giovedì 25 giugno 2009

Storie d'oro e di fango #15: il piccolo teatro degli uomini



Leggi prima:

  1. Storie d'oro e di fango #1: l'Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d'oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d'oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d'oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d'oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d'oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d'oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  8. Storie d'oro e di fango #8: il candore dei porporati
  9. Storie d'oro e di fango #9: i colori sono andati via
  10. Storie d'oro e di fango #10: ad ogni cosa il suo vero nome
  11. Storie d'oro e di fango #11: cibo per l'anima
  12. Storie d'oro e di fango #12: i papaveri strappati
  13. Storie d'oro e di fango #13: croci e pastelli
  14. Storie d'oro e di fango #14: il cocktail del dottore



La Chiesa sta divenendo per molti l'ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l'ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del Cristianesimo.
Joseph Ratzinger



È il grande giorno, l’Italia non parla d’altro che della visita del Papa all’Aquila; eppure dentro le tendopoli la maggior parte della gente nemmeno ci pensa ed io mi chiedo che cos’è la fede, nell’Abruzzo sfigurato.

Tra le poche cose che la gente ha recuperato dalle case distrutte o inagibili per portarle via e conservarle, non ci sono cimeli sacri. Non ci sono altari né vangeli, né rosari o acquasantiere. Eppure c’è, negli occhi e tra le macerie, qualche cosa che ha a che fare col divino perché sento nell’aria l’odore acre della penitenza. Ci sono voci e sangue nelle vene, a tener viva la fedeltà a Cristo, perché la religione è amore, ossessione. Furore e timore.
È un sentimento che ha valore di consolazione ed accompagnamento, mi aveva insegnato a parole Don Angelo, mentre saliva sulla sua auto targata SCV. Ma qui ho capito che è un moto vitale, tanto interiore quanto fisico, e che non ha niente a che fare col marmo e con l’oro.

La cristianità, su quest’ombelico d’Italia, a volte è una mano sulla bocca.
L’abruzzese resta lucido e anche se tutto è oscuro e torbido, certi segreti non si possono proprio nascondere. Qualcuno racconta di una donna di trentotto anni, con quattro figlie femmine. Il terremoto se l’è portata via senza fiatare e nessuno la ricorda perché aveva una relazione omosessuale. Di cose del genere è sempre meglio non parlarne, ti dicono. Mi chiedo se le sia stata assegnata una tomba al cimitero, se sia stata inserita nelle liste dei deceduti o se invece sia andata ad allungare la lista dei morti senza nome, quella degli immigrati clandestini e degli affittuari in nero.

Quando arrivo alla tendopoli di Piazza d’Armi non c’è quasi nessuno tra i sentieri infangati, tutti stanno dentro le tende perché la pioggia non dà tregua, o a lavoro perché è martedì e non domenica. Le televisioni sputano aggiornamenti sul ritardo di Ratzinger per via del maltempo, eppure oggi la mano del cielo sembra meno brutale dei giorni scorsi, le dita gelide della nebbia sembrano aureole sui monti, come lacci bianchi legati intorno alle cime. Il vento c’è ed è forte, ma stamattina il Gran Sasso non ha il fiatone e sta in pace, come se stesse preparandosi per una visita importante.

Preghiamo soprattutto con tutti i sofferenti della terra terremotata dell’Aquila. Preghiamo perché in questa notte oscura appaia la stella della speranza, la luce del Signore Risorto”, aveva detto cinque giorni dopo la notte del 6, durante la via Crucis. Ora di giorni ne sono passati ventidue e da tutta la regione sono partiti pullman carichi di fedeli, disperati o annoiati, diretti al piazzale della scuola della Guardia di Finanza di Coppito, dove pronuncerà le sue preghiere.
Qui non è venuto nessun papa. Nessun papa è mai venuto all’Aquila, nessuno. Mai venuto nessun papa” farfuglia un vecchio signore mezzo cieco che si trascina tra le tende, con gli occhi rossi che guardano nel vuoto. “Non viene qua, va a Onna” mi dice un altro, “vai più avanti, in quella tenda, forse lì ti sanno dire”...




