lunedì 15 febbraio 2010

San Valentino a L’Aquila per riconquistare il cuore della città




La prima cosa che senti camminando a L’Aquila è ancora il silenzio. Ancora, dopo quasi un anno, il silenzio aquilano ti colpisce lo stomaco e ti brucia nelle vene perché non è un silenzio sano, quello delle valli e dei monti innevati, il silenzio della semplicità e della pace invernale, della cordialità dei paesini abruzzesi. È un silenzio che fa male perché non è giusto: c’è qualcosa di profondamente sbagliato, irregolare e forzato in questo silenzio senza quiete, fatto di mortificazione, perdita, voci ammutolite e ricordi attoniti, linee spezzate e cerchi interrotti. È un silenzio che provoca dolore agli occhi perché non proviene da nessuna parte, se non dalla miseria dell’umanità.

Tra queste strade deserte, dove l’alba e il tramonto si somigliano come lo spirito di un bambino e quello di un anziano, il tempo si è fermato e anche dove si scorge qualcosa che appare vita, in realtà sono solo ricordi: “Vedi? Lassù abitava Carlo” sussurra una vecchietta col bastone a suo marito, che le risponde “Sì, qua invece abitava Luciano”. Tutto intorno, finestre spalancate e piccioni che si sono autoproclamati re tanti mesi fa, e che nessuno è mai venuto a spodestare. Tutto intorno voragini sui tetti e sull’asfalto, gocce che cadono ritmicamente dalle fontanelle e semafori bloccati sul giallo lampeggiante. Tutto intorno silenzio. Un silenzio marcio.




A passeggiare a L’Aquila ti sembra di sfogliare i necrologi di un giornale che nessuno legge più. I pochi che ogni tanto possono permettersi il lusso di camminare nella loro città fanno la conta dei propri drammi, personali e collettivi. Eppure è ascoltando i mattoni e l’eco dei propri passi che si sente lo strazio più grande: ora che l’emergenza è finita e la maggior parte degli aquilani è andata via, è negli edifici e nelle strade che si conserva l’essenza di questa tragedia. L'Aquila non esiste più. Via Castello, via Zara, Piazza San Bernardino, viale Benedetto Croce, viale Gran Sasso. Sono tutti nomi di luoghi che oggi si possono raggiungere, ma che hanno perso la propria fisionomia. Gli edifici hanno croste sulle pareti, i marciapiedi mostrano fratture profonde e la storica solennità di questa città è andata via senza lasciare traccia.
Nemmeno i cani randagi si sentono a loro agio, spaesati in un centro disabitato e stravolto. Piazza Battaglione Alpini, con la sua Fontana Luminosa, è tornata un poco alla normalità, con l’edicola ed il bar da poco riaperti, ma i gruppetti di persone che si formano per chiacchierare e leggere il giornale hanno nei visi le stesse espressioni di spaesamento e spossatezza che vedevo dieci mesi fa nelle tendopoli. Infine via Strinella, che da passerella per Collemaggio è diventata una corsia triste, lastricata dai segni del terremoto, che sembra quasi essere stata spostata nel bel mezzo del nulla, un viale anonimo su un pianeta lontano.




Le prime cose che ti sorprendono dentro L’Aquila che non esiste più sono le ultime cose che noteresti in una città normale. Le cassette della posta vuote e arrugginite, qualcuna con lettere indirizzate a nessuno; gatti soli e piccioni sui divani, porte che non portano da nessuna parte, voci lontane che arrivano da case fantasma; tetti rattoppati con teloni neri di plastica grossa, e poi sbarre, divieti, neve che non rallegra, macerie mai raccolte, lavori di puntellamento, cartelli con indicazioni fuorvianti.
Nella zona aperta, cioè nelle periferie e nelle parti subito attorno al centro storico, è cambiato ben poco dal 6 aprile 2009. Quello che vedi è ancora una comunità disgregata che ha perso completamente il diritto di gestire la propria città: scortati da Esercito, Polizia e Protezione Civile come se fossero un popolo di criminali agli arresti domiciliari. Quello che vedi è ancora tanta distruzione e nessuna ricostruzione. Quello che vedi è una società completamente divisa, che ha dimenticato come si comunica gli uni con gli altri, come ci si mobilita, o anche semplicemente come ci si rintraccia quando gli indirizzi non hanno più valore. Quello che vedi sono persone anziane rassegnate a vivere così la vita che gli resta, perché anche se prima o poi L’Aquila rinascerà, loro non faranno in tempo a vederla.

