lunedì 26 ottobre 2009

Spazzatour, l'emergenza rifiuti un anno dopo: la munnezza è oro


La pioggia di quest'ottobre è più quieta e gentile rispetto alle altre piogge, perchè si posa leggera sulla terra e dona colori pastello su valli e colline, portando con sè l'autunno e i suoi forti colori. Nelle campagne intorno a Napoli, invece, ogni goccia di pioggia è un delitto annunciato.
Il percolato è un liquido inquinante che si forma quando l'acqua incontra i rifiuti. Questo liquido è ulteriormente pericoloso quando nasce dal contatto dell'acqua con rifiuti già tossici, uniti ad altri sia urbani che industriali, non differenziati, accorpati in finte ecoballe stoccate senza nessun controllo.

A un anno dalla tanto acclamata "fine" dell'emergenza rifiuti a Napoli, sono andata a vedere se è vero che il problema è stato risolto, e come. Avrei voluto vedere impegno e coerenza, promesse mantenute, ordine e rispetto per l'ambiente e i cittadini, controlli seri, procedure a norma, cooperazione e trasparenza. Il repentino sgombero di tonnellate di rifiuti dai centri abitati di cui il governo si è tanto vantato c'è stato, ma in minima parte. E' evidente che il centro di Napoli sia stato ripulito e che la gente possa finalmente dimenticare l'incubo delle strade in fiamme dell'anno scorso, quando si bruciavano montagne di spazzatura davanti ad ogni casa per disperazione. Ma la verità è che non solo il problema della gestione illegale dei rifiuti non è stato risolto, ma è di gran lunga peggiorato. Essendosi spostato dalle città alle campagne ha assunto le dimensioni di un disastro epocale.


il dottor Giuseppe Comella, oncologo, mi racconta di come vengono effettuati gli studi scientifici per nascondere l'altissimo tasso di tumori tra le donne in questa zona della Campania


La Campania felix possiede le contrade più fertili del Mediterraneo, dove la fecondità della terra permette all'uomo di produrre ed esportare innumerevoli prodotti con marchio IGP, DOP, DOC, IGT, ecc. In tutta la regione la Superficie Agraria Utilizzata è pari al 43,27% e nella sola provincia di Caserta 40 mila aziende agricole lavorano 107 mila ettari di terreno. I prodotti che qui nascono, famosi in tutto il mondo per la loro ottima qualità, vanno dai vini alla mozzarella di bufala, dall'olio alle castagne e ancora mele, ciliegie, fragole, nettarine.

E' qui che termina la folle corsa dei rifiuti tossici che partono dalle grandi industrie del nord Italia. In questo paradiso vengono violate ogni giorno leggi italiane ed europee, con lo sversamento illegale continuo dei veleni industriali che percorrono le rotte dei trafficanti di rifiuti. Uno di questi è Gaetano Vassallo, camorrista pentito - che negli ultimi vent'anni è stato arrestato tre volte - che sta collaborando con la magistratura e sta svelando i più tetri segreti dell'ecomafia. Vassallo ha dimostrato che molti grandi edifici - come il Centro Commerciale Campania - hanno fatto da coperchio a enormi discariche illegali di rifiuti speciali e ha fatto nomi e cognomi di criminali, parlamentari, sindaci e funzionari, forze dell'ordine, commissari, architetti e ingegneri, imprenditori, medici e veterinari che da vent'anni a questa parte contribuiscono allo sfacelo di questi territori e della sua popolazione. Un altro pentito, cugino del boss Francesco Bidognetti, ha raccontato che le voragini lasciate dagli scavi per i cantieri delle grandi opere vengono colmate con i detriti tossici provenienti dal Nord, coprendo il tutto spesso con stalle e pascoli.


Discariche abusive a cielo aperto di Casaluce (CE)


Ci vuole coraggio a chiamarla emergenza. Questo è un sistema del tutto ordinario che ha utilizzato il caso mediatico della primavera 2008 come pretesto per la legalizzazione del meccanismo camorristico. Entro il 31 dicembre 2009 si prevede la nomina a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all'emergenza rifiuti del capo della Protezione civile Guido Bertolaso. La sua giustificazione a tutto questo è stata un'ammissione di colpa: "Ci siamo comportati come chi non rispetta il rosso per trasportare all'ospedale un moribondo". Se poi per salvarne uno - cioè l'azienda che ha avuto l'appalto - si distrugge un'intera regione, poco importa.