Sono solo le dieci e il cielo è già rombante di elicotteri, le strade sono invase da militari e guardie che bloccano gli accessi, ma dentro le tendopoli le ore di chi non ha più una vita passano una dietro l’altra, come modelle distratte su un palcoscenico improvvisato.
Io voglio venire, ma è tutto bloccato, le macchine non le fanno passare, ma voi che state a fa’ lì?” chiede un giovane al cellulare. Altri girano gli occhi scocciati ed esausti, qualche bambino gira in bicicletta anche sotto la pioggia, il vento assonna.

Due signore anziane fanno il bucato sfidando l’umidità dei loro passi sul fango, vestite in tuta e maglione, scarpe da ginnastica e giacche a vento. Si chiamano Emilia e Lidia, sono diventate amiche qui e vivono sole, nelle tende 80 e 81 di via Primula, a pochi passi dal tendone bianco della Chiesa Evangelista.
Il papa non viene qua, c’ha paura. Siamo troppi” mi dice la prima, brusca e pungente come una dolcissima burbera, resa irruente dal tempo e dagli scherzi della vita. “Perché non se ne torna al Vaticano? Va dai finanzieri, va. Ma che ci viene a fare all’Aquila?




Lidia poggia in terra il secchio, una nuvola più nera delle altre copre la timida luce che arriva dal sole e in quell’istante si esprime con la delicatezza di una bambina. “L’altro papa affrontava tutto, com’è che si chiamava, quello polacco. È tedesco, questo papa”... “Questo c’ha il veleno dentro” la incalza l’amica, con le rughe profonde di chi non ha più niente da perdere. “C’ha il veleno dentro, quello, ma perché non se ne torna in Germania? Mia nipote l’anno scorso ci è andata in gita e quando è tornata mi ha detto nonna, i tedeschi sono tutti brutti, ti guardano storto. A me non me ne frega niente che qui a Piazza d’Armi non viene, per me può anche andarsene a fanculo. Che fa, viene a dare ora l’estrema unzione ai nostri morti e se ne va? Se ne rimanga a Roma, bello bello. A me non mi serve un papa per pregare. La mia religione me la vedo io.

Le buste dell’immondizia nel fango si riempiono d’acqua e in qualche punto comincia a puzzare. Il rombo degli elicotteri si fa più insistente. Manca un quarto d’ora alle undici e il fermento per la grande visita, qui, ancora non arriva.


fotografie e testo di Valeria Gentile


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lunedì 22 giugno 2009

Storie d'oro e di fango #14: il cocktail del dottore


Leggi prima:

  1. Storie d'oro e di fango #1: l'Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d'oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d'oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d'oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d'oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d'oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d'oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  8. Storie d'oro e di fango #8: il candore dei porporati
  9. Storie d'oro e di fango #9: i colori sono andati via
  10. Storie d'oro e di fango #10: ad ogni cosa il suo vero nome
  11. Storie d'oro e di fango #11: cibo per l'anima
  12. Storie d'oro e di fango #12: i papaveri strappati
  13. Storie d'oro e di fango #13: croci e pastelli


La casa è dove si trova il cuore.
Gaio Plinio Secondo


Non ricordo niente, sai?” mi dice Raffaele. “L’esame di quinto ce lo fanno fare lo stesso, sarà solo un colloquio faccia a faccia, ma io davvero non mi ricordo più niente”. Si scalda le mani davanti al fungo, nel tendone grande dove passa le serate insieme ai suoi amici, qui a Pianola, e ha gli occhi di ghiaccio. “I miei genitori sono tornati a casa per prendere delle cose ma io non sono voluto andare, preferisco ricordarmela com’era” racconta Tony, tra un mp3 e l’altro, seduto su un tavolo della mensa.
Sento una voce flebile arrivare da qualche tavolo più in là. È una ragazzina che si lamenta con i genitori, con gli occhi bassi, della precarietà e del terrore. “Guarda che mamma e papà hanno paura quanto te” le risponde il padre senza rancore, umile, allo scoperto. “Non siamo invincibili. Non sappiamo nemmeno noi come fare”.

