lunedì 30 novembre 2009

Storie d'oro e di fango #21: spostarsi solo un poco più in là

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Troppi silenzi in quel cemento che già sanguina / Troppe speranze nel mirino che ora luccica

Subsonica




Tutto, cacciano!
Il signor Cordova ha quasi ottant’anni e qui a Cannitello lo rispettano tutti. Ha lavorato prima come geometra per diversi anni e poi come ferroviere negli ultimi 35 anni, su e giù per l’Italia: conosce tutte le stazioni. Adesso è in pensione e fa il pescatore sulla riva calabrese dello Stretto, riflettendo sulla pesca e sulla vita. È il fratello del procuratore Agostino Cordova – di cui nessuno capì mai l’inclinazione politica – che aveva dedicato tutta la sua passione e il suo rigore ad un’indagine sulla loggia P2, sull’Opus Dei e sui legami massonici tra Napoli e Roma, e che per questo è stato emarginato dalla magistratura e accusato di “incompatibilità ambientale”, un reato controverso che lo ha reso nemico e prigioniero dello stato.

Tutto cacciano, fanno sparire tutto da qui, mi dice Cordova, il pescatore dalle sopracciglia folte. Gesticola con mani sottili ed unghie lunghissime, gialle di fumo. Assomiglia così tanto a mio nonno paterno, morto una decina d’anni fa, che mentre mi parla e mi guarda negli occhi mi manca il respiro e taccio, e allora lui riprende con i suoi racconti, più enfatico di prima. “Nel 2002 hanno cominciato a venire i no global per protestare, ma sono solo barboni e morti di fame. Il ponte sarà bellissimo, e molto utile. Per i treni ed i camion, che potranno andare più veloci, ma anche per chi ci andrà a piedi, per i turisti”.

Parla come se già lo vedesse, il ponte. “Si incrementerà il traffico, eccome se si incrementerà. Dobbiamo muoverci velocemente, non si può più aspettare la Caronte!
Mi dice che a costruirlo ci vorranno forse cinque o sei anni. Poi ripete che il ponte è utile, e che magari chi lo sa, un domani potrà anche far aprire industrie, qui sulla costa calabrese, così spoglia e arretrata. Ma no, non sarà mica un cantiere enorme, mi dice, saranno solo dei piloni, saranno solo cento metri, qui, sulla spiaggia, solo per qualche anno




I pescatori di Cannitello possono perdere tutto quello a cui sono abituati sin da piccoli da un momento all’altro ma quando nomino il ponte cadono dalle nuvole. Alcuni immaginano, altri inventano dati di sana pianta, altri ancora non sanno niente e ipotizzano, eccitati. Molti semplicemente se ne infischiano, pescano e fanno sempre la solita vita. Anche la fruttivendola del paesino, che ha un chiosco proprio davanti alla spiaggia, è calma e ottimista. “Il ponte porterà ricchezza, signorina, porterà lavoro”.

Le chiedo che ne sarà del suo chioschetto di frutta e verdura, una volta che qui sarà spazzato via tutto. “Ho fiducia negli indennizzi per l’attività”, mi risponde. “Non vede? Qui non c’è niente. Il ponte magari distruggerà un pochino, ma secondo me c’è la necessità di un’opera del genere. Se qui dovranno radere tutto al suolo, mi sposterò un po’ più in là”. Mi chiedo se la signora ha idea di quanto “più in là” si dovrebbe spostare, ma evito e le domando solo che cosa farebbe se non dovessero risarcire la sua attività o il suo trasferimento. “Eh, ci attacchiamo al tram”, mi risponde lei, con un enorme sorriso...






fotografie e testo di Valeria Gentile


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mercoledì 25 novembre 2009

Storie d'oro e di fango #20: l'ordine e il caos

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Che sfinge di cemento e alluminio ha spaccato loro il cranio e ne ha mangiato cervelli e immaginazione?

Allen Ginsberg




Tra i materiali fabbricati dall’uomo, il più diffuso al mondo è il cemento. Nel solo anno 2008, la sua produzione mondiale ha raggiunto i 2,83 miliardi di tonnellate, che corrispondono a circa 450 kg pro capite. Fino a poco tempo fa non si conosceva esattamente la sua struttura molecolare; poi un gruppo di scienziati ha scoperto qualcosa di sorprendente: la sua resistenza non è dovuta all’ordine, ma al caos. Sono infatti le variazioni casuali delle molecole di cemento che si alternano agli schemi regolari, a rendere possibile il legame con l’acqua e a creare una struttura elastica ma allo stesso tempo robusta.