Impregilo, i cui dirigenti sono stati chiamati "veri eroi" da Berlusconi, è la prima concessionaria per la gestione dei rifiuti in Italia e tra le prime in Europa, nonchè responsabile operativa per la TAV, il ponte sullo stretto di Messina, il Mose di Venezia e altri scempi come l'ospedale San Salvatore a L'Aquila, crollato il 6 aprile ed inagibile al 90%. E'sotto processo da un anno per disastro ambientale, truffa a danno dello Stato e falso ideologico ma le ultime leggi del Cavaliere sulla prescrizione mettono i bastoni tra le ruote anche a questo caso, essendo il sostenitore numero uno dell'azienda e di Bertolaso, che ha già pieni poteri nello smaltimento dei rifiuti. Non è un caso che quest'ultimo abbia chiamato "traditori della patria" i cittadini che si sono uniti in comitati per divulgare la verità sulle discariche, nonchè Roberto Saviano.

I reati più comuni della Impregilo vanno dallo sforamento quotidiano della massima percentuale di diossina e altre sostanze nocive consentita dalla legge, lo stoccaggio di "ecoballe" piene di rifiuti tossici - idrocarburi, cromo, piombo, ecc - e l'impedimento della raccolta differenziata. Il perchè è semplice: lucrare.

Non solo la Impregilo conserva i rifiuti come garanzia per le banche da cui prendei prestiti, ma c'è anche una questione più scottante. Il contributo Cip6 è previsto dall'ordinanza Napolitano 2774 del '98 e consiste in un incentivo all'incenerimento dei rifiuti prodotti. Questo significa che, per ottenere enormi profitti, la Impregilo ha impedito la raccolta differenziata e la creazione di impianti per il recupero della materia, accumulando tutti insieme i rifiuti "tal quali" - cioè nè differenziati nè tritovagliati, ma tenuti così come sono - in costose discariche, in modo da trarre esorbitanti profitti da ogni "ecoballa" bruciata, cioè da ogni tonnellata, che gli viene pagata circa 180 euro dallo Stato. Che poi siamo noi.


Camminare tra le discariche abusive in Campania è un'esperienza disarmante. Lì per lì, a fare la gincana tra i rifiuti ingombranti e altre centinaia di migliaia di oggetti piccoli, medi e grandi, coloratissimi e perfettamente riconoscibili, non ci si sente tristi. A fare la conta dei materassi e dei copertoni, delle montagne di cartone vicine a montagne di amianto, dei pupazzetti di plastica e dei vestiti, lì per lì non ci si sente indignati, nè furiosi o rassegnati. A concentrarsi sulla respirazione per non farsi sopraffare dal tanfo acre e potente dell'aria, non ci si sente scoraggiati o agguerriti, nè disperati o spaventati. Tutto questo fa parte di un'esperienza semplicemente alienante, che ti toglie fino all'ultima goccia di dignità umana e per qualche attimo ti risucchia anche le facoltà mentali.

A Casaluce si possono ammirare diverse di queste discariche abusive a cielo aperto, la più sconvolgente delle quali si estende lungo le sponde dei Regi Lagni, canali che raccolgono acqua piovana per oltre 56 km e che vanno a finire al mare, estendendosi lungo 110 mila ettari pianeggianti dalle grandi qualità agrarie. Inutile dire quanto percolato arrivi quindi a queste zone e poi nel mare, una volta terminato questo percorso mortifero.


Discarica abusiva a cielo aperto lungo i Regi Lagni di Casaluce (CE)


Le discariche autorizzate dal Consiglio dei Ministri, invece, sono estremamente militarizzate e ovunque si leggono cartelli che dicono "Sito di interesse strategico nazionale" e ricordano installazioni di guerra. La legge vieta ai cittadini di controllare gli impianti per la gestione dei rifiuti e persino di manifestare pacificamente contro l'attuale gestione Impregilo: ai curiosi vengono riservati dai 3 ai 6 anni di reclusione.