Non è facile, in tendopoli, essere adolescente. Hai rischiato la vita, hai perso tutto e non hai più gli spazi e la privacy che avevi prima. Dai dodici ai diciotto anni non sei né carne né pesce, non stai bene lì né qui, né in piedi, né seduto. Non hai più il gioco per spensierarti le giornate e non hai ancora il dovere con cui riempirle. Devi camminare da solo, non hai più il sostegno forte che erano gli adulti ma non puoi ancora esserlo tu per i bambini. Jeans e felpa, capelli al vento, paure e speranze, amiche del cuore. I ragazzi indossano le tute degli sport che praticavano, come se questo possa tenerli allenati, e per alcuni funziona.

Il più irruente si chiama Roberto ma tutti lo chiamano Il Sindaco. A primo impatto è terribile: indisciplinato, ribelle, incontrollabile. Dovrebbe essere in seconda media ma deve ripetere la prima, ha tutto l’aspetto del teppistello di strada, eppure nasconde una dolcezza ferita. Ha un’intelligenza fuori dal comune ed è leader per natura. La scuola la odia perché lo annoia, si capisce dall’energia intellettuale che sprigiona con le sue battute e con le favole strabilianti che racconta ai più piccoli. Matteo vuole sempre le sue storie di paura ma Mattia dice no, io mi cago sotto! già dall’introduzione e così lui, con una luce generosa negli occhi, le adatta rendendole ancora più esilaranti.
Il Sindaco dice molte parolacce, ma ha un cuore grande. E la chiamano scuola, quella lì, mi ha detto quando abbiamo fatto amicizia giocando a pallone. Fa parte della squadra di rugby di Paganica, è ormai un mese che non si allenano ma il 26, proprio due giorni dopo il suo tredicesimo compleanno, hanno giocato una partita all’Isola d’Elba, insieme alle squadre più forti d’Italia. “Solo grazie all’adrenalina che avevamo in corpo” mi racconta, “ma abbiamo vinto contro tutti!” e resta serio, fiero di sé ma senza arroganza. In premio, un pallone ed una felpa blu, che non si toglie mai.

Si riscaldano tutti sotto al fungo, ma Emanuele si lamenta per il caldo. Sono come leoni in gabbia, perché nessuno è preparato per gestire loro, annoiati a morte e potenzialmente chiassosi, quindi restano intrappolati nella loro scomoda età, delicata e imbarazzante. Le ragazze stanno tutte vicine come se il calore dei corpi le aiutasse a crescere, si siedono vicine e si parlano in cerchio. “La casa era solo un luogo, prima non ci pensavi” mi ha confidato Giulia. “Adesso mi manca”. Federica e Martina si tengono per mano, Elisa tocca i capelli ad Elena. “Abbiamo bisogno di parlarne. Noi vogliamo ricordare quella notte, perché se lo rimuoviamo sembra che ci manca qualcosa. Ci avevano detto che ci mandavano uno psicologo ma non è mai arrivato nessuno”.

Sono forti e mature, queste teenager. Mi parlano delle loro vite di prima, di quella notte, di quello che avrebbero voluto per il futuro, di rapporti spezzati e amori nati tra le tende. “I primi giorni non parlavo, piangevo e basta” dice Martina. “Molta gente è morta perché siamo abituati. Il terremoto per noi è come un temporale, siamo allenati. Perciò molti non si sono messi al riparo e sono stati schiacciati dentro le loro stesse case”.
Intanto la notte si fa più nera, qualche stella riesce a fare l’occhiolino dalla spessa coltre di nuvole scure. Poi, a mezzanotte, come un principe azzurro che viene dal fango, il dottore del campo arriva con un grande sorriso sulla bocca. “Ragazzi, è aperto il pub!” annuncia con fermezza ed entusiasmo, e loro capiscono subito. Perché ogni sera, dopo la mezzanotte, la sua tenda-ambulatorio diventa un pub di tutto rispetto, e tra un manuale di medicina ed uno stetoscopio si distendono i visi, si beve vino e si festeggia la condivisione.