Anche il ponte sullo Stretto di Messina è retto più dal caos che dall’ordine. Il progetto provvisorio cambia continuamente da oltre trent’anni, con costi che raddoppiano ogni volta: è un progetto che non accenna a concludersi perché si tratta di una costruzione estremamente complessa e ardita, senza precedenti in tutto il mondo. Secondo il progetto attuale costerà 3,88 miliardi di euro e sarà lungo 3.300 metri, con 6 corsie stradali e 2 ferroviarie. Ci passeranno tra i seimila e i novemila automezzi l’ora, più 200 treni al giorno. I cavi che sosterranno il ponte saranno fissati a terra da due enormi blocchi di ancoraggio, uno in Sicilia (a Ganzirri) e uno in Calabria (a Cannitello), e peseranno entrambi circa 700 mila tonnellate.


lo Stretto visto da Scilla (RC)


I due piloni saranno alti 398 metri e poseranno sulle sponde di una delle zone col più alto rischio sismico in Italia, su cui alluvioni e frane distruggono vite e paesi ogni paio d’anni. Eppure il progetto attuale prevede che l'opera resista senza danni strutturali a sollecitazioni sismiche fino a magnitudo 7,1. Cioè ad una situazione identica a quella del disastroso terremoto di Messina e Reggio del 28 dicembre 1908, con epicentro proprio nello Stretto, in cui persero la vita tra le 90 mila e le 120 mila persone e in cui centinaia di edifici furono letteralmente polverizzati.

Alcune relazioni tecnico-urbanistiche sviluppate da studiosi dell’Università di Messina dimostrano che alcuni presupposti del progetto non sussistono e che le previsioni non sono corrette. L’opera così come prevista nel progetto preliminare, secondo le loro analisi, non può integrarsi con il tessuto urbanizzato esistente e l’analisi costi-benefici ha molti punti di debolezza, come ad esempio il fatto che l’impatto occupazionale è notevolmente sovrastimato.


Peppe Marra, veterano del movimento No Ponte di Reggio Calabria


Il movimento No Ponte è nato all’inizio degli anni Ottanta da un’élite di ambientalisti, a cui poi si sono uniti comitati locali, gruppi militanti e partiti politici che hanno spostato la tematica dal livello locale al livello nazionale. Poi, nel 2006, il movimento No Ponte e quello No Tav si sono gemellati, dando vita ad un corteo che ha raggiunto i diecimila partecipanti.
Un gemellaggio che unisce l’Italia ogni anno di più, dallo Stretto di Messina alla Val di Susa, e che lotta contro il progetto governativo di riempire l'Italia di cemento in modo indiscriminato.

Milena ha 28 anni ed è estetista. È di Villa San Giovanni, il comune al confine con Reggio Calabria su cui sarà impiantato il pilone calabrese: precisamente nella sua frazione, Cannitello. Ci diamo appuntamento in una caldissima mattina di ottobre durante la fiera della decrescita, al Centro Sociale di Gallico in cui si riunisce il movimento No Ponte, di cui lei fa parte da anni e che unisce organizzazioni quali WWF, Lega Ambiente, Italia Nostra, LIPU, molti settori di sinistra e alcuni di destra.

Qui però, mi racconta Milena, non ci può essere collaborazione tra forze politiche opposte, anche se si vuole raggiungere lo stesso obiettivo. “Persino Forza Nuova qui è contraria al ponte” mi spiega, “ma a volte vengono qui da noi, durante la notte, e compiono atti vandalici di intimidazione”. I suoi ricci risaltano le fossette del sorriso, ogni tanto scherza con i più anziani, i veterani nopontisti. Il sole è talmente caldo che attivisti e coltivatori diretti decidono di fare una lunga tavolata e apparecchiarla con i cibi biologici della fiera, mentre due ragazzi, nelle cucine del centro - occupato illegalmente poiché abbandonato - preparano zuppe, frittate e verdure grigliate.

Tutto è eccessivo, qui, i colori, gli accenti, gli scherzi e persino i sapori. Mentre penso al disastro che cadrebbe su queste terre se il ponte venisse costruito davvero, mi incanto a guardare i sorrisi e la vitalità di queste persone. Sono nate in un luogo contraddittorio e precario, in cui la società civile è in bilico tra comunione e delinquenza, eppure riescono ad essere felici. Come pochi, dove tutto funziona meglio, riescono a fare.




fotografie e testo di Valeria Gentile


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domenica 22 novembre 2009

Storie d'oro e di fango #19: le vite confiscate

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Qual ponte, muti chiedemmo, qual ponte abbiamo noi gettato sull'infinito, che tutto ci appare ombra di eternità? A quale sogno levammo la nostalgia della nostra bellezza?

