martedì 22 dicembre 2009

Storie d'oro e di fango #28: un funerale di serie B

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Ah, che vuol dir morire! Nessuno, nessuno si ricordava più di me, come se non fossi mai esistito.

Luigi Pirandello






Pensate che sia impossibile avere paura della pioggia?
Il trauma che hanno subito i bambini, gli anziani, le donne e gli uomini di queste zone nella notte del primo ottobre li accompagnerà per molto tempo ancora, ad ogni goccia che cadrà dal cielo. Come per i terremotati la terra è dimora del diavolo, per gli alluvionati lo è il cielo, con le sue nuvole e il suo vento e i suoi tuoni di morte.

Fabrizio ha una figlia di due anni e anche se è di Giampilieri Marina, che si adagia lungo la costa, e anche se la sua casa non ha subito gravi danni, non può tornare con la sua famiglia a viverci, perché l’aria ha il sapore malsano del fango e la bambina ha ancora difficoltà a respirarla. Fabrizio, come un po’ tutti qui, mi racconta ciò che ha vissuto non soltanto per aiutarmi a fare chiarezza, ma per un suo profondo bisogno. Per parlare e buttar fuori il dolore. Per espiare l’imprevedibilità della natura, per fare pace con essa e con le sue colpe di uomo.

Quella sera ogni dieci minuti mancava la luce e quando tornava, mostrava le macchine sempre più in alto, su altari neri che si sollevavano a vista d’occhio. “Alle diciannove la coda di auto già partiva dallo svincolo messinese di Tremestieri per arrivare a Giampilieri: eravamo noi che tornavamo da lavoro e cercavamo di tornare nelle nostre case, già isolate telefonicamente... poi alle 19.50 sotto il ponte di Mili è scoppiato l’inferno”. Racconta con precisione quei momenti, pronunciando gli orari esatti con certosina dedizione. Come se ammettere in maniera così efficiente il suo shock potesse esorcizzare, finalmente, tutto il terrore.

Una pioggia dalle dimensioni mai viste. Grandine, gocce enormi d’acqua, fango, fulmini, luce che va e viene. “I soccorsi non si aspettavano quello che poi hanno trovato, una volta percorsa la salita di quattro chilometri al buio e a piedi fino a Giampilieri Superiore. Sono rimasti spiazzati e per un po’, di fronte a una tale quantità di fango, non hanno saputo cosa fare. Si sentivano troppo impotenti” continua Fabrizio.

Poi è arrivato il momento in cui si è finalmente capito cosa era davvero successo. E’ stato all’alba. I canali di scorrimento dell’acqua non si potevano nemmeno più distinguere, i valloni erano pieni e i massi che continuavano a cadere dalla montagna adesso erano visibili in tutta la loro grandezza. Il fango, nel frattempo, aveva superato abbondantemente il metro di altezza, dentro alle camere da letto accarezzava i lampadari e nonostante nessuno ancora lo sapesse, giù al mare arrivavano pezzi di corpi dilaniati.

E’ stato dopo ventiquattro ore che mi sono fermato a pensare, dopo la follia collettiva e la disperazione. E mi sono sentito molto, molto fortunato. Ero vivo, e con me erano vive mia moglie e mia figlia”. All’inizio camminare nel paese era una cosa terribile: si intravedevano zombie che non avevano nemmeno la forza di salutarsi. Si conoscono tutti qui, ma niente. Non un saluto, un gesto di amicizia. Niente. Le persone che prima si mettevano fuori con le sedie a chiacchierare, adesso avevano il vuoto negli occhi e dentro l’anima.




Mi fanno ridere i politici” mi dice Cristiano, volontario della Croce Rossa che si è messo all’opera immediatamente e che da allora non ha smesso di lavorare per la sua gente. “D’Alia si è messo a piangere, Buzzanca si è commosso. Tutti hanno subito pensato a discolparsi. Al primo funerale di Stato, Berlusconi e tutti gli altri erano in prima fila; al secondo, quello dei fratellini di due e sei anni ritrovati dopo tredici giorni, a cento metri dalla loro casa e a trecento metri di profondità, non è venuto nessuno”.