Guido ha trent’anni e a Pianola lo conoscono tutti. È amico di famiglia di ognuno, ma è anche il medico di paese, il dirigente della squadra di calcio dei ragazzi e rappresenta questa manciata di case di montagna anche alla circoscrizione politica dell’Aquila.
E’ difficile conciliare tutto” mi dice una volta arrivati alla piccola tenda del pub appena di fronte al tendone mensa, “ma quello che mi sta a cuore è la mia gente. Con tutto questo fango e questa umidità non c’è possibilità di guarire, perciò devo cercare di mantenere le malattie stabili. Il pericolo di contagio è molto alto, dato che nelle tende ci dormono dieci persone e se si ammala uno si ammalano tutti”. È gentilissimo e non perde la serenità, ogni tanto scherza con uno dei ragazzi che danno inizio al party e poi riprende. “Quelli che vedi qui sono solo lo specchietto per le allodole” mi fa indicando le scatole di medicinali che ha sul banchetto dentro la sua tenda, “ma di là, dentro il frigorifero, ho fatto la scorta. Per quando si spegneranno i riflettori e la gente smetterà di fare donazioni”.




Intanto i ragazzi aprono le bottiglie e affettano la pancetta, ridono e così si allenta la tensione. “Se i miei ragazzi stanno qua, durante la notte, non vanno altrove a danneggiare la propria salute con altre sostanze. Io metto a disposizione la mia tenda e li faccio divertire. Loro stanno con me e non vanno sulla cattiva strada”.
Fuori il vento impazza, i grilli cantano alla luna. Ma loro, tra un drink ed una ricetta sul banco, non hanno freddo. Ormai è quasi maggio e qui, dove in inverno si arriva a undici gradi sotto lo zero, si ride, si scherza, si fanno giochi come fosse estate.

Sono quasi le due. Guido tende il cellulare che suona tarantelle abruzzesi verso Emanuele e Tony.
Loro si mettono a ballare.
Ci sono ancora tanti giorni dietro il Gran Sasso, dice un proverbio aquilano.





fotografie e testo di Valeria Gentile



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venerdì 19 giugno 2009

Storie d'oro e di fango #13: croci e pastelli




Leggi prima:

  1. Storie d'oro e di fango #1: l'Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d'oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d'oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d'oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d'oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d'oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d'oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  8. Storie d'oro e di fango #8: il candore dei porporati
  9. Storie d'oro e di fango #9: i colori sono andati via
  10. Storie d'oro e di fango #10: ad ogni cosa il suo vero nome
  11. Storie d'oro e di fango #11: cibo per l'anima
  12. Storie d'oro e di fango #12: i papaveri strappati




La donna impari silenziosa e in tutta soggezione; di far da maestra lei non lo permetto, né di dominar sull'uomo, ma se ne stia in silenzio. Poiché prima fu plasmato Adamo, poi Eva.
San Paolo 6-64


Laura è una delle maestre che hanno deciso di non scappare.
Di non trasferirsi verso la costa né di farsi ospitare da parenti lontani, ma di restare all’Aquila a racimolare un po’ di scuola con i bambini, quelli che non hanno altro posto dove andare che non sia la tendopoli. Per scuola, qui, si intende esclusivamente l’attività educativa, perché non esiste più né come edificio né come istituzione.

Spesso, dove si impara a tenere la penna in mano, a orari diversi si fa anche la mensa generale per la colazione, il pranzo e la cena della comunità. A volte persino la messa e il cabaret, giochi di carte e partite di ping pong, pettegolezzo e passatempo, amicizia e battibecchi. Alla tendopoli di Piazza d’Armi, ad esempio, sulla parete di fronte ai banchi è appeso un grande crocifisso in legno, mentre a quella di Pianola una statua dorata di Padre Pio vigila sui ragazzi delle medie che leggono racconti ad alta voce insieme agli scout. Di tanto in tanto questi simboli prendono il posto dei luoghi. Ed ecco che il crocifisso in aula diventa lo sfondo di un altare immaginato per l’eucaristia, la statua del Santo si fa oratorio e confessionale insieme.




Quelli delle scuole superiori sono i più sfortunati, perché stanno al centro del grande tendone, proprio davanti all’ingresso. L’unica professoressa che è rimasta è quella di Martina che insegna latino, e così loro da oltre un mese fanno solo latino.
In generale, comunque, quello che si fa è un po’ di esercizio, arte e svago, per far riprendere bambini e ragazzi dalla feroce scuola della vita.

