mercoledì 19 agosto 2009

A futura memoria: le tre regole di Indro Montanelli


Dopo le tre regole che sono solita darmi quando lavoro ad un mio reportage, il cuore, il bisturi e la clessidra, oggi vi racconto quelle che invece era solito darsi uno dei più grandi reporter della storia: Indro Montanelli.


Nonostante qualche parte del suo passato possa essere considerato quantomeno discutibile - il plateale razzismo, l'adesione al fascismo, il matrimonio con una dodicenne eritrea, ad esempio - la sua biografia è tra le più eccezionali, e vale proprio la pena leggerla tutta. Ha viaggiato in tutto il mondo scrivendo reportage memorabili, ed ha ricevuto i migliori riconoscimenti sia in Italia che all'estero.


Queste sono le sue tre regole, tanto semplici quanto geniali:

  1. Guadagnarsi la fiducia del lettore dicendo sempre tutta la verità e, se ci si sbaglia, chiedere scusa immediatamente;
  2. Scrivere con un linguaggio semplice, quello del lettore e non quello "dell'Accademia, peste e dannazione di una cultura". Essere sempre al servizio del lettore;
  3. Non far mai sentire al lettore la propria opinione: "che te ne sia fatta qualcuna, è inevitabile; e chi lo nega, o è un imbecille o è un bugiardo. Ma non si può nè si deve imporla al lettore; bisogna lasciargliela suggerire dai fatti secondo il modo in cui gli si raccontano".



In ogni singolo pezzo della sua carriera giornalistica, questi tre dogmi si possono trovare attuati, in maniera così chiara e semplice da non sembrare nemmeno regole. Eppure c'è un reportage, tra tutti, in cui Montanelli superò se stesso, dando vita ad un capolavoro come pochi altri nella storia del reportage di guerra. Ed è quello che scrisse negli anni Quaranta quando andò a seguire l'offensiva russa alla Finlandia.

Mentre cercava le tragiche storie che una guerra mette tristemente a disposizione dei giornalisti, trovò delle lettere macchiate "di sangue rappreso che le inceralaccavano". Un collega gli disse di buttarle via ma lui le tenne, e fece parlare loro al posto suo. Erano le lettere di Mariussa, devota moglie del soldato Efim Pavlovic, di 24 anni, operaio di Leningrado poi destinato al 115° Fanteria sulla frontiera estone. Scriveva al marito, gli raccontava di sè e del loro bambino, senza mai ricevere risposta. Questo reportage, di cui cito un brano, Montanelli lo scrisse da Viipuri.

[...] Il ragazzo parlava parlava, le parole che diceva gli davano eguale piacere delle sigarette che fumava. Disse un sacco di cose prive d'interesse che l'interprete non faceva in tempo a tradurre. E io vedevo in un angolo di Ucraina con un colle pieno d'alberi e gli stornelli che guizzavano sui rami. Vedevo mucche al pascolo oltre lo steccato della tenca, e un'altra mucca morire nella stalla non si sa bene di che. Vedevo un'antichissima casa di antichissimi contadini, eguali nei secoli, eguale la madia, eguale il focarile, il buratto; vedevo un vecchio padre che parlava di Dio; vedevo una giovane madre con un giovane figlio che pregavano Dio, che pregavano Dio per questo ragazzo di 22 anni, scalzo e lacero che non sapeva, lo giuro, non sapeva, di essere un comunista. [...]

da "I comunisti che non sapevano di esserlo", Il Corriere della Sera, 11 gennaio 1940


Per quanto semplici, quasi apparentemente banali, quanti sono i reporter di oggi che rispettano queste regole?


lunedì 17 agosto 2009

Il reporter e la reporter: due universi, due professioni?


A volte mi chiedo se essere un reporter ed essere una reporter non siano due professioni completamente diverse.
Se il fare reportage significa interpretare, sminuzzare, riunire e spiegare, in una parola tradurre le mille sfaccettature della realtà in un puzzle più o meno omogeneo e per quanto possibile completo, come possono incontrarsi due universi così vicini eppure così lontani come quelli dell'uomo e della donna?

Se già due persone dello stesso sesso vedono cose diverse e le interpretano in modi spesso opposti, figurarsi cosa succede, biologicamente, ad una stessa storia vista e narrata da occhi maschili e da occhi femminili.

Penso ai miei grandi miti, Tiziano Terzani, Ryszard Kapuscinski, Dominique Lapierre. Grandi narratori di luoghi e di fatti, di società e guerre. Poi mi vengono in mente le incertezze di Lina Coletti, la grinta di Anna Maria Ortese, il coraggio di Asne Seierstad, e la loro abilità a far viaggiare con le parole.

Uno dei migliori esempi storici di reportage letterario di alto livello è l'articolo di Camilla Cederna uscito su L'Espresso del 21 dicembre del 1969. Racconta il terribile giorno in cui la strage di Piazza Fontana a Milano diede il via alla stagione del terrorismo, a quella che poi venne chiamata "epoca della strategia della tensione". Gli estremisti di destra fecero esplodere una bomba all'interno della Banca Nazionale dell'Agricoltura: il bilancio fu di 17 morti e 88 feriti.

