mercoledì 27 gennaio 2010

Giornata della Memoria: due passi al luna park del ghetto


In questo luogo, come non ricordare gli Ebrei romani che vennero strappati da queste case, davanti a questi muri, e con orrendo strazio vennero uccisi ad Auschwitz? Come è possibile dimenticare i loro volti, i loro nomi, le lacrime, la disperazione di uomini, donne e bambini?
A pronunciare queste parole, dieci giorni fa all’interno della Sinagoga di Roma, è stato Papa Benedetto XVI, commosso e solenne, per chiedere perdono alla comunità ebraica. Un triplo perdono, probabilmente: in nome della sua appartenenza al genere umano, capace di cotanto orrore; in nome del suo essere il primo rappresentante della Chiesa Cattolica, la più grande persecutrice del popolo ebraico sin dall’alba dei tempi; in nome della sua partecipazione giovanile al Nazismo come soldato di Hitler, colui che ha portato a termine l’opera di secoli e secoli di antisemitismo. I presenti allo storico evento sono stati degni di nota: il sottosegretario Gianni Letta, indagato per i reati di abuso d'ufficio e truffa aggravata; il presidente del Senato Renato Schifani, che fu socio in affari con uomini poi condannati per mafia; Gianfranco Fini e Gianni Alemanno, fedeli appartenenti all'ideologia fascista fino al 1995, Giuliano Ferrara, da sempre fedelissimo di Berlusconi, e altre “distinte autorità”.

A dieci anni dall’istituzione della Giornata della Memoria c’è da chiedersi che cosa significhi questa parola. Non significa ricorrenze e celebrazioni, né telecamere, né grandi dichiarazioni ufficiali. “Memoria” è una parola che rimanda al sentimento del passato e che lo fa rinascere, rivivere. Oggi, a 65 anni dall'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, è il giorno in cui dobbiamo per legge ricordare la Shoah, lo sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali, la persecuzione dei cittadini ebrei che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte. Il giorno in cui dobbiamo per legge fermarci un attimo e rievocare tutto il male che il genere umano è capace di compiere, e indignarci.
Dopo anni di scuola dell’obbligo, di Olocausto sui libri, di documentari visti col proiettore in aula e di poesie imparate per l’interrogazione, siamo in grado di rievocare il passato sentendolo sulla pelle e vedendolo con gli occhi? Recandoci nei luoghi della deportazione, scoprendo tutto il male senza pietà in ogni angolo? Riusciamo a capire che cosa rappresentino questi luoghi oggi?




La comunità ebraica in Italia conta attualmente meno di trentamila persone, di cui il gruppo più importante è quello di Roma. Ha le sue istituzioni maggiori nell’antico quartiere ebraico, appunto, dove un tempo sorgeva il ghetto più antico del mondo dopo quello di Venezia e l’ultimo ad essere stato abolito in Europa Occidentale, nel 1870. Durante la seconda guerra mondiale, poi, il sistema dei ghetti fu ripristinato temporaneamente per il concentramento della popolazione ebraica, che ne facilitava il controllo da parte dei nazisti. Al contrario di quello di Venezia, in cui prevalentemente vivevano persone benestanti, il ghetto ebraico di Roma era un quartiere estremamente povero, con strade strette e case alte e affollate.

Camminare oggi tra quelle strade strette ha qualcosa di surreale. In giornate uggiose e di lavoro, dentro al silenzio e al vuoto delle vie è quasi possibile vedere le ombre degli ebrei camminare a testa bassa in lunghe code; è quasi possibile sentire le grida degli ufficiali, riecheggianti dalle targhe scolorite che ricordano da quali precisi luoghi è partita la tragedia del ‘43. Largo 16 ottobre, Piazza delle Cinque Scole già via del Progresso, via di Santa Maria del Pianto, via del Portico d’Ottavia, vicolo dei Falegnami, Largo Gaj Taché, Via Arenula, Via de' Funari, Via della Tribuna di Campitelli, Lungotevere de' Cenci.
Ma nelle ore assolate di domenica mattina e in alcuni tiepidi pomeriggi, questo quartiere prende vita in un modo che non ha niente a che fare con la memoria collettiva di morte legata ad esso. Le grida che si sentono sono quelle dei bambini che giocano e le code interminabili sono quelle dei romani che fanno la fila per entrare in panetterie e pasticcerie.