Dino Campana




Mai. Ascoltami bene. Questo ponte non lo faranno mai”.
È Diego Festa, guida ambientale escursionistica del Parco Nazionale dell'Aspromonte, in Calabria. Le sue parole scandiscono il tramonto mentre mi accompagna negli anfratti più intimi della sua cara Costa Viola, le sfumature del mare si uniscono in un filo luminoso a quelle delle nuvole, color arancio lava. Mi racconta u Strittu, la sua storia, la geologia, la fauna. Le sue correnti vorticose e il suo temperamento guerriero, il suo essere paradiso degli zoologi e inferno dei navigatori.

Il vento, qui, è una presenza umida e vividissima. Sembra essere lui a spifferare i colori alle cose, come un pennello animato sulla tavolozza che unisce lo Ionio al Tirreno: ogni cosa che tocca si riaccende di vita, compresi i cumuli bianco latte che si accomodano sulle pendici di monti e colline. Diego mi porta sulle terre estreme di Santa Trada, nel comune di Villa San Giovanni, a vedere le ombre malinconiche di Panarea e Stromboli in lontananza. D’un tratto, il piacere per quella fervida bellezza è così forte che no, penso, questo ponte non lo faranno mai.




Lo Stretto di Messina è un concentrato di contraddizioni e biodiversità, un insieme perfetto di opposti, uno straordinario universo in miniatura. Quando sul versante tirrenico c’è bassa marea, su quello ionico c’è alta marea e viceversa. Tra correnti e dislivelli, le acque si rimescolano da un bacino all’altro, leggere e pesanti, più dense e meno dense, avverando il miracolo dei contrasti eterni che tengono in piedi il mondo sin dall’inizio di ogni cosa. Acque che scorrono, acque che fluiscono, poi vorticano, piroettano, infine si abbracciano, diventano una cosa sola, ma senza unirsi mai. Le coste di Calabria e Sicilia ammirano lo spettacolo, mute, quasi invisibili sul palcoscenico mediterraneo.

E’ qui che Romina è cresciuta e vive insieme alla sua famiglia, mangiando i frutti dell’orto che coltivano con tanta dedizione. Ha ventisette anni e ha vinto un dottorato in storia dell’integrazione europea e del federalismo, ma i suoi studi e la sua cultura non l’hanno mai allontanata dalla terra, dalla fatica, dai semi e dai frutti. Forse, però, qualcos’altro lo farà presto.
Quest’area è destinata ai cantieri” mi dice. “Da Lamezia in giù è tutto un mosaico di lavori in corso da tanti anni, che spacciano per riqualificazione dell’autostrada ma in realtà non sono altro che i raccordi funzionali alla struttura del ponte. Montagne intere sono state sequestrate, gallerie sono state spostate, numerosi terreni sono da confiscare. Tra questi c’è il mio”.

Romina ha molti bracciali ai polsi, ed i capelli corti. Mentre mi racconta del triste destino della sua casa e dei suoi orti, dell’angoscia e dell’attesa, io vedo nei suoi occhi le scene di vita familiare che le passano in mente, risate e giochi e abbracci, di un passato che gli è stato rubato ancora prima di diventarlo. Le chiedo da quanto tempo stiano già facendo questi lavori per il ponte ma lei mi risponde che “è come se ci fosse stato un cantiere latente in questa zona da sempre. Non mi ricordo un periodo in cui non se n’è parlato, nemmeno durante la mia infanzia. Indipendentemente dal colore politico c’è sempre stato qualcuno disposto a tutto questo, disposto a chiudere un occhio”.

La sua voce non trema. Eppure ciò che sento di lei non è rassegnazione, ma determinazione. Le cose stanno così, lo spiega pacatamente. “In termini economici, gli interessi comuni sono quasi nulli. È il bacino elettorale, che conta. La ricchezza che ne verrà non riguarderà la gente, ma le grandi imprese. E la mafia”. I raggi del sole, che qui è caldo anche ad ottobre, scandiscono la fermezza delle sue parole. “L’unico a guadagnarci è il sistema malavitoso”.