L'incipit del racconto è un vero gioiello della storia del reportage:

Ad avvolgerli per l'ultima volta, calando spessa sulle bare, è stata la loro grigia nebbia padana che fin dall'infanzia d'inverno li ha sempre accompagnati. Ad avvolgerli è stato il silenzio, compatto, quasi monumentale, sulla piazza che a mezzogiorno era quasi nera, non una luce all'ingiro, grappoli oscuri di gente alle finestre e sui balconi, spento il grande albero di Natale, bassissimo il cielo. [...]

Inutile sottolineare quanto sia riconoscibile lo stile letterario d'eccezione nella penna di una donna, rispetto ai suoi colleghi più tecnici e cinici. Come ci ha detto anche Mariana Van Zeller in un'intervista, la donna ha un non so che in più rispetto all'uomo, una marcia in più di dolcezza ed empatia che le permette di narrare le cose del mondo con profondità e poesia anche in situazioni estreme.

[...] E' stata una bomba, non c'è dubbio, e non la caldaia come sulle prime si credeva. Così cominciano i febbrili racconti degli scampati, le cui facce van deformandosi tutte nel parlare. La guerra, sì, come la guerra, i bombardamenti, il caos, il massacro, il macello. [...] Mentre un odore strano riempie l'aria, odor di guerra, dice chi l'ha fatta, di sangue caldo e di polvere da sparo, di carne bruciata e di zolfo. [...]

da "I morti di Piazza Fontana" di Camilla Cederna, L'Espresso, 21 dicembre 1969

Chissà, forse il reporter e la reporter hanno davvero due missioni diverse nel mondo, l'uno quella di indagare negli ingranaggi degli eventi e delle menti, l'altra quella di sentire cosa c'è dentro le storie e le persone.
A me, però, questa risposta non convince più di tanto. E continuando a cercare domande stimolanti da porre al mio e al vostro intuito, vi invito a leggere su Repubblica.it le puntate del nuovo reportage estivo di Paolo Rumiz, il numero uno che, come tutto ciò che si avvicina alla perfezione, lavora unendo le virtù analitiche dell'uomo allo stile emozionale della donna.


La verità e la bellezza, come sempre, stanno nel mezzo.




mercoledì 12 agosto 2009

Reportage dalla poltrona: la nascita del cronista moderno


Si dice spesso che la figura del grande reporter non esista più, che i giornalisti si siano impigriti, accomodati davanti a schermi piatti ed enciclopedie libere sul web e che il fare reportage si riduca ormai ad un orrendo copia-incolla.

L'essere umano, si sa, ha la splendida e lugubre capacità di abituarsi a qualsiasi cosa, eventualmente ad adattarvisi: il risultato, in questo caso, è la perdita di fiducia nel giornalista, considerato alla stregua di un giornalaio. Nel migliore dei casi si smette di credere a privilegiati fannulloni, pieni di opinioni e pregiudizi, ma si smette anche di impegnarsi nella lettura degli ottimi reporter che ancora esistono; nel peggiore dei casi, si continua a riporre la massima fiducia in impiegati da quattro soldi, che del reporter non hanno proprio niente ma che, in compenso, utilizzano molto bene il mouse.



Eppure ci fu un'epoca in cui tutto questo non esisteva. Un'epoca in cui per sapere qualcosa bisognava partire, andare sul posto, indagare, chiedere, guardare. Un'epoca in cui la tecnologia ancora non era fatta per informarsi ed informare, in cui i rischi di prendere delle scorciatoie erano pochissimi e per essere reporter occorrevano virtù ed abilità fuori dal comune: coraggio, testardaggine, lungimiranza, onestà, pazienza.

Poi, un bel giorno, tutto questo tramontò in un baleno. Quella che segue è la preziosa testimonianza del cronista Paolo Monelli, inviato a New York per seguire la corsa alla Casa Bianca del 1952, vinta da Eisenhower.

[...] Scene e cerimonie alle quali ho potuto assistere nell'attimo in cui si svolgevano, riassunte nel breve schermo di un apparecchio televisivo, con un'immediatezza che vorrei chiamare miracolosa se non fossimo ormai troppo assuefatti ai continui progressi della tecnica.
In tutta la mia carriera di cronista non mi è mai capitato di fare un servizio così comodo, sprofondato in poltrona, in un accogliente studio fasciato di libri, luci discrete, il caminetto acceso. Un bicchiere di whisky sul tavolino accanto. Pochi amici attorno, con cui commentare pacatamente cifre e fatti. Altro che spintoni e poliziotti [...]

da "La prima elezione in diretta tv", La Stampa, 6 novembre 1952


Parole affilate e nitide come vetro, che oggi risuonano come un'ironica profezia. Per Monelli fu un bene. Senza dubbio una svolta epocale, che creò un bivio nella strada del giornalismo moderno.

Col senno di poi, mi sembra che una strada, la più stretta e in salita, sia rimasta quella del reportage, della testimonianza e dell'onestà; che l'altra sia la sua brutta copia, il centro di accoglienza per commercianti dell'infotainment.
A mio parere, la sfida si vince ancora con penna e block notes.
Guardando la gente negli occhi, sporcandosi le mani.