Cristiano è un ragazzone di ventidue anni, quasi un metro e novanta, robusto e muscoloso, eppure ha gli occhi lucidi quando mi racconta del loro ritrovamento, dell’effetto domino che c’è stato sui familiari che si sono sentiti male, del papà dei bimbi sdraiato con lo sguardo perso nel vuoto – aveva già perso sua moglie – e di un pompiere che è svenuto. “Se ne sono andate le televisioni. Se ne sono andati tutti” mi dice. “Si sono dimenticati”.




Ma dopo che certe cose le hai viste con i tuoi occhi, non le puoi dimenticare. Una macchina si è fatta da sola sei chilometri, da Altolia fino al mare. Il fango arrivava fino ai balconi del primo piano e i letti cadevano dalle abitazioni. I cadaveri scendevano nel torrente. Un’esplosione ha rimbombato nella valle come se si fosse in guerra. Una tavola ancora pronta per la cena, con i tortellini nei piatti. E poi fango, e sassi, sassi dappertutto.

Chi si è salvato poteva morire di infarto, o fratturarsi le ossa scivolando sul fango. Operai dentro alle ruspe ribaltate, con femori rotti e spalle lussate.
Pensate ancora che sia impossibile avere paura della pioggia?

Era da troppo tempo che la montagna mandava degli avvertimenti, vedete che io qui non ci posso più stare” fa Cristiano con una smorfia.
Perciò questa tragedia non ha fatto tanto rumore. Troppe dita c’erano, da puntare!





fotografie e testo di Valeria Gentile


venerdì 11 dicembre 2009

Storie d'oro e di fango #27: soluzioni di cemento e oblio

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Non so se tutti hanno capito, Ottobre la tua grande bellezza / nei tini grassi come pance piene prepari mosto e ebbrezza, prepari mosto e ebbrezza / Lungo i miei monti, come uccelli tristi fuggono nubi pazze / lungo i miei monti colorati in rame fumano nubi basse, fumano nubi basse

Francesco Guccini





È passato un mese esatto dal disastro quando il consiglio comunale di Messina ha indetto la prima seduta straordinaria per fare il punto della situazione e discutere sul da farsi. Un mese. Trenta giorni di un ottobre infernale in cui 4 località sulla costa ionica sono andate distrutte, 37 persone sono morte, oltre mille sono sfollate e ancora di più hanno perso tutto. L’orario di inizio del consiglio straordinario era previsto per le 10.30 ma il signor sindaco Buzzanca è arrivato tranquillamente alle 11.25, stringendo mani e baciando guance.
L’argomento è uno solo”, dice. “Una delle tragedie più gravi che Messina abbia avuto dopo il terremoto”. Sono bastati alcuni attimi di raccoglimento per espiare le colpe dei consiglieri, che dopo il minuto di silenzio sono esplosi in un grande applauso.




Non esiste spostare Giampilieri, ti dicono i giampuliroti. Non esiste spostare Molino, ti dicono i mulinoti. Non esiste spostare Altolia, ti rispondono gli altoliesi, noi da qui non ce ne andiamo. Eppure l’unica soluzione che il governo riesce a dare sono affitti temporanei, ipotesi di delocalizzazione dei paesi, promesse di New Town. “Noi qui abbiamo le nostre radici, i nostri ricordi. Lotteremo fino alla fine per la messa in sicurezza della montagna perché sappiamo che se lo volessero potrebbero farlo. Spostare i centri abitati non sarebbe una soluzione, perché tutto il territorio, qui, è lo stesso” mi dice Peppe.

I tempi della ricostruzione sono un tabù, lo svuotamento degli edifici dal fango non è terminato, qualche risposta in via ufficiosa acquieta i dubbi delle persone sugli affitti. Intanto, il Comitato organizza fiaccolate commemorative per confortare la popolazione e sensibilizzare l’opinione pubblica. Le fiaccole, quelle sì, le dà il comune di Messina.

Dario Caroniti è assessore alle politiche della famiglia e mi parla della sua terra con serietà e carisma. “Il disastro di Sarno ha visto cadere in 48 ore 170 mm di pioggia; a Giampilieri ne sono caduti 350 in 2 ore. È chiaro che qualunque prevenzione o tampone fosse stato fatto sui danni dell’alluvione del 2007, sarebbe stato comunque portato via. Rispetto a una tempesta del genere non ci può essere prevenzione” mi dice. Ma un lato positivo in tutto questo, Caroniti lo riesce a trovare: la pioggia è stata circoscritta sulle due vallate di Giampilieri e di Scaletta, per fortuna: avanzando poco più su, le conseguenze sarebbero state molto peggiori, dato che Messina è attraversata da torrenti coperti. Che sarebbero esplosi abbattendo sulla città una catastrofe ancora peggiore.