I vicoli nascosti sono impregnati di brutte storie e cicatrici profonde, ma appena svoltato l’angolo si può ascoltare la cinica voce di una guida turistica che illustra al suo gruppo di italiani curiosi, dopo quel poco di storia che c’è da sapere, l’elenco dei locali e dei ristoranti tipici in cui è possibile mangiare i piatti della cucina tradizionale ebraica.


Già, perché l’ex ghetto di oggi è tutto un pullulare di insegne folcloristiche mediorientaleggianti, che avvisano a caratteri cubitali di possedere la “Kosher” (in ebraico letteralmente “adeguatezza”), una certificazione che attesta la genuinità e la giusta preparazione delle pietanze, cioè la loro idoneità ad essere mangiate da un ebreo, in accordo alle regole alimentari della religione ebraica stabilite nella Torah.


Nel ghetto ebraico persino le pareti degli edifici sembrano martoriate di dolore e così anche i marciapiedi, ma tutto intorno è disinvolto e la gente che ci passa abitualmente continua a camminare e vivere come se nulla fosse successo lì, sotto i propri passi. A meno che non si tratti di turisti, perché a quel punto si viene trascinati nella dimensione eterna della Storia e si cammina con un alone di concitato trasporto, come burattini mezzi doloranti e mezzi penitenti. Tra i tanti negozietti di “souvenir della tragedia” ce n’è uno piccolo piccolo, appena dopo le rovine dell’antico tempio di Augusto, che sta aperto più degli altri. Ci lavora una donnona con i capelli neri che grida prezzi ai clienti stranieri, come se a voce alta fosse più facile per loro capire l’italiano con il suo forte accento romano. “I portachiavi? Ce ne sono da tre, da cinque, da otto!” urla con la sua bocca rossa. Ma senza alzare la testa, intenta a confezionare un pacco regalo.

In vicoli come quello dei Falegnami, la luce dal cielo nemmeno fa in tempo ad arrivare, inghiottita da secoli di vergogna e umiliazione. E invece appena dietro, in via del Portico d’Ottavia numero uno, un’interminabile coda aspetta impaziente dentro e rassegnata fuori, con gli occhi illuminati verso la porticina di un luogo magico, da cui proviene un aroma incantatore. Nessuno sa come si chiama questa pasticceria, perché all’ingresso c’è solo una targa con gli orari di apertura e di chiusura, e più in alto, sull’uscio, una scritta in ebraico con la stella di David. Lo stesso simbolo che ha decretato la tortura e l’uccisione di poveri innocenti, oggi fa venire l’acquolina in bocca a bambini, donne e uomini, giovani e anziani, che farebbero di tutto per un pezzo di torta o un biscotto appena sfornato. All’interno, un gruppo di tre signorone profumanti di pasta frolla e canditi servono i sopravvissuti alla coda, che arriva fino a via Santa Maria del Pianto; eppure lo fanno un po’ scocciate, senza nemmeno un sorriso, e con sederi che si muovono come delle grandi mongolfiere.




Nella fila chilometrica c’è gente di tutti i tipi: una coppia all’ultima moda, occhiali da sole lui e rossetto brillante lei; una donna ed una ragazzina molto complici tra loro; una coppia di anziani in pompa magna per l’occasione. Tutti però pensano alla stessa cosa: il chiodo fisso del trofeo, portarsi a casa almeno qualcosina: si interrogano a vicenda, chiedono insofferenti ai vicini di fila “ma sarà rimasto qualcosa?”, poi sbuffano. La donna anziana con orecchini di perle chiede alla bambina di sbirciare dentro, per vedere se c’è ancora un po’ di dolciume; la ragazzina torna e accenna a dei biscottini con le mandorle e lei, rugosa fino all’anima ed eccitata come se si trattasse di gioielli rari, risponde frettolosamente “ah, sì sì, sono buoni anche quelli”. E mentre tutti insieme sbavano golosità nell’immaginare quel ben di dio, dopo attese indescrivibili arrivano al bancone per rendersi conto che, sebbene sia soltanto mezzogiorno, è già tutto finito.