Taverna del Re nel comune di Giugliano (NA) è stata pensata solo per rifiuti urbani ma come tutte le altre vi nasconde, sotto, quelli industriali. Ha un'estensione di "ecoballe" pari alle piramidi, su un'enorme area militarizzata che si vede anche dal satellite.
Come in ogni discarica della zona, i cani e gli uccelli si aggirano indisturbati tra i rifiuti per poi spostarsi nei campi coltivati appena accanto, infettando tutto ciò che incontrano nel loro vagabondaggio. La contaminazione biologica e la pericolosità dal punto di vista epidemiologico della presenza di una discarica di materiale indifferenziato è accentuata dai flussi migratori della fauna selvatica.

Ma lo spettacolo più desolante l'ho potuto vedere a Ferrandelle e Maruzzella, tra i comuni di Casal di Principe, Santa Maria La Fossa e Grazzanise (CE). Il primo ha un sito di stoccaggio con un milione di tonnellate di rifiuti urbani e tossici gestiti in modo illegale, cioè tenuti nei sacchi così come sono stati raccolti dalle strade, nè triturati nè imballati. Di conseguenza, capita spesso che col tempo gli involucri di plastica vengano aperti dal vento, dalla pioggia o dai gabbiani, che vivono in stormi cibandosi dei rifiuti contaminati dal percolato - a dimostrazione del fatto che l'umido non viene diviso dal secco.


Discarica militarizzata di Maruzzella nel comune di San Tammaro (CE)


Il mio viaggio è finito presto, lungo la strada provinciale 162, che viene chiamata "asse mediano" o "superstrada della morte", i cui pilastri sono serviti alla camorra per rintombare altri rifiuti pericolosi. La terra dei fuochi, chiamata così per via dei numerosi incendi dolosi con cui vengono bruciati rifiuti un po' ovunque, è la patria dei Casalesi - il più forte clan camorristico che qui regna indisturbato. A causa della loro influenza sul territorio, i medici falsificano i risultati delle analisi sulle percentuali in aumento di tumori; a causa loro, quando le bufale sopravvivono alle malattie gravissime che stanno colpendo interi allevamenti, a volte vengono infettate di proposito con lo scopo di ricevere i rimborsi pubblici per gli abbattimenti. Ultimamente le bufale abbattute vengono sostituite da capi a basso costo importati dalla Romania. Chiunque cerchi di denunciare tutto questo non viene aiutato nemmeno dalla giustizia, che accusa chiunque ci provi di "rompere gli equilibri".

La popolazione campana, che ha il più elevato tasso di mortalità per cancro e malformazioni genetiche, è completamente abbandonata in questa battaglia per la giustizia, per la salute e per la vita stessa.
Ma c'è una parte di questa gente che continua a combattere a piccoli passi e senza fare troppo rumore, unita e determinata. Io li ho conosciuti ed è a loro che dedico questo reportage: perchè il loro coraggio è grande e cerca di prolungare, almeno un po', l'indignazione a breve termine degli italiani.


Casaluce (CE)



[Questo reportage è stato realizzato durante lo Spazzatour, un racconto itinerante insieme ai giornalisti di tutto il mondo tra le discariche governative in Campania, organizzato dal Coordinamento Regionale Rifiuti]



Fotografie e testo di Valeria Gentile

Guarda tutto il set fotografico Spazzatour


Guarda il video dello Spazzatour 2009:
Prima parte




Seconda parte




lunedì 19 ottobre 2009

Riflessioni d'autunno: i ringraziamenti, gli aggiornamenti, i dietro le quinte di un'avventura appena cominciata


Sapete, è difficile tenere gli occhi aperti.
Stare al passo con se stessi, mirare diritto alle proprie inclinazioni, conservare la testardaggine e l'energia che si possedevano da bambini, crederci fino in fondo e camminare sulla propria strada senza prendere deviazioni o scorciatoie, qualsiasi cosa succeda. E' maledettamente difficile, soprattutto quando si hanno 24 anni e si è imparato presto ad avere a che fare con le ombre, quando si è soli fuori casa senza basi d'appoggio, quando dalla famiglia non arrivano che pessimi esempi di vita e pessime notizie di vite, quando ci si arrovella per mettere insieme il pranzo con la cena tra un cv e l'altro spedito chissà dove, chissà a chi. Capita quindi che a volte si cominci a dubitare di quella strada in salita e piena di buche e che ogni tanto ci si chieda se non sia meglio sceglierne una più breve, in pianura e meno pericolosa.