Il territorio non è difendibile, quindi. Ma il danno potrebbe essere limitato con provvedimenti finora non voluti. E allora di chi è la responsabilità di quanto accaduto? Chi è veramente colpevole? Lo Stato accusa Messina di abusivismo, Messina accusa lo Stato di non stanziare abbastanza fondi, i politici locali si rifanno alle dichiarazioni dei più alti esponenti del governo, accusando intanto anche gli esperti che, la sera prima, avevano lanciato uno stato di allerta meteo che parlava di criticità ordinaria: tutti, in questa storia, si nascondono dietro un dito.

Per ora il Premier fa promesse di risarcimento ma il comune non ha i soldi per anticipare questi fondi stanziati. “Nessuno ci darebbe i soldi necessari per la messa in sicurezza di tutta la Sicilia, perché di questo si tratta” afferma Caroniti. “E l’economia siciliana da sola non può sostenere la spesa, a causa della sua arretratezza, della difficoltà estrema negli spostamenti, dei fondi tagliati al settore dei trasporti. C’è solo un modo per ovviare a tutto questo. La vera alternativa per lo sviluppo, il vero lancio dell’economia siciliana, sarà il ponte sullo Stretto”.




Una cattedrale nel deserto sarebbe quindi la soluzione. Un mostro di cemento di dimensioni colossali, che distrugga uno degli ecosistemi più straordinari del pianeta, che confischi spiagge e terreni a pescatori e contadini, che dia appalti alla mafia e illuda la popolazione di nuovi posti di lavoro già assegnati per la manodopera specializzata dall’estero. Tre chilometri soltanto, che spazzeranno via i lavoratori delle compagnie di navigazione e delle ferrovie. Un ponte che potrà infischiarsene delle leggi della fisica facendo passare contemporaneamente due treni, centinaia di tir, auto e pedoni, lungo una lingua di mare dove i venti e le correnti, ma anche i terremoti e i maremoti, regnano sovrani.

Seduto alla destra del sindaco durante il consiglio straordinario, l’assessore Caroniti ha questa certezza. Buzzanca invece continua a parlare di solidarietà, assistenza, azione. Si riempie la bocca di parole quali vita, rete, identità, sicurezza. E nel suo discorso spara anche sull’Unione Europea.
Lei non ha la statura morale per guidare la nostra città”, gli sputa in faccia l’esponente dell’opposizione Milazzo, ricordando di come la tragedia messinese non sia stata trattata allo stesso modo di quella de L’Aquila.

Mi vengono in mente le parole di un anziano ad Itala, con gli occhi pieni di indignazione e ironia insieme. “Ce la vediamo noi, qua in Sicilia, hanno detto i mafiosi delle nostre amministrazioni locali. Sa, signorina, gli italiani sono intelligenti e scaltri. Ma hanno un difetto: mai sentito parlare di mazzette? Si passano i soldi di mano in mano”...





fotografie e testo di Valeria Gentile

mercoledì 9 dicembre 2009

Storie d'oro e di fango #26: le sedie fredde della scuola elementare

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Un giorno mi troverai / intrappolato sotto la frana / in una supernova di champagne nel cielo

Oasis






Simone Neri aveva ventinove anni, gli occhi vispi e le fossette sul sorriso. Dal primo ottobre ha anche una medaglia d’oro al merito civile e gli è stato intitolato il lungomare di Spinesante a Barcellona Pozzo di Gotto. Era sottocapo di prima classe della Marina e avrebbe compiuto trent’anni il 15 ottobre, ma ha perso la vita per salvare otto persone, accompagnandole sul tetto di una casa. I suoi amici se le ricordano ancora, le sue parole: “Un giorno o l’altro” ripeteva, “questa montagna ci viene addosso”.

Quella sera, mentre l’altezza del fango aumentava anche dentro casa sua, Simone non ha voluto mettersi al riparo, ma dopo l’ottava persona messa in salvo gli è crollata la casa sulla testa, mentre i suoi genitori riportavano gravi ustioni in tutto il corpo per via di una bombola del gas scoppiata. La corrente e il segnale telefonico sono mancati sin dal pomeriggio ma c’è chi ha visto il fuoco e il fumo provenire da quella casa, anche al buio, tra i lamenti della montagna e le grida delle vittime.