I miei bambini non li trovo più”, mi dice Laura in Piazza d’Armi. Ha i ricci biondi e la calma di chi ha passato una tragedia. “Sono spariti. Sono andati via tutti, alcuni in Puglia, altri all’estero. Tranne lei”, mi fa indicando una moretta con le trecce, che disegna in ginocchio sulla sedia. I tavolini sono uniti a formare un’unica grande tavola, con le sedie in cerchio, tutte attorno. È così che i bambini imparano a guardarsi in faccia e a portarsi rispetto, penso tra me, a praticare la tolleranza e la condivisione, ad aspettare il proprio turno, a passarsi i colori. In questa piccola tenda affollata i bambini peruviani, rumeni, albanesi e filippini sono in perfetta sintonia con gli altri scolari. L’esame è dimostrare di saper sorridere.
Questa è la prova di disegno”, mi spiega maestra Laura. Il caos e il disordine regnano sovrani, mi dice, “ma i bambini sorridono e questo è l’importante”.




La maestra Sandra è più anziana e ha i capelli grigi, gli occhiali spessi come fondi di bottiglia e le idee chiare. “Noi siamo stanchi di ufficialità”, confessa. “Sono venuti tutti, presidenti, ministri, cardinali… noi abbiamo bisogno di tranquillità, adesso”. Poi, con uno spirito tra il pacato e l’isterico, mi racconta come vanno le cose. Mi spiega che le maestre lì si dividono le giornate, ma che tutte fanno tutte le materie. Tranne la religione.

C’è una grande comunità evangelica, gli scout e i frati che organizzano tante attività ricreative. Ma qui noi abbiamo molti bambini stranieri ed evitiamo di fare con loro un discorso religioso, perché affrontare con loro il tema della fede sarebbe imbarazzante. Quello che cerchiamo ora per questi bambini è la serenità. Se non abbiamo la serenità spirituale per pensare a queste cose, come possiamo parlare di fede?”.
Certo, noi cristiani conosciamo il peso della croce”, mi dice un’altra. “Sappiamo cosa significa il dolore e la sofferenza, siamo preparati a questo. Ma vallo a spiegare ai bambini, tanto più se hanno perso la casa o i genitori”.

L’impressione che hai è che queste maestre siano lì con tutto quello che posseggono. A guardarle negli occhi vedi l’instabilità, la precarietà, la privazione. Ma dentro hanno una ricchezza inestimabile ed un coraggio immenso.
Come le vedi, così sono. Hanno dei capelli, dei vestiti, e dei bambini.

Fuori piove e il fango si fa più ingestibile. Non c’è un filo di vento, ma le gocce d’acqua arrivano lo stesso in modo disordinato, come se anche loro avessero perso la bussola.





fotografie e testo di Valeria Gentile


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lunedì 15 giugno 2009

Storie d'oro e di fango #12: i papaveri strappati


Leggi prima:

  1. Storie d'oro e di fango #1: l'Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d'oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d'oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d'oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d'oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d'oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d'oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  8. Storie d'oro e di fango #8: il candore dei porporati
  9. Storie d'oro e di fango #9: i colori sono andati via
  10. Storie d'oro e di fango #10: ad ogni cosa il suo vero nome
  11. Storie d'oro e di fango #11: cibo per l'anima


Il passato è la sola realtà umana. Tutto ciò che è, è passato.
Anatole France



Il fango ti cambia.
Come un’eclissi di sole, come il velo nero di una vedova. Come una sostanza che s’infiltra nell’acqua che bevi, come uno schiaffo sulla maschera bianca che indossi. Il fango ti cambia la pelle, come un’allergia alla luce del sole, come una parola cattiva che ti si ammutolisce in gola.
Quando prende la tua anima e ti accorgi che è proprio te che vuole, non puoi più tornare indietro. Il fango ti cambia dentro, come un segreto che non volevi sapere. Un segreto con cui devi convivere per il resto dei tuoi giorni, perché una volta che ce l’hai dentro non lo puoi dimenticare.



Nelle tendopoli, gli abruzzesi hanno riscoperto l'umanità in tutte le sue forme. Hanno ritrovato la condivisione e l’egoismo, la socialità e il disagio, hanno imparato a sorseggiare il tempo secondo un’altra prospettiva e a stare vicini con un’altra espressione di tolleranza sul viso.
Ma a volte anche la solitudine ripara le ferite dell'anima e qui, dove dormono dieci persone per tenda, non esiste intimità né un vero riposo.