Mentre ti fai largo in tutto questo con il peso di un anno sulla coscienza, mentre metti un passo dietro l’altro e ti muovi senza però andare avanti realmente, incontrare qualcuno della tua stessa specie, qualcuno che non sia un gatto o un piccione, è ancora come assistere a un piccolo miracolo. Ma un miracolo molto più grande è accaduto ieri, il 14 febbraio: proprio nel giorno degli innamorati, gli aquilani si sono riuniti al limite della zona rossa per riconquistare il cuore della propria città, con amore incondizionato e immenso.




C’erano ragazze e ragazzi, bambini, anziani, c’erano donne e uomini di ogni età. Da quando è uscita fuori l’intercettazione dei due imprenditori che il 6 aprile scherzavano sull’occasione da non perdere (“Mica capita tutti i giorni un terremoto così!”) e si sfregavano le mani per gli appalti sulle ricostruzioni, gli aquilani si sono infuriati. Massimo ha 50 anni ed è sulla sedia a rotelle da aprile. Ha creato il gruppo su Facebook Quelli che a L'Aquila alle 3:32 non ridevano: “Mentre l’Aquila moriva loro ridevano” ha detto. “Nell’apice della tragedia pensavano ai loro affari. All’inizio mi sono trattenuto, ma poi lo sdegno è scoppiato dentro di me perché è una cosa inaccettabile: chi cerca di trarre profitto dal nostro dolore è un vero sciacallo”. Bonifacio è di Pianola e vive da abusivo in una casa che è stata dichiarata inagibile: quella è casa sua e nelle New Town non ci vuole andare. Anna fa parte della Compagnia aquilana di canto popolare e questa città ce l’ha nell’anima: ha preparato il suo vestito da fantasma ed è scesa in piazza a gridare la sua rabbia. Giusi è una docente all’Università de L’Aquila e con il cartello 3 e 32: io non ridevo al collo ed un megafono ha coordinato la manifestazione. Almeno altri trecento hanno fatto lo stesso percorso e a mezzogiorno si sono riuniti lungo la via principale, fino ad incontrare il blocco dei militari che da dieci mesi chiudono l’accesso a Piazza Duomo.

Ci può entrare Bruno Vespa per Porta a Porta e non ci possiamo entrare noi a vedere?” gridava Federico, uno studente aquilano. Il clima di protesta è rimasto pacifico e rispettoso delle forze dell’ordine, e ancora una volta penso a quanto sia alta la soglia di sopportazione di questo popolo meraviglioso. Una donna arrivata in borghese per impedire l’accesso ripeteva: “E’ un problema di incolumità, non posso, è il sindaco che autorizza l'apertura di queste aree”.
Una donna con i capelli corti e biondi, piuttosto minuta ma piena di energia, si è avvicinata al viso del militare dietro i cancelli, con solo le maglie di ferro a dividerli. L’ha guardato dritto negli occhi e ha cominciato a gridare: “Voglio rivedere la mia città! La voglio rivedere!” Da qualche minuto un uomo con i capelli bianchi cercava di forzare la maglia di ferro e quando il rumore dei cancelli che si muovevano è diventato più forte, l’energia è salita alle stelle e tutti hanno cominciato a spingere, forzando il blocco dei militari al grido di “Basta! Aprite! L'Aquila è nostra!
Anna non tratteneva l’energia e camminava a passo svelto, sola, piena di rabbia e di commozione allo stesso tempo. Tutti sapevano, ma vedere con i propri occhi lo spettacolo di Piazza Duomo ancora identica al 6 aprile ha fatto rimanere di stucco ognuno di loro.
Piazza Duomo a L’Aquila è una montagna di macerie.