Ma poi a volte capita di incontrare delle persone strane.
Persone bizzarre e fuori dalle righe che stravolgono le priorità precostituite, quelle che la scuola e le altre istituzioni costruiscono per farci entrare nel sistema. Le persone strane vivono su altre lunghezze d'onda, camminano su altri livelli di terreno, guardano da altre prospettive le cose che tutti vedono. Ecco, è alle mie persone strane che oggi dedico questo post. Alcune hanno cambiato la mia vita senza nemmeno accorgersene, regalandomi la loro energia vitale e sbattendomi in faccia il perchè del mio essere al mondo; altre mi hanno aiutata a credere alle prime e ad alzarmi in piedi; altre ancora hanno tentato di frenarmi ottenendo il risultato contrario.

Le mie persone strane sono entrate nella mia vita così velocemente da sembrare di essere state sempre lì, ad aspettare che fossi pronta per assistere alla loro lezione e cominciare a scrivere la mia storia.
Tutto è cominciato un banale pomeriggio di aprile, quando mi sono guardata allo specchio e ho deciso. Dal giorno del terremoto a L'Aquila erano passati pochi giorni e io non riuscivo a reggere il dolore che mi premeva sullo stomaco perchè sentivo dentro ciò che stava accadendo, ma non potevo vederlo con i miei occhi e dar voce a chi aveva perso tutto. Avevo saputo che il 28 aprile Ratzinger avrebbe finalmente onorato gli abruzzesi di una sua visita, dopo una vigilia, una Pasqua e una Settimana Santa senza dio. Così sono partita per Roma e prima di immergermi nel disastro abruzzese ho passato qualche giorno in Vaticano, parlando con ecclesiastici e assistendo a messe private nelle antiche residenze papali, per capire qual era il dio che Benedetto XVI portava tra le tende e nel fango, quanto appassionate o ipocrite sarebbero state le sue consolazioni. Ho vissuto poi il dramma delle famiglie che cercavano di riprendersi dallo shock e di rimettere insieme i pezzi della loro esistenza nelle tendopoli, sobbalzando insieme a loro ad ogni scossa di assestamento, mangiando insieme a loro, facendomi la doccia dentro le palestre e dormendo in macchina sotto la pioggia incessante ed il gelo che arrivava dal Gran Sasso tutt'intorno.



Molti di voi hanno seguito le puntate di "Storie d'oro e di fango" dal di fuori, senza sapere chi è questa ventitreenne e perchè è partita da sola dalla Sardegna per andare a vedere i resti di una provincia distrutta dal terremoto, dall'abusivismo, dalla corruzione e dall'oblio.
Alcuni di voi me lo hanno chiesto in modo diretto e sorprendente. La verità è che ero troppo concentrata sulle storie degli abruzzesi e sul mio bisogno/dovere di raccontarle, per accorgermi che a qualcuno poteva interessare la mia, di storia - il dietro le quinte di tutto questo.
Sapete, a volte è più difficile tenere gli occhi aperti, che il cuore. E quando ho cominciato a capire che non potevo vedere un telegiornale senza piangere e che ciascuna di quelle storie era anche la mia storia, ho realizzato che ci sarei andata senza fermarmi a chiedermi il perchè. Dopo una settimana ero già nipote, figlia, sorella, cugina di quei terremotati con cui ho vissuto, come se fossi stata sempre lì, come se anche a me fosse crollato un pezzo di città addosso. Quello che ho scritto l'ho vissuto io per prima, sulla pelle. Il fango ti cambia.

Ma senza anche solo una delle mie persone strane, questo progetto - che non si ferma in Abruzzo - forse non esisterebbe.