In una realtà in cui è fortunato chi è precario, le soluzioni che rientrano nell’immaginario collettivo sono quelle di cemento. Niente sostenibilità, niente eco-compatibilità, niente bene comune. Questo ponte unirà le due cosche mafiose più potenti del mondo. Il governo rafforzerà il suo bacino di utenza. I padri di famiglia penseranno che se stanno aprendo un cantiere, sarà pane per i loro figli.
Nel frattempo si continuano a fare concessioni edilizie su terreni che, si sa, verranno confiscati: per i piloni del ponte, per le strade su cui passeranno i camion, per usarne la terra, o per farne delle discariche.
Alcuni, si dice, verranno confiscati solo per rivenderli a prezzo maggiorato.

Non abbiamo mai ricevuto comunicazioni ufficiali. Ci snobbano, ci fanno vivere nell’incertezza e nella paura. Io, ad esempio, ho sentito che sul mio terreno ci faranno la casetta per il pedaggio”. Le scappa una risata. “Se mi garantiscono il posto da bigliettaia, glielo do”.
Equo indennizzo, lo chiamano per legge. Ma quanto possono valere questi soldi, a confronto con gli anni, i giorni, le ore dedicate a questa terra? A confronto con un futuro segnato dal rumore di un traffico incessante di tir, auto e treni che passano sopra la propria testa?

I miei ulivi, la mia vigna, le mie verdure di stagione, i miei alberi da frutto. In termini umani queste cose non hanno prezzo...





fotografie e testo di Valeria Gentile


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venerdì 20 novembre 2009

Storie d'oro e di fango #18: la grande opera millenaria





Per i governanti del nostro tempo diventa sempre più difficile passare alla storia. Non si possono conquistare imperi; non si può andare in battaglia per la salvezza del proprio Dio; non si possono liberare gli schiavi; non si possono scoprire nuovi mondi”.

Ida Magli



Il Ponte sullo Stretto di Messina sarà la più straordinaria opera di ingegneria civile di tutti i tempi, la seconda impresa più grande dopo il viaggio sulla Luna. Cambierà la mentalità, cambierà la cultura, cambieranno i pensieri dei siciliani, le loro giornate, i loro orizzonti e i loro sogni. Sarà uno spettacolo per gli occhi e per lo spirito, i turisti verranno da tutto il mondo per ammirarlo, sulla passerella per i pedoni che si affaccerà su questo mare da favola.




Calabria e Sicilia si guardano da tempo immemore con occhi d’amore e d’odio, di pregiudizio e di speranza, curiosità e sospetto. Non credete a chi vi dice che del Ponte si parla dai tempi di Garibaldi: gli antichi Romani già progettavano ponti improvvisati e temporanei, fatti di navi e botti, come quello costruito intorno al 250 a.C. per far passare le truppe ed i 140 elefanti catturati ai Cartaginesi. A quei tempi le due coste erano più vicine: si allontanano di centimetro in centimetro ogni anno.

Ponti sospesi, ponti di barche, ponti isola, ponti subacquei. Gallerie sottomarine, allacciamenti creativi, sottopassaggi e risalite, campate e tubi d’acciaio, piloni, scavalcamenti. Nessun progetto ebbe mai seguito, perché le condizioni ambientali nell’area dello Stretto sono caratterizzate da fondali profondi ed irregolari, elevata sismicità, correnti marine e venti fortissimi, ed ogni ricerca fatta da esperti e studiosi ha sempre troncato le speranze dei “propontisti”.

L’alternativa al ponte è il nulla” mi dice Aldo, professore di estimo in uno degli istituti superiori di Reggio Calabria. “Silvio Berlusconi vuole essere ricordato, come tutti i grandi statisti, per una grande opera. È evidente che la spesa è superiore ai vantaggi, che il beneficio non vale il prezzo ipotizzato per costruirlo, nonostante questo sia notevolmente sottostimato, ma l’impulso economico è grande e i cantieri daranno lavoro a tantissime persone”.




Ogni giorno centinaia di studenti calabresi viaggiano con le ferrovie e le compagnie di navigazione per frequentare le facoltà messinesi di economia, scienze politiche, giurisprudenza, scienze della formazione, medicina, ingegneria. Gli studenti messinesi che studiano architettura a Reggio fanno il percorso inverso, cavalcando le stesse onde, respirando lo stesso profumo di vernice e salsedine. Sono i pendolari dello Stretto. I veri abitanti di queste vicissitudini politiche, che ormai sbadigliano a sentirne parlare.