Peppe era molto amico di Simone e studia Storia all’Università di Messina. Insieme ad altri amici di Giampilieri ha fondato il Comitato Giovanile Vallata del Piliero, un gruppo di giovani volenterosi al servizio degli sfollati. “L’attenzione mediatica è durata pochissimo perché è passato il messaggio dell’abusivismo, ma queste sono tutte case antichissime o costruite con concessioni edilizie fatte secondo legge” mi dice. Ognuno che incontro qui ha il viso solcato da rughe di rabbia e le vie deserte, in cui tutti hanno vissuto fino a settembre, hanno l’aspetto della desolazione.

Adesso c’è una procedura penale in corso per disastro colposo. “Loro non sono morti” mi sussurra Peppe: “sono stati uccisi. Se tu, Istituzione, sai che c’è questo rischio e non fai nulla per prevenirlo, sei un assassino”.
È già buio, dentro e fuori ognuno di noi, l’odore dell’aria è ancora forte di umido e terra sconvolta. Peppe e i suoi ragazzi di Giampilieri, quelli che non sono scappati, si riuniscono per organizzare i pullman che accompagneranno gli anziani sfollati dagli alberghi ai cimiteri, il primo e il secondo giorno di novembre, per i Santi e per i Morti.
Due entità diverse ma che in situazioni come queste, nei cuori delle persone, coincidono.




La scuola elementare di Giampilieri Superiore è diventata il centro organizzativo dei soccorsi ed è qui che si tengono le riunioni del Comitato Giovanile. I Vigili del Fuoco scandiscono la vita e gli spazi, non sono tristi o nervosi, anzi, portano dei bei sorrisi e parole e assistenza, qualcuno una battuta, sì, ma non è lo stesso. Questo luogo non ha quasi più niente in comune con ciò che era prima, col calore e lo spirito che lo pervadeva, quando a riempirlo erano bambini spensierati.

Adesso è un posto freddo e sporco di fango su ogni metro quadro, in cui gli anziani siedono tutto il giorno su scomode sedie, con gli occhi nel vuoto. Non perché questo paese conservi vita, movimenti e parole, non perché ci sia ancora qualcosa per cui restare, ma solo per evitare di pesare troppo dai parenti o dagli amici che li hanno accolti in casa propria. E allora stanno qui, infreddoliti e soli, a chiacchierare.




Io quando vedevo lo tzunami in televisione mi sembrava fantascienza”, mi dice uno di loro. “Sono state sei ore ininterrotte di pioggia, ma non era pioggia, erano bombe d’acqua!” mi dice un altro. “E’ diverso da quello che è successo a L’Aquila. Con un terremoto ti puoi anche salvare sotto un tavolo o in un angolo della casa che è rimasto integro. Ti possono trovare dentro un armadio, ti possono trovare anche dopo tre giorni. Ma con il fango non c’è scampo! Riempie tutto, ogni piccolo angolino vuoto viene sommerso, da un fango che un momento dopo si è già solidificato”.

Hanno opinioni contrastanti sul lasciare o no per sempre Giampilieri, ma su questo, invece, sembrano essere tutti d’accordo…





fotografie e testo di Valeria Gentile



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lunedì 7 dicembre 2009

Storie d'oro e di fango #25: uno, nessuno, centomila euro di risarcimento

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L'uomo chiese alla montagna di toccare il cielo / La montagna realizzò quel suo desiderio / E quando fu così una nuvola lo sfiorò / in fondo al cuore che malato è / di nostalgia

Mina





Fare a piedi il tratto da Giampilieri Marina a Giampilieri Superiore è come entrare nelle viscere della precarietà umana. Mentre cammini la montagna ti circonda su ogni lato: sotto, destra e sinistra, dietro e davanti, ma soprattutto, imponente, se sollevi la testa è anche sopra di te, in alto. Sono quattro chilometri in salita ed è il tragitto che i Vigili del Fuoco e gli uomini della Protezione Civile e della Croce Rossa hanno dovuto percorrere la notte del primo ottobre, a piedi, al buio e con in spalla le barelle, le pale e gli altri strumenti di soccorso.