Il miracolo aquilano! Eccolo il miracolo aquilano!”, “Questa è la ricostruzione! Lo deve vedere tutta Italia!”, “Questa è la situazione dopo 10 mesi! Vergogna!” “Il set cinematografico per le loro campagne elettorali!”, “La Commissione Grandi Rischi che fine ha fatto?” le voci degli aquilani si sovrapponevano, gli sfoghi si accavallavano, la tensione e il dolore si alimentavano a vicenda ma la condivisione alleggeriva il peso e piano piano i visi si distendevano. “Meno male” ha detto Luca ad un amico, “ne avevo proprio bisogno, ero troppo depresso”. Bonifacio non si toglieva gli occhiali scuri e con un sorriso amaro mi ha detto “non so se si può usare questa espressione, ma oggi sono tristemente contento. L’ultima volta che ho visto questa piazza, la mia piazza, era il 5 aprile. Era il fulcro della nostra socialità. Oggi siamo venuti fino a qui insieme, e finalmente vediamo lo stato delle cose, mostrandolo a tutti gli italiani. L'Aquila non può prescindere dal suo centro, perché quella è la sua storia. Non quattro o cinque periferie nuove, fatte di casermoni, scollegate l'una dall'altra, costate 2700 euro a metro quadrato”.




Un ragazzo è salito sulla montagna di macerie e da lì, a gran voce, ha incalzato il suo popolo con queste parole: “Nessuno rideva qui! I cittadini, gli studenti, nessuno rideva! Rispetto per questa città e per la nostra dignità, per le vittime, per la gente che silenziosamente ha lavorato in questi mesi, per i vigili del fuoco ma anche per la Protezione Civile onesta! Noi ricostruiremo L’Aquila, ma saremo noi cittadini!
Io non ho mai preso una multa e oggi ho dovuto commettere un reato per vedere in che stato è la mia città” ha detto Federico. “Vorrei sapere dove stanno gli altri aquilani! Stanno dentro le case? Stanno sistemati negli alberghi? Gli basta questo?” Altri cori si sollevavano per dar loro manforte, molti applaudivano, qualcuno piangeva. “Ecco, questa è L’Aquila”, continuava a ripetere a tutti un uomo mostrando una pietra, un pezzo delle macerie della sua città.

Mille emozioni tanto forti quanto discordanti tra loro si agitavano in quella piazza, fatta di otto secoli di storia: la torre, la biblioteca comunale, il palazzo del Comune, il palazzo Margherita. E cumuli e cumuli di macerie ancora lì, su cui a poco a poco ogni aquilano è salito per tenerne simbolicamente in mano un pezzo. “Il dolore, la commozione, la rabbia... noi abbiamo tutto dentro, a volte ci sentiamo esplodere” dice una donna. “Perché perdere una città è una cosa che chi non l'ha vissuta non la può capire. Noi ci chiediamo dov'è la nostra comunità, dove sono gli aquilani, siamo sempre troppo pochi rispetto al sentimento che crediamo di rappresentare!

Sempre troppo pochi. Dove sono gli aquilani che non sono andati a dichiarare il proprio amore alla città, nel giorno più romantico dell’anno? Sono in altre città, in affitto o nei casermoni costruiti in luoghi più che periferici come Bazzano e Preturo, dove è difficile persino chiedersi il perché di tutto questo. È difficile perché si è costretti a vivere fisicamente lontani dalla propria identità, il tessuto sociale si sfilaccia, si perdono i punti di riferimento. Dopo molti mesi in tenda, sono pochi coloro che non si sono allontanati, coloro che sono rimasti qui per monitorare la situazione, rientrando nelle case inagibili, senza gas, arrangiandosi in garage e simili.




Ancora più che nei primi mesi, alla luce delle vergognose intercettazioni è evidente che la priorità in tutta questa faccenda era economica. A ricostruire la città, nessuno avrebbe potuto guadagnarci quanto con gli appalti e i subappalti per le New Town e gli insediamenti del piano C.A.S.E., i Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili che da poco si è scoperto essere niente affatto ecocompatibili, bensì senza fogne: le acque scure vengono scaricate direttamente nel fiume Aterno. Scempi edilizi senza identità che questo governo vuole imporre come modello in deroga a tutte le leggi ed i piani regolatori.
Con una tale disgregazione sociale tutto quello che si organizza è molto precario e prendervi parte richiede un notevole sforzo economico e fisico. Un singolo cittadino conta meno di niente in questo sistema dove le stesse autorità cittadine sono scomparse. Ma la forza degli aquilani è grande e questo gesto di vero amore, che nonostante il freddo di febbraio ha scaldato il cuore della zona rossa de L’Aquila, sembra essere solo uno dei primi passi verso la riconquista.
Dove sono i politici? Noi siamo ancora qui. Sono loro i poveracci”, ha detto una donna con il cappello e gli occhi lucidi. “Questo è il centro e questo deve restare. Non vogliamo allontanarci: qui c’è la nostra storia e la nostra anima!