Oltre ad avermi dato la vita e la grinta, mia madre è la prima ad aver creduto in questo viaggio. Avendo vissuto sin dall'infanzia evadendo da una gabbia all'altra, mi ha cresciuta con pane e libertà, dandomi fiducia e credendo ai miei sogni molto più di quanto non facessi io stessa. E' sempre stata una tipa strana, guardata in modo strano da parenti e compaesani: orgogliosa e di poche parole, mi ha insegnato a non scegliere mai la via più facile e a non fermarmi al primo ostacolo. (Ad insegnarmi come non perdere la concentrazione verso l'obiettivo ci sta ancora lavorando.)

Il secondo in ordine cronologico senza il quale oggi non stareste leggendo queste righe è Antonio Sofi. Che non solo nel 2007 è stato il mio prof al favoloso corso di Fonti e Processi produttivi nel giornalismo con Enrico Bianda, ma mi ha anche "costretta" ad aprire questo blog anzichè un altro, per Bloglab. Lui sì che è strano forte, perciò sin da subito mi ha dato un grande supporto per tutto questo amba aradam delle "Storie d'oro e di fango", consigliandomi gentilmente di "strafottermene" di chi le critica perchè mancano di obiettività, facendo il tifo per la tanto controversa pubblicazione sul web in modo democratico e gratuito, e inserendole simpaticamente nella categoria del fouilletton.

La terza, stranissima, è Arianna Ciccone. Appena ci siamo conosciute abbiamo fatto la guerra molto animatamente, in modo che poi potessimo amarci alla follia senza interruzioni. Non lo dirò mai abbastanza che senza lei e senza il suo Festival Internazionale del Giornalismo non sarei andata in Abruzzo e non ne avrei scritto, spinta dal carisma e dalla determinazione che lei mette in tutto ciò che fa. Grazie alla sua empatia ho scoperto un'inesauribile fonte di energia dentro me e poter godere delle sue parole piene di forza ogni giorno - o quasi - mi riempie di ottimismo e vivacità.

Il Festival certamente mi ha permesso di conoscere tante persone speciali, ma in questa sede ne nominerò solo una.
Il più strano di tutti, senza pari nella classifica, è il grande - in tutti i sensi, tranne che per l'età - Ferdinando Piccolo. Questa volta il significato è letterale: se non ci fosse stato lui con me, a guidare da Roma quella benedetta macchina a noleggio dentro cui poi la notte dormivamo nelle tendopoli, il mio reportage non sarebbe stato scritto.

Una volta realizzato, "Storie d'oro e di fango" mi ha permesso di conoscere altre persone strane che nel bene e nel male hanno lasciato un pezzetto di loro stessi nel mio cammino.

Lucia Vastano, reporter di guerra esperta di Afghanistan e giornalista d'inchiesta sulle tematiche sociali, non è una strana qualsiasi. Fa parte della più strana specie di giornaliste ancora in circolazione, di quelle che non si truccano, che se ne infischiano di come appaiono, di cosa la gente pensa di loro e della loro spietatezza nel ricercare e divulgare la verità, partendo dalle storie delle persone. La sua amicizia e la sua disponibilità sono preziosissime e mi aiutano ogni giorno ad andare avanti.

Francesca Pitta (giornalista RCS) è entrata nella mia vita in modo vertiginoso e inaspettato, una notte di ottobre al telefono. Non ho ancora avuto modo di incontrarla di persona, ma quello che è riuscita a darmi lei in un paio d'ore di confessioni e sogni ad occhi aperti, non si trova così facilmente.
Dopo avermi dato della pazza e della coraggiosa, il suo "tieni duro, non mollare, guarda che se ti arrendi mi incazzo" mi ha dato grinta per almeno un anno intero.