Le colate di fango che ora stanno sul ciglio delle strade sembrano fatte di polvere d’oro che brilla al sole, il silenzio avvolge tutto intorno e il cielo ha il colore severo di chi ha visto troppe morti.
Le abitazioni di questa zona sono state costruite secoli fa su di una natura che per lo più dorme, ma che a volte si risveglia. E si risveglia non a caso, ma quando viene stuzzicata.

Negli ultimi quarant’anni l’agricoltura è passata da attività principale a vecchia routine, relegata a svago o passatempo.
Improvvisamente vivere a contatto con la natura è diventato socialmente arretrato: trascurare i terreni è ora segno di emancipazione, così che i proprietari e le amministrazioni hanno accettato di buon grado la terribile deforestazione che ha spogliato i monti del loro collante principale: gli alberi.

Gli incendi dolosi hanno fatto il resto, appiccati per bonificare la terra e coltivare grano, naturalmente inadatto alla montagna. Tutto questo ha provocato un veloce inaridimento del terreno, che è diventato quindi più franoso e particolarmente predisposto al dissesto idrogeologico: ora basta una pioggia un po’ più forte delle altre e l’uomo, con tutto ciò che ha costruito con le sue mani, viene letteralmente spazzato via, giù fino al mare.




Nell’autunno del 2007 una terribile pioggia torrenziale si era già abbattuta su Giampilieri Superiore, senza fare vittime ma arrecando danni insormontabili a diversi esercizi. Il signor Vitale ha 67 anni ed è il falegname del paese. Aveva ricevuto allora la comunicazione ufficiale del comune di Messina che gli assegnava centomila euro di risarcimento. “Ho ancora il documento che lo attesta, ma non ho mai visto nemmeno un euro” mi dice. Ha gli occhi sbarrati e lucidi, parla velocemente e senza pause, come se il fango gli avesse portato via anche quelle.

Avevo diecimila euro di lavori già pronti, da consegnare. Ho perso tutto per la seconda volta, dopo averlo ricostruito con le mie mani dopo il 2007”. La disperazione sorride sulla sua bocca ma lui non si ferma a pensarci, continua il suo sfogo di rabbia e dolore. “Ho la fortuna di avere un figlio sordo di trent’anni, che tra disoccupazione e invalidità aggiunge un altro po’ di soldi alla mia pensione di 480 euro, ma per quanto tempo possiamo durare così? Ricevere i viveri è un’umiliazione, signorina. Non abbiamo più niente, io non sento la forza per reagire una seconda volta dopo soli due anni e anche l’equilibrio familiare si è rotto”.




Queste persone abitano da generazioni in veri e propri luoghi del passato, arroccati sui pendii messinesi dal 1400. E’ evidente che a quei tempi non si poteva parlare di abusivismo edilizio, come invece si è subito mobilitato ad annunciare a reti unificate il capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, pur di alleggerirsi un poco la coscienza. Attraversando il torrente di Scaletta Zanclea, subito dopo i tragici eventi, aveva dichiarato: “Come faccio io a intervenire, se qui si costruisce sul torrente? Come faccio io a combattere l’abusivismo?

Dopo la frana del 2007 la popolazione di Giampilieri aveva ripetutamente richiesto alle autorità la messa in sicurezza della montagna, ma non ha mai ricevuto attenzione. La sera del primo ottobre si è ripetuta la sciagura e questa volta i morti ci sono stati eccome…






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venerdì 4 dicembre 2009

Storie d'oro e di fango #24: Messina non è in Italia

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E frattanto la grande natura incolta s'è insinuata nella loro città, s'è infiltrata dappertutto, nelle loro case, nei loro uffici, in loro stessi. Non si muove, si mantiene ferma in essi, essi vi stan dentro in pieno, la respirano e non la vedono, credono che sia fuori, a venti miglia dalla città. Io la vedo, questa natura, la vedo... So che la sua sottomissione è pigrizia, so ch'essa non ha leggi: quella che scambiano per la sua costanza... Non ha che abitudini, e le può cambiare domani.

Jean-Paul Sartre





Sono partita spinta dall’indignazione per il silenzio. I fatti di Messina dei primi di ottobre non hanno risvegliato nessun sentimento nazionale nelle case degli italiani, come invece era successo per l’Abruzzo. Questione di numeri? Di meridiani e paralleli? Di morti? Di case distrutte?
O di responsabilità?