L’Olocausto è in tutto il mondo un business da milioni di dollari. Eppure oggi è il giorno della memoria e solo pochi decenni fa, in questo luogo centrale di Roma, è successo l’impossibile. Sabato 16 ottobre 1943. Era l’alba. Un centinaio di soldati tedeschi circondarono il quartiere e catturarono 1022 ebrei, tra cui circa 200 bambini. Furono tutti trasferiti alla stazione ferroviaria Tiburtina, caricati su un convoglio di 18 carri bestiame e trasportati al campo di concentramento di Auschwitz. Solo 17 deportati riuscirono a sopravvivere, tra questi una sola donna e nessun bambino.
Da allora il popolo di Israele ha ottenuto uno Stato tutto per sé, un antisemitismo un po’ meno evidente nel mondo, legittimazione pressoché internazionale ed armi in quantità. È una guerra strana, quella israelo-palestinese, che sembra durare in eterno e non avere vincitori né vinti, ragioni né colpe, latitudini né date.

La Sinagoga al Lungotevere, detta Tempio Maggiore, è una presenza imponente ma non sa di Italia. All’inizio non ci fai caso, te ne rendi conto in parte ammirando le sue spigolature e il suo portamento fiero, ma è solo una volta dentro che lo capisci davvero: quella è la soglia per Israele, che una volta varcata ti acquisisce amorevolmente come se tu fossi un orfano e non te ne fossi mai accorto. È un luogo di preghiera, eppure è anche un museo pieno di oggetti luccicanti. Argenti, tessuti, marmi, calchi, documenti, pergamene. È un libro aperto sulla storia dell’ebraismo, ma è anche un negozio di souvenir, con ben 160 articoli in vendita. È un luogo in cui si custodiscono tesori storici ed artistici di immenso valore, ma è anche un pilastro della cultura e della politica israeliana. Davanti ai grandi cancelli che ne delimitano il confine, danno il benvenuto due grandi cartelli che ritraggono i visi di due ragazzini rapiti da Hamas ed Hezbollah, con lunghe didascalie che raccontano la loro storia facendo odiare i palestinesi e supportare il Governo di Israele.




Oggi la comunità ebraica di Roma è fatta di 14 mila persone, 15 sinagoghe, una scuola ebraica, un ospizio e poi associazioni, centri di attività culturali, gruppi di volontariato. “La vecchia generazione, quella che arriva dritta dalle persecuzioni, si è un po’ allontanata dalla fede, ma da parte dei giovani c’è un ritorno alle origini perché oggi viviamo in un mondo vuoto di valori” mi dice una donna sulla sessantina all’interno della Sinagoga. Capisco che è una personalità lì dentro dal suo sguardo e mi faccio raccontare la storia del Tempio Maggiore. “Esprime tutto l’esibizionismo degli ebrei che riscoprivano la loro libertà e volevano far notare la propria presenza a tutti”, mi dice piena di orgoglio. All’interno, questo edificio è un vero splendore, da togliere il fiato.

Noi non siamo come gli ultra ortodossi”, mi spiega. “Quelli con le treccine, gli ultra ortodossi, loro sono molto rigidi e chiusi in sé stessi. Alcuni di loro non riconoscono nemmeno lo Stato di Israele. Noi invece siamo ebrei ortodossi, moderni, più aperti al mondo circostante. E siamo molto attaccati a Israele”. Le sue labbra fini e socchiuse suggeriscono che forse, di tutto quello che vorrebbe dire, mentre parla questa signora ne dice solo la metà. Poi si sfoga: “oggi viviamo abbastanza bene con la città – certo, ogni tanto qualcuno si sorprende quando dico che Gesù era ebreo – ma anche se a volte facciamo finta di niente, l’antisemitismo esiste. A volte vengono a dipingere svastiche sui muri del quartiere, sono cose che fanno male. Quando andavo a scuola, negli anni Cinquanta, mi capitò anche di essere sputata in faccia e chiamata “sporca ebrea”. Oggi queste cose non succedono, ma siamo sempre e comunque una minoranza. Per questo molti decidono di andare a vivere in Israele: lì magari ti lanciano bombe addosso, ma almeno non sei una minoranza”.

