra anatre, tulipani, streghe e grandi castelli, pesce fresco cucinato da pescatori buongustai, giri in battello e centri di informazione turistica efficientissimi, ci si sente in un’altra dimensione.
Molto più che in Europa.





fotografie e testo di Valeria Gentile


sabato 13 marzo 2010

Peacereporter: intervista a Maso Notarianni




Tutti noi abbiamo a che fare ogni giorno con flussi di informazioni, dati e cifre che ci arrivano dalle agenzie di stampa e dai telegiornali, che credono di misurare così la tragedia vissuta nelle “zone calde” del pianeta. Ma sappiamo davvero di cosa stiamo parlando? C’è qualcuno che sfama il nostro bisogno di narrazione? Ne abbiamo parlato con Maso Notarianni, direttore di Peacereporter e giornalista impegnato nell’attività dell’organizzazione umanitaria Emergency. La Rete della Pace infatti, fatta di storie e luoghi che sono spesso ignorati dal giornalismo tradizionale, porta la testimonianza di un modello sano di fare reportage, indipendente ed etico, che non si dice pacifista perché scrive di pace ma lo è perché parla di guerra: vivendo il lato reale dei conflitti per le strade e nelle case della gente, non dalla camera di un albergo.

Gli abbiamo chiesto quale sia l’ingrediente che manca nel giornalismo italiano, dov’è l’errore madornale che esso fa nel racconto della guerra. Ci ha risposto così: “Io credo che la tendenza del giornalismo italiano sia quella di non seguirle proprio, le guerre. È molto diverso sentire in Afghanistan ci sono stati 300 morti per una bomba che ha colpito un villaggio, oppure vedere l’orrore dei corpi lacerati dalle ferite, ascoltare le storie di vita interrotte e delle famiglie smembrate. L’11 settembre del 2001 è diventato un pezzo della nostra storia e della nostra cultura per come ci è stato raccontato, per come ci sono state fatte conoscere le storie di quelle vittime innocenti. Un ottimo lavoro, che però è tale solo se è fatto per tutte le vittime civili. Che oggi sono il 90 percento delle vittime della guerra”.

Ma oltre alle tecniche di narrazione inesistenti abbiamo anche un altro triste primato. Oltre che per la buona cucina, i poeti e i navigatori, ci distinguiamo per un’altra pratica tutta nostra: ignorare gli Esteri. “Nel mondo le prime pagine dei più importanti quotidiani sono dedicate agli esteri, così come le aperture dei telegiornali. In Italia gli esteri non sembrano interessare molto i direttori, e sono sempre relegati in fondo. Dopo la cronaca, dopo le paginate di politica. E per noi gli esteri sono quasi solo l’Unione europea e gli Stati Uniti, cioè una piccolissima parte del mondo”.

Eppure c’è qualcosa che il giornalismo può fare per la costruzione della pace, e non è una piccola cosa. “Bisogna reimparare a mostrare la vera faccia della guerra, il suo odore, il suo sapore. Raccontare una storia concreta, saper rendere le emozioni e le sofferenze. Non c’è bisogno di esprimere pareri e commenti: il fatto che la guerra sia la cosa peggiore che possa accadere è banale. Rendere questo concetto astratto una consapevolezza concreta non lo è affatto. Ci sono riusciti i nostri nonni raccontandoci l’orrore della seconda guerra mondiale. Ci sono riusciti i reporter che hanno contribuito a far finire il macello della guerra del Vietnam. Oggi, purtroppo, non lo si fa più. L’informazione ha perso un po’ il suo carattere di formatore dell’opinione pubblica, il suo carattere pedagogico, per stare dietro al mercato. Anzi ai mercati: quello pubblicitario e quello delle vendite. La sostanza è che non essendoci più editori, ma aziende editrici, il mondo dell’informazione è troppo legato al profitto immediato”.




Se c’è una cosa su cui i giovani aspiranti giornalisti devono riflettere, quindi, è l’etica di questo mestiere, ricordandosi di non cedere alle lusinghe del potere. “E per potere non intendo quello politico. Intendo quello nostro. Il quarto potere. Che lusinga, ma come tutte le cose lusinghiere rischia di far perdere la testa e il contatto con la realtà. Il mondo non sta nelle redazioni: nelle redazioni ci sono persone fortunate, che fanno una professione, un mestiere, e non un lavoro. Il lavoro è un’altra cosa, è quello che si fa in fabbrica, o allo sportello di un ufficio postale. Sempre che nella vita si voglia continuare a fare piacevolmente l’attività che occupa gran parte del nostro tempo e della nostra esistenza”.



Intervista di Valeria Gentile