fotografie e testo di Valeria Gentile

venerdì 12 febbraio 2010

Il fotoreporter italiano Pietro Masturzo vince il World Press Photo Contest



La giuria internazionale del 53esimo World Press Photo Contest ha scelto per il 2009 la foto dell'italiano Pietro Masturzo. Scattata il 24 giugno scorso, ritrae alcune donne mentre gridano per protesta da un tetto di Teheran. La foto vincitrice è parte di una storia che racconta le notti successive alle controverse elezioni presidenziali in Iran, quando le persone hanno cominciato a gridare il loro dissenso da tetti e balconi, dopo le proteste per le strade, di giorno. All'intera storia è stato assegnato il primo premio nella categoria People in the News.

Il Presidente della giuria Ayperi Karabuda Ecer ha detto: "Questa fotografia mostra l'inizio di qualcosa, l'inizio di una grande storia. Aggiunge prospettiva alla notizia. E' esteticamente ed emotivamente toccante, e il mio cuore la ha scelta immediatamente".
Il giurato Guy Tillim ha commentato così: "Una delle difficoltà a fotografare situazioni di conflitto è raffigurare le vite parallele delle persone coinvolte, che vanno avanti nonostante tutto. Questa foto è riuscita molto bene a sposare i due elementi, a dare al conflitto un contesto - e questo è un Santo Graal della fotografia. Il fotografo lo fa con l'immagine molto bella di un paesaggio iraniano, che varrebbe la pena di guardare già solo per se stesso. Ma suscita anche la nostra curiosità sulle grida della donna, che incorporano il momento e l'importanza dell'evento storico. Rappresenta un tentativo molto onesto e ben riuscito di portare avanti il vocabolario che usiamo per mostrare le cose."
Il giurato Kate Edwards: "La foto dà un forte senso dell'atmosfera: tensione, paura, ma anche tranquillità e calma, e in questo senso è stata una sfida, come una scelta. Eravamo alla ricerca di un'immagine che ti entra dentro, che ti prende nel profondo, che ti fa pensare - non solo che mostra quello che già sappiamo, ma qualcosa che ci chiede di fare di più."




In due settimane la giuria ha visto un numero record di 101.960 fotografie, inviate da 5.847 fotografi. I fotografi rappresentano 128 nazionalità diverse.
Pietro Masturzo, l'autore del World Press Photo of the Year 2009, riceverà il premio durante la cerimonia di premiazione che si svolgerà ad Amsterdam domenica 2 maggio 2010, con un premio in denaro di € 10.000 più una Canon EOS Digital SLR Camera e un kit di lenti.

La cerimonia di premiazione è preceduta da un programma di due giorni di conferenze, dibattiti e proiezioni di fotografie. La mostra del Premio con la fotografia vincitrice sarà al Oude Kerk dal 23 aprile al 20 giugno e successivamente visita più di 100 località in tutto il mondo.
Per un calendario provvisorio della mostra, visitate il sito: www.worldpressphoto.org/exhibitions


sabato 6 febbraio 2010

Nebbia e ronde leghiste oltremare: xenofobia o arrivismo politico?


La nebbia avvolge le valli e raggiunge con forza villaggi e paesi, attorcigliandosi fra ruderi e casette, fino a cingere come un abbraccio di falsa premura anche i palazzi e gli uomini che resistono alla rigidità dell'inverno. Il vento non è abbastanza forte e volenteroso per spostare i cumuli di umidità che si stanzia impietosa, ma è abbastanza freddo per congelare le dita, per bloccare la circolazione del sangue e le terminazioni nervose dei piedi. Un gruppo di uomini di nero vestiti camminano a passo svelto lungo la strada che dalla biblioteca arriva al corso, a testa alta e viso fiero perché stanno per inaugurare una nuova sede della Lega Nord. Il verde smeraldo delle loro cravatte abbaglia chiunque perché qui, dove la nebbia smorza ogni colore, anche gli alberi e le piante appaiono di un grigio sonnolento e cupo.