Le chiedo come la comunità ebraica di Roma viva la questione palestinese e a quel punto il suo entusiasmo si inscurisce. “E’ una congiura internazionale contro Israele. I giornali non approfondiscono il tema, perché altrimenti tutti saprebbero che sono i palestinesi a bombardare Israele, un paesino più piccolo del Lazio, mentre gli israeliani a loro non hanno fatto niente. Bisognerebbe studiare la storia, approfondire. Comunque queste sono questioni politiche che non hanno a che fare con la nostra fede. Noi appoggiamo Israele”. Mette il punto su quest’ultima frase e mi fa un sorriso così grande che fino ad allora non avevo immaginato potesse partorire da quella bocca striminzita. Le sorrido anch’io e mi accingo a salutarla.

Lei tiene stretto il suo cappotto color mogano all’altezza della vita e fa due passi in direzione dell’armadio sacro. “Noi crediamo nel Messia. La pace sulla Terra non è ancora arrivata, quindi noi continuiamo ad aspettarlo”.

Già, è nella natura dell’uomo desiderare la pace. E nel frattempo, facciamo la guerra.


fotografie e testo di Valeria Gentile

sabato 23 gennaio 2010

La bellezza del mondo vista da altri occhi: il grande Steve McCurry in mostra a Milano


C’è un’odissea sconosciuta che la bellezza è costretta a percorrere nel nostro corpo dopo l’annuncio degli occhi. Dura pochi istanti, forse meno: è tortuosa, complicata, eppure impalpabile. Noi vediamo il bello e la retina, subito, urla un allarme chiamando in causa l’ stinto e ordinando poi alla pupilla di fissarlo senza distrarsi. Il nostro sguardo si incanta, ghermisce le forme, immagina; improvvisamente comincia a spedire al cuore, attraverso la gola, quella sostanza aerea di cui sono fatti i sogni e che crea languore. La centrale cardiaca, per non compromettere i battiti, getta ovunque le sensazioni ricevute: ai muscoli, nelle vene, nelle nostre zone segrete.

La bellezza, però, non sta ferma; non riesce. Ripercorre allora una strada inversa, portando con sè masse di emozioni, cariche di intensità e stupore. Raggiunge di nuovo il cervello, costringendo l’occhio a non smarrire quanto è riuscito a catturare un secondo fa.

La bellezza è fisica, totalmente affidata alla carne, ma ha bisogno di strade segrete che corrono sotto la nostra pelle per farsi riconoscere. I filosofi hanno raccomandato per secoli di cercarla nello spirito, il mondo contemporaneo vorrebbe scoprirla soltanto sul corpo.

Noi, indipendentemente dall’ epoca che ci ospita, ne abbiamo bisogno come dell’aria e dell’ acqua. Forse perché siamo convinti dell’ eterna verità racchiusa in una frase di Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”.



Armando Torno




Dall'introduzione alla sezione “Bellezza” della mostra di Steve McCurry.
Milano, Palazzo della Ragione, via dei Mercanti 1.
Siete in tempo fino al 31 gennaio per visitare questa grandiosa mostra.




mercoledì 20 gennaio 2010

Una casa nella galleria: la storia di Totò, senzatetto a Firenze


L’aria pungente di fine gennaio tocca le pareti e fa rabbrividire. In alcuni punti la brezza arriva da diverse direzioni e si fa corrente, gelida e indiscreta. Totò ce l’ha un tetto, ma è un tetto che trema. Trema ad orari prestabiliti, quando la piccola stazione ferroviaria delle Cure accoglie, o lascia, qualche vagone di passaggio in questa zona di periferia fiorentina. Non c’è una stazione vera e propria, sulla testa di Totò: non ci sono arrivi, né partenze, cartelloni o avvisi, macchinisti o ferrovieri, né passeggeri, né cani. Il piccolo marciapiede affianca il binario insieme a erbette spontanee e alberi sinistri e tutto, nebbioso d’inverno e afoso d’estate, viene inghiottito dal nulla.
E come quei treni che fanno tremare, nel sottopassaggio, dove la luce del sole non arriva mai a scaldare la vita, tutto è di passaggio. Passanti sbadati con passeggini e passi veloci; ma anche, da qualche parte, passati inghiottiti, dimenticati. Niente è stabile qui, nell’incarnazione architettonica del flusso, dove il tempo sembra ricominciare daccapo ogni giorno e lo spazio si svuota di punti di riferimento.