Mi sono indignata perché i media hanno coperto la questione in modo frettoloso, populistico e superficiale, e solo per un paio di giorni, non di più. Tutti ci siamo resi conto del fatto che Messina non è tanto Italia quanto L’Aquila, ma una volta lì mi sono trovata di fronte ad una questione molto più complessa. Non solo a Milano, a Bologna, a Roma, la gente non ha provato compassione per i messinesi, ma nemmeno a Napoli, nemmeno a Reggio Calabria, nemmeno a Villa San Giovanni, che il disastro l’ha avuto appena di fronte, a distanza di una lingua di mare folle, lunga tre chilometri.




L’ho attraversato, lo Stretto. Tutto d’un fiato, con l’aliscafo partito da Reggio, con il cuore in gola per l’emozione. L’ho attraversato in balia di sensazioni discordanti e altalenanti come le onde del Mediterraneo, tra l’eccitazione di trovarmi dentro un mare di miti e leggende, la consapevolezza di una navigazione ancestrale, l’angoscia di trovarmi di fronte a un’umanità in ginocchio. Ho bevuto il vento dello stretto, ho respirato il profumo pungente che nasce dall’unione di Ionio e Tirreno, ho mosso la testa al ritmo del canto delle sirene.

Ma poi sono arrivata sulla terraferma e ho capito che non solo la tragedia che cercavo non era italiana, ma non era nemmeno siciliana. Peggio, non era nemmeno messinese. Dieci chilometri di distanza o poco più, qui, fanno lo stesso effetto di mille o duemila: questa tragedia è solo di Giampilieri Superiore, solo di Altolia, solo di Scaletta, solo di Itala. Tra l’una e l’altra di loro, silenzio, tra loro e il resto del mondo, il nulla.



La statua di Padre Pio giù a Giampilieri Marina, la stazione ferroviaria, le ringhiere, il lungomare, i campi e poi su fino alla scuola elementare, fino alla falegnameria e al ponte sul torrente. Ogni simbolo di questi luoghi è stato violato dal fango, in un abbraccio nero e diabolico di umido terrore. Vite, miracoli e sacrifici andati in fumo. No, peggio. Perché il fango è viscido, appiccicoso, prima acquoso e poi denso, infine solido e irremovibile come il marmo.

Sassi e pareti, tronchi, muri, scarpe, automobili, cappelli, palloni da calcio, lampadari, soffitte. La montagna si è portata via qualsiasi cosa le piacesse fino al mare, fino allo stretto delle meraviglie.

Lo stretto, con i suoi mostri a tre teste e i suoi coralli neri, che risucchia, insieme ai sogni e le vite delle persone, anche la forza di gravità, la profondità, lo spazio ed il tempo.


Senza che nessuno, per quanto vicino, se ne accorga...




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giovedì 3 dicembre 2009

Storie d'oro e di fango #23: occhi stretti e aguglie belle grosse

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E c'è chi dice che faranno il ponte sullo stretto / se la mafia approverà il progetto


Vincenzo Spampinato





Noi abbiamo altri problemi. Bisogna cominciare da altre cose”. La signora Lina mi racconta delle continue frane e delle voragini che si creano ovunque quando piove, del lungomare e dei lidi a Reggio, dell’inefficienza, del menefreghismo, delle strade non percorribili. Anche lei, come tutti qui, è dell’opinione che l’ombra che il ponte proietterà sull’acqua non farà diminuire i pesci nello stretto, ma è l’unica, tra tutti coloro con cui ho parlato sulla spiaggia di Cannitello, che è espressamente contraria alla sua costruzione.

Berlusconi è molto ambizioso. Se in una zona sismica come questa lui riesce a costruire un ponte, vuol dire che…
Lo dice con un tono sarcastico e non finisce la frase, come a voler rafforzare l’impossibilità di tradurre cotanta onnipotenza, mentre fuma una sigaretta e controlla l’amo della sua canna da pesca. “Il cemento è troppo devastante”, dice. “Ti piange il cuore. Abbiamo dei posti così belli da vedere, e poi ci fanno queste colate di cemento… Io abito in collina, per fortuna. Abitare qui sulla costa è tanto bello e dev’essere terribile vedersi distruggere tutto…


Cannitello, Villa San Giovanni (RC)


La signora Lina il fumo della sigaretta non lo sputa, se lo tiene dentro. Non parla a denti stretti, ma ad occhi stretti, questo sì. Viene qui a pescare aguglie belle grosse e le dispiace fino a un certo punto di tutta questa storia, è un argomento come un altro che la fa indignare e chiacchierare. Eppure è l’unica che ha pronunciato parole come distruggere, terribile, devastante, frana.
Frana. Quella che c’è stata poche settimane fa all’altro capo dello stretto ha ucciso più di trenta persone e quasi cento ne ha ferito, ha spazzato via una decina di centri abitati, e non ha fatto il minimo scalpore. Anzi, è stato solo un pretesto in più per parlare del ponte.