Le ultime righe le dedico a dei personaggi - più o meno importanti ma davvero strani - che mi hanno fatto da giuria al Premio di Atri per il Reportage al Reportage Atri Festival. Non dimenticherò mai il sorriso sghembo di Lao Petrilli (giornalista RDS e inviato) che mi chiedeva i nomi dei miei professori all'università e che cercava di inculcarmi con violenza l'idea che non si possa partire dall'io per raccontare una storia, neppure se si è vissuta sulla propria pelle. Non dimenticherò mai che nonostante tutto ciò che non gli è andato giù di me, come la mia età, il mio nome ("Tu chi sei per scrivere queste cose??") e le dure critiche al consumismo cattolico e allo scempio turistico del Vaticano, gli è scappato anche un "se scrivi così bene di primo getto complimenti" e mi ha permesso di arrivare in finale al concorso.
Non dimenticherò mai il sorriso regale di Daniele Protti (direttore de L'Europeo), entusiasta del mio reportage e del mio punto di vista sul Vaticano, chiedendomi "Ma io ho votato per Berlusconi, come faccio a leggere una cosa del genere??" in tono sarcastico; non dimenticherò mai gli occhi e i ricci neri di Elena Ceratti (news editor internazionale dell'Agenzia Grazia Neri) mentre non riusciva a distogliere lo sguardo dalle mie righe e mi ripeteva "scrivi proprio bene, continua su questa strada"; non dimenticherò nemmeno gli occhi blu di Roberta Reineke (photoeditor e redattrice iconografica del Rolling Stone), con cui ho parlato dei caratteri sociologici che uniscono sardi e abruzzesi.





L'oro non è mai riuscito a cambiarmi ma il fango lo ha fatto e ora non posso più tornare indietro. Quando ho sentito, nei primi giorni di ottobre, del tremendo nubifragio che ha riempito di fango le case dei messinesi, il filo è stato evidente. Ecco perchè ho deciso di partire per la Sicilia e di continuare quest'avventura fangosa e pericolosa fino a che ce ne sarà bisogno.
Le "Storie d'oro e di fango" continuano, quindi, con il supporto di mamma, Antonio, Arianna, Ferdinando, Lucia, Francesca e di tutti voi strani individui che leggete e commentate il mio blog.

Ora capite perchè per me sia il più bel complimento, quando mi dite che sono strana.


venerdì 16 ottobre 2009

Reportage dalla Barbagia: il linguaggio è un gioco





La lingua sarda è fatta di giochi linguistici, sensi metaforici, espressioni intraducibili e figure retoriche. L’ellissi e la sineddoche la rendono di poche parole, sostituendo l’intuito alla sintassi completa; la laconicità è tipica della parlata, che diventa concisa e imperscrutabile. In realtà, il Sardo preferisce esprimersi nel silenzio, nelle parole non dette, mantenute dentro, conservate da occhi indiscreti. Il Sardo ha un pessimo rapporto con la comunicazione, quando questa è intesa come apertura, dialogo, messa a nudo della personalità: per lui comunicare è spogliarsi, rinunciare alla corazza e alle difese. Ecco perché preferisce non parlare, e se proprio deve, si rifugia in frasi fatte e battute rimbalzate, in modo da non esporsi troppo agli occhi altrui.


La lingua sarda cela una dinamica di guerra. Il silenzio dei Sardi è una fortificazione, un nuraghe mascherato da una discrezione che ha invece la secolare funzione di difesa. E al momento del contrattacco, quando il discorso si fa caldo, sanguigno, e le parole si colorano di immagini e intenzioni, allora arriva l’ironia, il sarcasmo, il riso sardonico dell’amarezza. La resistenza diventa uno stile di vita che investe anche il linguaggio, un linguaggio fatto di censure e sospensioni, digressioni ed amplificazioni. È qui che scatta l’iperbole, l’esagerazione ai limiti dell’impossibile, costante tipica della lingua sarda. Non ha senso seguire la logica del discorso per filo e per segno, ma l’espressione si moltiplica di colori e sensazioni. Nella verità non c’è gioco, allora tanto vale palleggiare con il senso e far rimbalzare l’attenzione, in uno spettacolo di dimostrazioni ed esibizioni, di scoperte e nascondigli. Ci deve essere sempre la possibilità, la porta aperta di un’ambivalenza.