Eppure Totò se li è creati, lì, con una bussola diversa da tutte le altre, fatta di solidi valori e una rigida morale, rispetto, responsabilità. E un bisogno insaziabile di sentirsi utile nel mondo. Ha per lampadari le luci al neon del sottopassaggio, accese anche la notte; ha per vaso un grande contenitore blu dove ha dedicato, con dei fiori, un ricordo a Nicola, un artista di strada che era diventato suo amico; ha per coinquilini l’intero quartiere, e per quadri dei pezzi di carta attaccati alla parete con poesie di William Blake, Giuseppe Ungaretti, frasi di Madre Teresa di Calcutta, Gandhi, Giulio Cesare, e la canzone dei Beatles che dice “Dimmi che vuoi quel tipo di cose che i soldi non possono comprare… a me non interessa il denaro perché il denaro non può comprare l’amore”. Ha per strumenti di lavoro una cazzuola e un’armonica, per lavandino la fontana appena fuori.

La sua casa ha otto ingressi. Tre alle estremità e due ai lati. Sono entrate, sì, ma sono anche uscite: quello è un luogo da cui si può sempre partire. Sono uscite, ma anche entrate: è un luogo a cui si può sempre ritornare. Questo è ciò che chiamiamo casa. Questo è ciò che Totò chiama “casa nostra”. Ha la cadenza inconfondibile dell’accento palermitano e la fierezza degli isolani. Ha gli occhi scuri, un corpo esile ma forte, gli occhi rossi dal freddo e dal fumo e una bocca senza più denti. Li ha persi sino all’ultimo, sebbene abbia poco più di cinquant’anni, tanta buona salute e forza d’animo da vendere. Ma avere una bocca senza denti, dice Totò, non ostacola minimamente il suonare l’armonica: e quando lui si mette a suonare, quel semplice oggetto diventa uno strumento divino. Ne possiede di cinque tipi diversi, con diverse misure, colori e suoni. E i pochi spiccioli che i passanti del quartiere gli lasciano per suonare così magicamente, Totò li spende in palloncini per i bambini che lo adorano, in fiori freschi per le mamme che gli sorridono, in incensi profumati e detersivi per il sottopassaggio che gli ha dato un lavoro umanamente gratificante. E a volte, quando ragazzi indisciplinati scrivono brutte parole sui meravigliosi disegni che coprono tutte le pareti, Totò va a comprare la vernice e le cancella deluso e disgustato. Perché è questa la sua missione: mantenere e far mantenere l’ambiente pulito e ordinato, civilizzare la sua microsocietà.



Il sottopassaggio di piazza delle Cure è sovrastato per una buona parte dal mercato del quartiere undici: frutta e verdura, abiti e stracci, incensi, chiacchiere e cianfrusaglie. E poco più in là, in una piccola aiuola poco verde, sorge un piccolo monumento in pietra, su cui fu inciso, nel dicembre del 1981, l’appello degli eletti dei gruppi politici nel consiglio di quartiere: “Lottare per la pace / Difendere la pace / Sia impegno sociale e civile / Per ogni cittadino del quartiere / Perché la pace è il bene / Supremo dell’umanità”. Negli ultimi dodici anni, da quando Totò si prende cura del sottopassaggio, della sua igiene e della sua viabilità, i cittadini che devono passarci tutti i giorni si sentono più tranquilli. Il piccolo uomo ha come adottato la comunità intera, passando le serate – quando il traffico è minore - a pulire e vigilare, e le giornate a suonare ed animare. Su una parete ha appeso un cartello su cui ha scritto, con una calligrafia elementare ma leggibile: “Si prega ai signori viaggiatori di biciclette prudenza e attenzione. Grazie”. E quando qualcuna tra le tante persone che lo conoscono, si fermano a parlare con lui, non dimentica di coordinare il traffico di lavoratori e studenti in bici che, arrivando da diramazioni opposte del sottopassaggio, rischierebbero di scontrarsi o di ferire qualcuno; dal punto d’incontro delle diverse entrate, infatti, ha posizionato il suo banchetto e la sua sedia, in posizione strategica per il perfetto controllo della situazione. E la notte, quando tutto è più pericoloso, Totò protegge le ragazze sole dai malintenzionati.