No, non siamo in Padania, ma in un paese montano del centro Sardegna a 600 metri d'altezza, su un altopiano granitico ai piedi del Monte Orthobene. Dopo Cagliari, Tortolì, Sassari e altre cittadine dell'isola, l'avanzata del partito di Umberto Bossi ha raggiunto Nuoro, l'Atene Sarda che ha dato i natali a personaggi del calibro di Grazia Deledda, Salvatore Satta, Francesco Ciusa. E' proprio qui, in via Aspromonte 7, che è stata inaugurata la nuova sede della Lega Nord - proprio di fronte al Corso Giuseppe Garibaldi, segno che anche i leghisti hanno il senso dell'umorismo.

La nebbia non dà tregua al respiro, eppure i soliti vecchietti che passano le giornate a chiacchierare nella piazzetta qui di fronte non demordono, giorno dopo giorno. Si ritrovano qui da decenni, secoli, millenni, almeno finché non si mette a piovere. Poi, piano piano, la piazzetta comincia a riempirsi di giovani, ed è quando tutto intorno si appostano gli agenti di polizia che gli anziani cominciano a chiedersi, con qualche sorriso sardonico tra i baffi, che cosa mai stia succedendo. Ogni tanto passa anche qualche vecchina che, spaventata, chiede il motivo di tutta quella polizia. Ma i ragazzi e le ragazze li rassicurano, rispettosi di queste colonne portanti dell'identità sarda. Tra un cerchietto fucsia e su bonette - il tipico copricapo sardo - sembra esserci l'abisso, eppure i toni del dialogo tra generazioni sono così intimi e complici da far rabbrividire.



"Gesù e Maria, ma quanti sono?" si chiedono l'un l'altro i vecchietti con una domanda retorica che è più un borbottare. Continuano a osservare la situazione e gli agenti della DIGOS come aquile tranquille, un po' interdetti per il fermento, un po' soddisfatti per l'arrivo di nuovi argomenti di cui discutere. Sono gli anziani di Nuoro, luogo di ultracentenari e uno dei comuni in Italia col maggior numero di immigrati con permesso di soggiorno per numero di abitanti, soprattutto donne venute qui come colf e badanti. Sono veri e propri pezzi d'antiquariato, gioia degli antropologi, e stanno qui a chiacchierare in Piazza San Giovanni, come se nulla fosse. A sentir parlare di politica gli si arriccia il naso. Forse non sanno che si tratta del partito che fa del dito medio il suo fiore all'occhiello, che tappezza le città con locandine dai messaggi razzisti e xenofobi, che sputa sulla Costituzione e schifa il Meridione, che insiste sulla delinquenza portata dagli stranieri, che vuole il permesso di soggiorno a punti. Forse non sanno che si tratta del partito che vede tra i suoi esponenti giovani incapaci di prendere il diploma di maturità e altri menomati mentali che sbavano mentre sparlano, ma non sembrano esserne interessati.

E' un po' che circola la voce di questa inaugurazione e sin da subito è nato il gruppo spontaneo di contestazione su Facebook e l'appuntamento pacifista ad esso collegato: "No alla Lega Padana a Nuoro". L'intento si può leggere nella descrizione dell'evento: "Venerdì 5 febbraio a Nuoro sarà inaugurata la sede della Lega Nord. Cosa vogliono fare questi xenofobi razzisti nella nostra terra? Quali sono le loro reali intenzioni? Non eravamo dei terroni che non avevano voglia di lavorare? Chiediamoglielo!" Sono andati a chiederlo agli uomini che stanno di guardia al portone da qualche ora prima dell'inaugurazione, nella sede di Autonomia Socialista, che ha "accettato di ospitare provvisoriamente la Lega, solo per una riunione". Le risposte, tuttavia, sono state piuttosto incoerenti: qualcuno ha risposto "noi non siamo i leghisti, siamo i socialisti, gli apriamo solo la porta", qualcun altro ha gentilmente consigliato ai manifestanti di "andare a contestare a quel paese". Un altro ha mandato via una donna dicendole "questa è casa mia, quindi tu te ne vai". Difficile credere che quei vecchi socialisti - ex fascisti - non fossero neo leghisti, o che quantomeno non avessero interessi nel difenderli, ma a quanto pare non hanno avuto il coraggio di dichiararlo pubblicamente.