La dichiarazione è attenuata, l’inconscio si esprime cripticamente e l’intuito fa il suo lavoro di interpretazione. Il congiuntivo e il condizionale esorcizzano la chiarezza a favore dell’indeterminatezza, uscire allo scoperto permette al nemico di scoprire i punti deboli; la litote, con diplomazia, afferma negando: non si dice mai la frase chiara, diretta e lineare. Spesso le frasi assumono la struttura del rebus e dell’enigma, mentre i proverbi svolgono una parte fondamentale nel linguaggio di tutti i giorni. È un gioco costante e temibile, la lingua sarda, che si serve dell’antifrasi per scherzare con la verità, dando alle parole il loro significato opposto; della catacresi per disegnare immagini sulle parole che non esistono; dell’ossimoro per confondere l’avversario accostando parole di senso opposto; dell’antitesi per contraddire e dell’ironia per prendersi gioco del significato.





La conversazione pacifica non esiste, ma è sostituita da un silenzio diffidente o da uno scontro colorito dall’intensità espressiva. La dinamica bellicosa si dà nel botta e risposta, nell’attacca e fuggi, nell’offensiva rapida seguita dal ritiro immediato. Come dice un’azzeccatissima espressione di Bandinu, “non è possibile dire pane al pane e vino al vino. Perché il pane si fa carne e il vino sangue” . È per questo che in Barbagia si può litigare solo in sardo, perché l’italiano è esplicito, dice quello che pensa, toglie alla relazione comunicativa quel tocco essenziale di negazione, quella perspicace elaborazione linguistica. “Sa briga è un bisticcio in pubblico ed una complessa testimonianza di pulsioni aggressive e di accuse storico biografiche personali e familiari ma anche di giochi linguistici fatti di litote e iperbole, di allusioni tendenziose e di percorsi labirintici, di rimandi simbolici e di esplosioni poetiche” .

Ma c’è anche un’altra connotazione del linguaggio che qui ci interessa: il suo rapporto con il tempo. Il rapporto di una civiltà con il suo passato, il suo presente e il suo futuro è scritto nella sua lingua. In sardo non esiste il trapassato remoto ed è pressoché inesistente il passato remoto, entrambi deliberatamente sostituiti dal passato prossimo. Questo fenomeno linguistico si presta meravigliosamente per la metafora del passato che vive nel presente, una storia che non finisce ma che si rigenera quotidianamente, portando come risultato l’inesistenza di un tempo così lontano da doverlo chiamare “remoto”. Anche il rapporto del Sardo con il futuro è espresso nel suo parlare: il tempo futuro è sostituito dal tempo presente, come espressione di un’intenzione. Si tratta di un tempo circolare e sempre immobile, per cui il passato vive nel presente e il futuro è legato, anch’esso, all’intenzione presente, senza cesure tra prima e poi, tra ieri, oggi e domani.





fotografie e testo di Valeria Gentile


martedì 6 ottobre 2009

3 ottobre per la libertà di stampa: l'Italia s'è desta?


Avevo deciso che non avrei partecipato.

Delusa dalla manifestazione delle Agende Rosse, che non aveva superato i tremila partecipanti - e quasi tutti con fare da scampagnata - avevo perso la fiducia e l'entusiasmo necessari a sentirmi parte di un gruppo, di una collettività, di un cambiamento. Avevo deciso che non avrei passato un altro pomeriggio sotto il sole di Roma ad accrescere le mie frustrazioni in nome di un'utopia irrealizzabile, dentro un Paese dove ignoranza, oblio e rassegnazione vanno allegramente a braccetto. Avevo deciso che avrei passato quel weekend con i giornalisti di tutto il mondo al Festival di Internazionale a Ferrara, dove avrei avuto la possibilità di lavorare nella sala stampa e di intervistare alcuni dei migliori ospiti, nonchè di rivedere degli amici ed una città bellissima.