È facile, per noi che osserviamo, per noi che sappiamo che dietro al ponte ci sono interessi sporchi, che non porterà lavoro né progresso, che avrà un prezzo molto più alto dei benefici. È facile, per noi che pensiamo alle indagini sulle infiltrazioni mafiose nella costruzione di questo ponte, cadere nella trappola.

La trappola dello sdegno e della stigmatizzazione di questa gente che il ponte lo vuole, che il ponte lo sogna, con gli occhi che brillano, o peggio, che se ne frega, che sbuffa, che ti dice se lo fanno o no, a me non me ne importa.

Io sono venuta a guardarle negli occhi, queste persone, che sono fruttivendoli e pescatori, operai o nullatenenti, professori o dirigenti. Li ho guardati negli occhi e mi sono chiesta che diritto abbiamo noi di giudicare la loro disperazione, la loro rassegnazione, la loro ingenuità o il loro individualismo. Qui la cultura del sospetto porta le persone a interessarsi solo di ciò che tocca più intimamente, che crea più problemi nel breve termine. Ma noi? Davvero siamo tanto diversi da loro?


Scilla (RC)



Me lo sono chiesta, che diritto abbiamo noi, e poi mi sono risposta. Mi sono risposta tra le strade infangate dei dintorni di Messina su cui la montagna si è abbattuta il primo ottobre, tra le case svuotate dalla lingua viscida del fango, tra gli occhi gonfi di chi non ha più niente. E mi sono risposta che se tutto questo è potuto accadere è proprio per via della disperazione di chi si ingegna per mangiare ogni giorno, della rassegnazione di chi si è rivolto mille volte ai politici per la messa in sicurezza del territorio, dell’ingenuità di chi brucia la montagna per farci crescere un grano migliore, dell’individualismo di chi ha chiesto aiuto e non l’ha ricevuto da nessuno.

Tutto questo in una zona, la punta dello stivale, dove il dissesto idrogeologico è una piaga. È sotto questo genere di terreno che hanno intenzione di scavare 20 km di gallerie ferroviarie, 6 di gallerie autostradali, le fondazioni per 2 km e mezzo di viadotti, e chissà cos’altro. Nello stretto di Messina, il luogo più affascinante e controverso d’Italia, sta accadendo l’impensabile.

Eppure, penso mentre cammino al tramonto tra le stradine di Scilla, meravigliose, fatte di ciottoli in pietra e salsedine, questa gente deve avere una straordinaria e fervida immaginazione, perchè io, un ponte così su uno stretto così, non lo riesco davvero a immaginare…



Scilla (RC)



fotografie e testo di Valeria Gentile


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martedì 1 dicembre 2009

Storie d'oro e di fango #22: l'ombra benedetta

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Una monetina per la Cina / Una per il ponte sullo stretto di Messina / Sperando che il calore della terra siciliana / Possa sciogliere la nebbia fissa in Val Padana

Daniele Silvestri





In queste mattine di ottobre la costa calabrese vede quella siciliana in modo nitido e deciso, e il profumo del mare è così forte che impregna i vestiti fino ai tessuti più interni, stravolgendoli con la sua tempra millenaria. Carmelo si sveglia presto ogni mattina per raggiungere la spiaggia di Cannitello, il luogo in cui è nato e cresciuto e che non cambierebbe con niente al mondo. Si veste di tutto punto per il suo appuntamento giornaliero: anche con una canna da pesca in mano ha il suo bel paio di scarpe, pantalone nero e camicia bianca, elegante come se lo aspettasse una gran festa e non dovesse invece passare tutto il giorno qui, davanti allo stretto.