"La Sardegna è un'isola al centro del Mediterraneo, regione della Repubblica Padana". Ecco cosa si trova scritto sul sito istituzionale della Lega Nord Sardegna. "Vogliamo valorizzare la Specialità della Sardegna, assumendo la responsabilità della nostra Autonomia; valorizzare il territorio della Sardegna, rilanciando l'Agricoltura, incentivando il Turismo, salvaguardando l'Ambiente; valorizzare e tutelare le competenze dei giovani, restituendo loro la voglia di sognare e perseguire progetti personali e ideali collettivi; creare un futuro fondato sugli stessi valori tramandatici dai nostri genitori. Per tutto questo vogliamo: stare tra la gente, parlare con la gente, lavorare per la gente".
Eppure i rappresentanti della Lega Nord a Nuoro, scortati dalla Digos e accompagnati in auto fino all'ingresso della nuova sede, hanno evitato in tutti i modi i manifestanti che volevano porre loro delle domande. Gli stessi politici che poi, molto coraggiosamente, hanno mostrato alla cittadinanza il dito medio, dalla finestra. Ma sono proprio sicuri che siano questi i "valori tramandataci dai nostri genitori"? Davvero l'ancestrale ospitalità e generosità del popolo sardo verso lo straniero è stata solo una leggenda?

Luciano Cucca è il cittadino più agguerrito del gruppo di manifestanti che hanno dato il benvenuto agli inauguratori. Con sa berritta - il tipico copricapo sardo - e l'espressione severa non ha smesso di controllare che nè da una parte nè dall'altra si superassero i limiti della civiltà, tranquillizzando i più giovani e tenendo buoni rapporti con le forze dell'ordine. E' uno dei portavoce del movimento spontaneo di protesta e crede fermamente nel rispetto del prossimo. "Il problema è il messaggio che porta avanti questo partito politico, che sensibilizza i suoi adepti con idee razziste, xenofobe e quant'altro si ponga in contrasto con l'articolo 3 della nostra Costituzione", dice. "Non dimentichiamo che, fino a poco tempo fa, facevamo parte a pieno titolo della Terronia". Lo sguardo fiero e sarcastico di Luciano indugia un attimo alla porta di via Aspromonte 7, poi continua. "Debbo riconoscere e ammettere che tutti noi abbiamo dimostrato la nostra cultura civile, di fronte a soggetti arrivati alla conquista di qualche voto. Non possiamo accettare nel nostro territorio idee contrarie al vivere civile, tantomeno aver contatti con personaggi che nulla fanno se non fomentare odio razzista, xenofobo o omofobico. Tutto questo non ci appartiene e non ci apparterrà mai e pensiamo che il nostro messaggio sia arrivato preciso e ben scandito".

Eccitato e insofferente, Fabrizio Pirina non poteva mancare. Un anno fa era solo un imprenditore del sughero ma ora è il coordinatore regionale della Lega Nord Sardegna e non si perde un solo comizio per sventolare insieme la bandiera dei Quattro Mori e quella leghista. Con lui i senatori Sergio Divina e Fabio Rizzi, il coordinatore di Nuoro-Ogliastra Massimiliano Piu e il neosegretario nuorese, Gianluigi Piu. E' lui che ha salutato i colleghi con un "Benvenuti nella città peggiore della Sardegna".
A un anno dall'inaugurazione della prima sede della Lega Nord in Sardegna, nel gennaio 2009, l'isola sembra essere diventata terra di conquista di Umberto Bossi. "Già da qualche mese", aveva raccontato il senatore Rizzi "mi è stato manifestato, da alcuni amici sardi, il bisogno di una presenza della Lega Nord in Sardegna, sostenendo che il Nostro Movimento ha come metodologia e profonda caratteristica quella di saper realmente, profondamente e costruttivamente interpretare i bisogni del Territorio. La convinzione che anche a livello Sardo la Lega avrebbe saputo interpretare tali bisogni è via via cresciuto".

I due senatori, intervistati a Nuoro da un giornalista locale, hanno affermato di apprezzare i giovani che manifestavano le loro idee, sicuri che nel giro di qualche anno quegli stessi ragazzi che ora protestano aderiranno convintamente alla Lega.
Intanto, le manifestazioni organizzate spontaneamente da membri di Facebook aumentano in tutta Italia: contro il razzismo, a sostegno degli immigrati, contro la Lega, contro la xenofobia e l'istigazione fascista. Un'Italia reale e non mediata da giornali e tv che si solleva in nome della società multiculturale.
Non sarà una soluzione concreta per le vittime delle ideologie violente e populiste, che fanno leva sulla paura e sul disordine - causate più dall'inefficienza di uno Stato assente che dall'immigrazione - ma di certo un primo passo verso la mobilitazione sociale che sveglia le coscienze addormentate. E che sensibilizza l'opinione pubblica alle tematiche della tolleranza e della fratellanza, e ai valori universali di pace e libertà.