Sopra i flutti o sotto i flutti la Sicilia sia unita al Continente”, diceva il Presidente del Consiglio nei primissimi anni del Novecento. Giuseppe Zanardelli aveva grandi baffi e una fronte spaziosa, e credeva fermamente nell'opportunità di un'opera fissa tra le due coste. “Il ponte si farà entro il ‘94” disse poi il Ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, Claudio Signorile. Era il 1982. “Il ponte sarà presto fatto”, aggiunse Craxi nel 1985. Anche il Presidente Romano Prodi diceva che il ponte era una priorità e che i lavori sarebbero stati ultimati nel 1996.

Nel 2005, poi, durante il governo Berlusconi, Impregilo S.p.A. ha vinto la gara d'appalto come contraente generale per la costruzione del ponte, nonostante gli studi continuassero a valutare come elevatissimo l’impatto ambientale sullo stretto – e nello stesso anno la Direzione Investigativa Antimafia ha avviato un’inchiesta in quanto Cosa nostra starebbe interferendo sulla realizzazione del ponte.

Nel 2007 Prodi cambia idea e fa fermare tutto. Finché oggi, dopo millenni di battibecchi e proposte, il Cavaliere ce l’ha quasi fatta. Ci siamo. “Entro il 2010 i lavori partiranno, e si concluderanno entro il 2016”…




fotografie e testo di Valeria Gentile


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martedì 17 novembre 2009

Storie d'oro e di fango #17: lo stretto delle meraviglie

[Altri Occhi continua a raccontarvi le Storie d'oro e di fango dall'Italia che crolla sotto il peso di inefficienza, abusivismo e corruzione. Dopo sei mesi dal terremoto in Abruzzo, l'alluvione di Messina meritava di essere documentata. Da lì, appassionatamente.]




La natura è vita che dorme, diceva il filosofo tedesco Schelling. E’ una vita capricciosa e imprevedibile che alterna il sonno e la veglia come i petali di una grande girandola, destra e poi sinistra, corsa e poi di nuovo quiete, apertura e chiusura, dolcezza e durezza, follia, poi saggezza. Un costante ciclo che non si stanca mai e non conosce mezze misure, e anche quando sembra essersi stabilizzato rispetto agli ottusi umani canoni di equilibrio, sorprende con il suo occhiolino di gioia estrema e pianto, prosperità e morte.

Lo Stretto di Messina è al centro di tutto questo da secoli. Qui hanno preso dimora sin dall’alba dei tempi gli dei più temibili e le ninfe più belle, i più grandiosi uomini illuminati e i più sleali tra loro. Tutto è eccessivo, qui, compresa la bellezza. La meraviglia di questi luoghi è faticosa da sopportare per chi non vi è abituato: ogni cosa sembra decidere per sé forme e colori secondo un criterio unico al mondo, in una concentrazione di carnosa umanità e natura indomabile che non conosce limiti.



Scilla (RC)


Le coste di Calabria e Sicilia si inseguono da Reggio e Tremestieri, facendosi la corte tra Gallico e Messina, mandandosi un bacio da Villa San Giovanni a Sant’Agata, fino a morire di desiderio tra Cannitello e Torre Faro, salpando per chissà dove tra Scilla e Cariddi.
Colei che risucchia e colei che dilania. Una leggenda che dura da millenni e che ha riempito intere pagine di epica, diari di navigazione, preghiere e scongiuri. Le creature femminili che impersonificano le terribili correnti e gli spietati vortici che si formano a Punto Pizzo e Capo Peloro. Creature che vivono tra il fondale a seicento chilometri di profondità e la superficie, ingoiando e rivomitando il mare e le barche che lì passano.


Lo stretto di Messina visto da Scilla


Attraversare lo stretto ti toglie il fiato, come se dovessi varcare un’apertura nel tempo, invisibile a occhio nudo, fatta di attimi e gocce di Mediterraneo.
I centri abitati di Messina e dintorni si arrampicano da secoli su monti addormentati, colline assonnate e dirupi in dormiveglia: “a muntagna” che si è risvegliata il primo ottobre scorso e che, accarezzata dalla pioggia, si è riversata nelle case di Giampilieri, Altolia, Molino, Itala, Scaletta Zanclea, Briga e altri centri più piccoli, devastando in un nero abbraccio di fango tutto ciò che ha incontrato nel suo cammino.