Qui abbiamo un territorio unico, signorina! E vogliamo parlare del clima? Non c’è da nessun’altra parte, questo clima qui! Al Nord sono razzisti e ci chiamano terroni, ma sono solo invidiosi”. Ha vissuto tanti anni a Torino e Milano per fare l’operaio nelle fabbriche, e ora che la giovinezza lo sta abbandonando è tornato a riabbracciare la sua terra, pieno del vigore e del rancore che ha accumulato da immigrato. “Chi ce l’ha un posto così bello, dove due terre si uniscono? Solo la Calabria. Ma io li odio i calabresi, perché sono contro il ponte. Tutti li ucciderei! Non capiscono niente, non hanno cervello… Questo ponte porterà lavoro a tutti, almeno per dieci anni, nasceranno nuovi locali, pizzerie, i turisti faranno la passeggiata qui… non capiscono quanto valorizzerà questo paese! Non capiscono niente…



Gli chiedo se non lo preoccupa il fatto che l’enorme cantiere distruggerà gran parte di quel suo territorio così bello, ma lui mi risponde più eccitato di prima: “no, non rovinerà l’ambiente, non darà fastidio alla fauna, il ponte mica va nell’acqua! Gli fa ombra, certo. Ma stanno pure meglio, i pesci, all’ombra!” Il suo sorriso è disarmante. Quando pesca, Carmelo immagina quel mastodontico ponte e si emoziona al punto che gli brillano gli occhi. “Io già me lo vedo, sarà bellissimo, sarà uno spettacolo, nessuno ce l’ha una cosa così bella, sarà il più bel ponte e verranno da tutto il mondo solo per vederlo!” Le pupille sembrano scoppiare di gioia sincera, come quella di un bambino davanti al suo giocattolo preferito. “E’ da quando ero piccolo che si sente dire questa cosa, ma nessuno ce l’ha mai fatta. Questo governo, invece, ce la farà!” e, dato il suo entusiasmo, per un attimo mi dimentico che è un governo fatto di quegli stessi “nordici” razzisti che lo hanno fatto sentire emarginato per tutta la vita.

Questo ponte sarà favoloso e non si avvicinerà nemmeno lontanamente ai ponti che già hanno il primato sulla Terra: il ponte sul fiume Tago a Lisbona, il Golden Gate di San Francisco, la Great Belt in Danimarca, l’Akashi Kaikyo in Giappone.
Saranno piccoli in confronto al ponte sullo Stretto di Messina, pari a 33 campi da calcio: una cosa mai vista. Si dice che la lunghezza del filo necessario, un filo da mezzo centimetro, sarà circa due volte la distanza che c’è dalla Terra alla Luna.

I pescatori di Cannitello sembrano vivere da sempre in questo limbo, tra l’attesa morbosa del ponte e il ripetersi ciclico della quotidianità. Eppure, quante e quali saranno le abitazioni che scompariranno, ad oggi non si sa. Il Boccaccio è un grande complesso che comprende bar, ristorante e albergo, sul lungomare che dà su Messina; è a conduzione familiare e anche la figlia del proprietario, giovanissima, non ha dubbi: il ponte porterà ricchezza, lavoro, guadagno. Sono queste le parole chiave più ricorrenti, anche se “è successo altre volte”, mi dice, “che annunciassero una cosa del genere, ma non è mai cambiato niente…

Appena sotto, sulla spiaggia, marito e moglie sono arrivati dalla collina per pescare. “Di solito viene senza di me”, mi dice lei, “ma oggi non mi andava di stare a casa da sola e così sono venuta anch’io”. Mi mostra il pesce argentato che luccica dentro un secchio pieno d’acqua salata, tirandolo fuori ed erigendolo come un trofeo, poi comincia a parlarmi. “Voialtri giovani che andate a crescere, lottate per difendere l’ambiente e il territorio!” mi dice a voce alta, un po’ come fosse un appello, un po’ come se in fondo volesse scaricare su di me una responsabilità che una donna come lei, quasi sessantenne, non vuole accollarsi.

Se lo fanno o non lo fanno, questo ponte, a me…” accenna il marito, mentre gli occhi neri proiettano le sue rughe fino all’orizzonte. “No, ma il ponte non lo faranno qui, lo faranno più in là”, continua lei poggiando i piedi proprio sulla parte dove il progetto preliminare intende installare il pilone calabrese. “Non verrà cancellato il paesino, non verrà distrutto il paesaggio. Mica va nell’acqua, il ponte! Passa sopra, non rovina niente”…





fotografie e testo di Valeria Gentile


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