fotografie e testo di Valeria Gentile


venerdì 5 febbraio 2010

Il Reportage: un nuovo trimestrale di scrittura, giornalismo, fotografia


E' nata una nuova rivista tutta dedicata al reportage. Voglio segnalarla non solo perché è fatta bene e perché ho avuto modo, durante la sua presentazione, di sentir parlare alcuni tra coloro che ne hanno curato il primo numero; voglio segnalarla perché tra le sue pagine e dentro ai viaggi che si compiono tra le sue righe si sente quel profumo di mondo e passione che si trova nei bei libri.

Il Reportage è una nuova rivista, appena nata ma con un'energia dirompente, un “trimestrale di scrittura, giornalismo e fotografia”, che nasce dall’esigenza di riscoprire e dare spazio a questa forma di giornalismo a cavallo con la letteratura: un genere un po’ dimenticato, o perlomeno sacrificato, nel giornalismo di oggi.

E' un trimestrale di scrittura, perché non pubblica "articoli", "notizie", "scoop", né tantomeno "pezzi". Quello che fa è sprigionare voci e racconti direttamente dalla penna e dal cuore di chi scrive: gli scrittori che firmano i reportage sono artigiani della parola e non i soliti professionisti dell'infotainment o intellettuali del gossip. Sono essi stessi protagonisti dei loro viaggi nella storia ed essi stessi personaggi delle proprie storie: uomini come noi che prendono posizione, sentono, si indignano o si entusiasmano, e che quindi amano perdersi e poi ritrovarsi, nel reportage.

E' un trimestrale di giornalismo, un giornalismo forte, completo, che va dall'inchiesta al reportage di denuncia, dall'intervista al viaggio letterario, dal diario alle pagine di un racconto. Una rivista seria e impegnata - nel senso di coinvolta - che ci ricorda che l'anima del giornalismo di qualità la fanno le storie. Quel giornalismo vero, genuino, che è in grado di parlare al lettore nello stesso momento di guerra e di bellezza, di droga e femminilità, di storia e presente, di politica, umanità, economia.

E' un trimestrale di fotografia, che più di ogni altra qui in Italia valorizza la figura del fotoreporter, garantendo ai grandi fotogiornalisti pari dignità con coloro che firmano i testi: il punto di vista del fotografo si affianca, non si accavalla, a quello del giornalista e dello scrittore. La qualità della carta utilizzata e delle immagini scelte fanno rabbrividire ad ogni pagina sfogliata, ad ogni storia letta e vista. Perché finalmente le fotografie non sono didascaliche ma brillano di luce propria, svegliano i nostri occhi assopiti contando sulla nostra intelligenza.

Tema del primo numero sono le periferie: Catania strangolata dalla mafia nel racconto di Riccardo Orioles e Pippo Scatà con le foto sulle mafie di Alberto Giuliani; i quartieri periferici di New York e Detroit, svuotati dal boom dei mutui, raccontati da Eleonora Bianchini e Mauro Guglielminotti; quel pezzo tragico di storia della “periferica” Argentina nell’intervista di Alejandro Brittos a uno dei guerriglieri superstiti al massacro di Trelew nel 1972 con i ritratti di Simone Perolari; la borgata di Ostia, dove fu ucciso Pasolini, raccontata da Beppe Sebaste e dalla fotografa Maria Andreozzi. Ma anche Hong Kong, come in un “viaggio fino alla fine del mondo”, con lo scrittore Carlo Grande e il fotoreporter Francesco Acerbis, il “viaggio senza viaggio” di Fabio Sebastiani (le foto sono di Stefano Snaidero) nella metropolitana di Roma, il “trip” del drogato di eroina raccontato anche in chiave saggistica dal poeta Lello Voce con le foto di Jessica Dimmock. Ci sono poi i fotoreportage sull’Africa di Ron Haviv e sui campi di concentramentio di Auschwitz e Birkenau di Ivo Saglietti. Il prossimo numero sarà dedicato al tema dell’ambiente.

Il Reportage è una rivista che anziché descrivere, racconta. Seguendo il motto che da sempre ho richiamato su Altri Occhi: "non dirlo, mostralo". Con parole e immagini.

www.ilreportage.com