Totò non è un barbone. In realtà basta andare a vedere con i propri occhi il suo atteggiamento per capire che è pieno di dignità, diritti e doveri, e una grande responsabilità sulle spalle, che non gli lascia tempo per sé, proprio come un lavoro a tempo pieno. Autoconferendosi il ruolo di manutentore del sottopassaggio – in tutti i sensi, dato che il suo mestiere, da quando aveva sette anni, è proprio il muratore – lui intende molto più che intonacare, vigilare, pulire e suonare.
Per lui la vera ricchezza, nella vita, non è avere una villa o una macchina costosa: a lui basta avere il sottopassaggio a cui tornare e delle gambe per camminare. Gli basta un’armonica e una cazzuola per le sue opere: perché l’opera viene prima di ogni cosa.

Se credo in Dio?” mi ha detto. “Più Chiesa di così!” ed ho capito. Totò non ha tempo per sentire la messa del parroco, che la dice giusto sopra la sua testa, all’estremo opposto: è troppo occupato a servire il suo prossimo, ad onorare l’umanità, l’ambiente e tutto ciò che gli sta intorno.
Si infastidisce a parlare di uomini in divisa, ma non fa di tutta l’erba un fascio, avendo avuto anche a che fare con poliziotti che gli regalarono ciò che per lui ha un valore inestimabile: lavagnette e gessetti per i bambini.
E dopo aver dato dimostrazione della sua forza battendo le mani tra una flessione e l’altra, e dopo aver richiesto al mondo rispetto e non pietà, se vi capiterà di incontrarlo, tra politica, racconti della Palermo antica e una barzelletta, gli sentirete dire “Io vi voglio aiutare”.



Fotografie di Giovanni Presutti
Testo di Valeria Gentile

sabato 9 gennaio 2010

Webgol e i reportage in pdf: Ondave', diario scomodo dall'India


E' sull'onda di nuove scoperte ed esigenze multimediali, sulla scia di novità editoriali, libri elettronici e kindle, che Antonio Sofi ha dato il via ad una scommessa unica nel suo genere: una collana di reportage scaricabili sottoforma di e-book, con il "marchio di garanzia" Webgol Edizioni.

E così Ondave', con l'avvincente racconto di Enrico Bianda e le straordinarie fotografie di Manuela Ladu che già avevamo seguito a puntate, diventa il primo reportage in pdf, scaricabile gratuitamente. Si evolve, in un batter di ciglia, in un intero documento da linkare, condividere, diffondere, un'emozione da concedersi e poi regalare, soffiare via nella Rete, un piccolo bagaglio di vita vissuta da assaporare e conservare sugli scaffali della propria libreria interiore.


Moschea, Delhi


Ondave' è un viaggio in India senza tempo e senza pretese, un percorso che traduce il vivere on the way, in cammino. E' un dipinto che si imprime nella memoria, in cui il Gange è un "fiume di morti, di escrementi, di batteri, di liquami. Fiume sacro e purulento, come una lunga, inguaribile ferita".


La citazione che segue è tratta dal capitolo sul Tempio delle Scimmie, il Galta di Jaipur.

[...] E’ un post qualcosa questo luogo: vestigia, macerie, abbandono. Poca vita. Qualche frammento visibile di devozione. Guardiani che, più che altro, resistono.
La sera con il tramonto questo luogo trasfigura, appare fluorescente per una magia della luce che unisce la nebbia, i fari gialli che illuminano il centro della valle, le piccole lampade dei templi, la luna che illumina la notte.
Ed una voce, che gracchia come un flusso di coscienza. Una lettura continua, scritture, richiamo: da qualche parte un Sadu legge ad un microfono che amplifica attraverso i palazzi sventrati, la polvere e le urla delle scimmie. [...]


Tempio delle Scimmie, Jaipur


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