Avevo deciso: non ci sarei andata, a quell'ennesima farsa da piani alti, quell'ennesimo contentino per gli elettori del PD, quell'ammasso di bandiere e cartelloni che avrebbero dato un altro pretesto a questo governo per calunniare i giornalisti onesti. Come tanti altri cittadini, ero indignata per lo slittamento dal 19 settembre al 3 ottobre, in omaggio ai sei soldati morti a Kabul qualche giorno prima. E' stata un'offesa forte alla nostra intelligenza, una terribile contraddizione da parte della Fnsi e di tutto ciò che si voleva etichettare come "giornalismo libero e indipendente" e che invece, allo schioccar di qualche dita dall'alto - o, peggio, per ancestrale inquadramento al sistema - si è inchinato di fronte allo scempio mediatico che proclama a "grandi eroi della patria" le giovani vittime di una politica estera fallimentare e disseminatrice di morte. Un gesto che ha voluto discriminare apertamente tutti gli altri morti ammazzati dallo Stato - i morti sul lavoro, i civili afghani uccisi dalla nostra "missione di pace", i clandestini lasciati affogare nelle acque di Lampedusa, gli abruzzesi, i messinesi e tutti gli altri italiani caduti per alluvioni, esondazioni, frane, crolli. Cittadini di serie a e di serie b, nella gerarchia del potere che chiude gli occhi davanti al menefreghismo, all'incompetenza, all'inefficienza e che anzi nè è il primo modello di riferimento.




Poi è successo qualcosa.
Ho sentito l'energia, il pulsare di una forza che mi tirava in ballo, ho captato le grida, ho immaginato i colori. Sentivo che doveva essere diverso, che questa volta dovevo credere, che forse gli italiani si sarebbero svegliati dal torpore della videocrazia.

Non vi racconterò la manifestazione dei partiti. Non vi racconterò nemmeno quella dei sindacati o dei comitati, delle bandiere o dei megafoni. Non vi racconterò la manifestazione dei giornalisti.
Voglio mostrarvela per quello che è stato: un incontro tra persone. I giornalisti c'erano, ed erano anche tanti, i partiti pure, e i circoli, le associazioni, rappresentanti di intere redazioni. Ma erano prima di tutto uomini e donne, con rughe e luci negli occhi, voglia di cambiare nelle mani che applaudivano, sete di giustizia nelle gambe che stavano in piedi e non cedevano. Le differenze culturali erano sorpassate, le distanze degli schermi annullate.

Si è detto tanto, si è ascoltato, si è gridato e si è sorriso, si è commentato insieme e si è girato per la piazza, mostrando cartelloni scritti a mano con frasi acute e ironiche, affilate come sciabole di cristallo. Si è parlato di libertà, di giustizia, di onore. Ho visto ragazze e ragazzi giovanissimi seduti in fila con dei bavagli sul viso per tutta la durata della manifestazione, donne anziane con delle cerniere chiuse e legate intorno alla bocca, ho sentito voci che hanno risvegliato orecchie addormentate, altre bocche si baciavano, mani si stringevano. Chiunque c'è stato lo può dire: non si sentiva più il peso di un lungo viaggio dall'estremo nord e sud dello stivale, non si sentiva il peso di questo nuovo medioevo culturale, presagio di una nuova incombente era di piombo, perchè tutto, nell'aria, dava la certezza che se si è insieme, il buio può essere rischiarato.




Trecentomila in una piazza. Ce n'erano a decine sulle auto, a centinaia sull'obelisco, a grappoli su ogni davanzale, sui tetti e sulle impalcature: era il respiro collettivo di un popolo che esiste ancora e non vuole emigrare, si rifiuta di arrendersi e di imbambolarsi davanti allo stato delle cose. Nessuno, quando ha pensato, organizzato, letto e sentito parlare di questa manifestazione si aspettava una tale risposta di massa. Lo sconvolgimento lo si vedeva nei visi, nei gesti e nelle parole di chi si era dimenticato com'è che si migliora un Paese. Guardandosi in faccia, respirando la stessa aria, chiedendo scusa se si inciampa su un piede, alzandosi per far passare un altro o semplicemente apprezzando i cartelloni del "vicino". Una solidarietà e una complicità che davvero, ai tempi delle vallette e dei precari, avevamo dimenticato.

Piazza del Popolo ha cominciato a riempirsi di fremiti sin dalle due del pomeriggio e non ha smesso di farlo fino alle sei, quando poi, col tramonto, ha lasciato ognuno di noi molto più pesante di sudore, rabbia e speranza.



fotografie e testo di Valeria Gentile