Dopo le nove, quella sera, nessuna casa nel tragitto del fango ha più resistito e un grande boato ha dilaniato la montagna che le circondava, scaraventando enormi massi, tronchi, intere pareti di edifici, automobili, fiumi d'acqua e terra verso il mare, bello e gelido di oscurità. Ancora oggi ci sono case che devono essere svuotate dal fango e i paesi hanno l’aspetto tetro della desolazione.

L’odore di salsedine sulle navi della Caronte, la compagnia di navigazione che unisce le due coste, calabrese e siciliana, di sera si fa più intenso. Il cielo si colora di rosso e viola, cadenze millenarie escono dalle bocche dei marinai e qualcuno, sulla spiaggia che guarda in faccia questo stretto delle meraviglie, con la canna da pesca e tanta fantasia immagina un enorme ponte di ferro a salvare quest’isola, benedetta e maledetta insieme…



Lo stretto di Messina: in primo piano Reggio Calabria, con Messina dietro la lingua di mare



fotografie e testo di Valeria Gentile



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lunedì 2 novembre 2009

La città delle cento chiese: Aversa amata e maledetta



[Sono felice di ospitare la penna di Paolo Esposito, caro amico e giornalista impegnato che ha scritto questo piccolo reportage per Altri Occhi. Da Aversa con affetto. Foto di Valeria Gentile]


Riscopri la tua città un bel mattino d’autunno, quando meno te lo aspetti. Hai imparato dalla tua terra a non abituarti mai abbastanza, a non assuefarti ad uno stato di cose che non rientra nella normalità. E così ti addentri nei meandri del centro storico, alzi gli occhi al cielo, osservi i volti dei passanti e respiri l’aria di casa tua, tutto come se fosse la prima volta. Ti chiedi se qualcosa cambierà e se faresti mai crescere i tuoi figli in questa terra amata ma maledetta.
Siamo ad Aversa, a metà strada tra Napoli e Caserta, al centro dell'agglomerato urbano che raggruppa la ventina di comuni dell'agro aversano. Terre senza identità in cui sopravvivono macerie normanne e memorie rurali, ma dove non c’è differenza tra legalità e illegalità.

Anche qui siamo in terra di camorra. Qui però non si spara, non si spaccia. Non siamo a Scampia o nei quartieri del centro storico di Napoli costellati da numerosi clan di continuo in lotta per stabilire il proprio controllo. Qui la camorra è così radicata nella mentalità della gente che diventa ordinaria. E’ la camorra che fa affari, che si insinua negli appalti, che si veste in giacca e cravatta e diventa imprenditoriale, che si confonde con la politica locale, che gestisce, coordina, decide e spartisce. E’ la camorra che manda i propri figli a studiare nelle migliori università e che si professionalizza.
Ma è anche la camorra che inquina casa propria accecata dal soldo facile, disseminando la propria terra di discariche, importando rifiuti tossici dalle industrie dell’opulento nordest italiano e continuando a fare affari sui rifiuti.

Un territorio, questo, agli ultimi posti in Europa per qualità della vita. Una colata di cemento che stringe Napoli in una morsa: tra discariche illegali, paesi anonimi cresciuti abusivamente, anno dopo anno. Eppure si vive come se tutto andasse bene: in fondo puoi passeggiare liberamente per strada senza che ti accada nulla, lasciare persino l'auto aperta di notte senza che ti venga rubata. Di chiesa in chiesa, Aversa, con i suoi mille anni e più di storia ha un patrimonio prestigioso, tanto che il suo centro storico è uno dei più estesi dell’Italia meridionale.

Cattedrale di San Paolo, Aversa

Aversa è la città delle cento chiese. Qui la Diocesi è una delle più ricche d’Italia ed ha una lunga storia legata alla nascita stessa della città, che fu la prima contea normanna. Dalla cattedrale di San Paolo, con il suo splendido deambulatorio romanico e la sua maestosa cupola ottagonale, alla stupenda chiesa barocca di San Francesco delle Monache, ci inoltriamo nei vicoli antichi di una città che ha dato i natali a famosi musicisti: Domenico Cimarosa, Niccolò Jommelli e Gaetano Andreozzi. E ai prodotti tipici campani più ambiti, come la mozzarella di bufala ed il vino Asprinio. Una città che ti avvolge, che ti accoglie e che si lascia osservare, ma che ha perso da tempo immemore il desiderio di riscatto, la capacità di indignarsi, di scendere in strada, di denunciare.




testo di Paolo Esposito
fotoreportage di Valeria Gentile