Son rimasti fedeli alla loro terra, questi abruzzesi, senza andar via col primo invito. Passano le giornate nel luogo in cui sono nati, eppure, dopo un mese, questo ancora non li rassicura. Vedono le stesse facce di sempre anche alla fila per i buoni pasto, sono circondati dagli stessi monti di sempre, sopportano la stessa pioggia incessante, ma niente del paesaggio è familiare. Anche le nuvole sembrano cambiate da quella notte e, quel che è peggio, sono i pensieri ad essere più neri e guardandosi allo specchio nessuno vede ciò che vedeva prima.




Pianola è il paese dell’arcobaleno, della neve e del presepe vivente, il più famoso di tutto l’Abruzzo. È fatta di viottoli, non ha strade ma si sviluppa su scalette e pianerottoli tra le case, tutte aggrappate sulla roccia, una sopra l’altra come in un puzzle di pietra. È a quasi ottocento metri sul livello del mare e da qui si vede tutta la valle fino ai ghiacciai, con L’Aquila, Paganica e Bazzano in bella vista.
Io non me la ricordo, la mia vita di prima” mi dice Mara quando ci incamminiamo insieme verso l’uscita della tendopoli. Ha insistito che visitassi il suo paese e che vedessi la sua casa, e così ci siamo date appuntamento alle dieci di fronte alla lavanderia della signora Ornella. Appena dopo aver accompagnato le sue due bambine alla tenda della scuola, ancora mezze assonnate.

Usciamo dal grande cancello una mattina qualsiasi, sotto un cielo duro e perfetto. I rami freddi dei ciliegi sembrano baciare la neve all’orizzonte, l’erba è verde come non mai, la foschia rosa rende umido il respiro. Ci lasciamo il presente alle spalle, insieme alla paura e alla speranza, alla solidarietà e al tormento. Iniziamo a camminare verso la manciata di casette che è Pianola, attraverso la linea che unisce i sentieri nel passato e nel dolore. La strada è piena di crepe, fossi e voragini, e prosegue tutta in salita tra campi coltivati e cortili solitari. Il respiro si affatica un po’, anche per il peso sullo stomaco che portiamo in omaggio alle rovine. A metà strada c’è il cimitero, con gli alberi immensi ed i ceri rossi ad indicare che qui, nonostante tutto, la quiete esiste.

Pianola è deserta, è una cosa del passato.
La via principale ha il nome di Padre Casimiro Centi, il frate francescano che ripristinò – insieme a Fra Salvatore Roccioletti – la mistica processione del Venerdì Santo dell'Aquila, che era stata vietata nel 1768 per motivi di ordine pubblico e che restò un divieto per due secoli. La chiesa di Maria Santissima, che dà il nome alla seconda parte della via - dal curvone che costeggia la montagna - dà sulla valle con la maestosità di una vecchia signora, ma è devastata. Nelle vie e nei pianerottoli delle case gli unici esseri animati sono i cani, mezzi assonnati e mezzi scomparsi, come la vita delle persone.

Mara è una ragazza semplice. Ha i capelli corti e le labbra rosse e quando può torna da sola a casa per qualche minuto, per un gesto intimo come pettinarsi, per una lavatrice o anche solo per allenarsi a ricamminarci dentro. È bella e ben arredata, una delle poche che non ha subito gravi danni. “E’ rimasta in piedi perché l’ha fatta mio marito con le sue mani”, mi dice girando la chiave nella serratura come se volesse sfidare la sorte, e mentre lo fa scorgo nei suoi occhi le espressioni delle sue due bambine dai capelli chiari, vispe e dolci insieme.

La porta che si apre sembra un miracolo, un’assenza profonda colpisce i nostri visi e noi ci decidiamo a profanare quella penombra come gatti senza padrone. La voce di Mara adesso trema, ma lei non smette lo stesso di parlarmi perché il silenzio inghiotte con i suoni anche i pensieri e lei lo sa. “I fiori”, mi dice, “i fiori adesivi sulle pareti, li vedi? Li avevo appena messi e sono tutti spaccati. E la pittura dei muri era bella, ve’? Come so’ belli, i fiori adesivi. Ti piacciono? Ho scelto i papaveri perché stavano bene coi mobili”.
Per terra il rumore del vetro che calpestiamo rimbomba nel vuoto e nell’odore della casa. È un odore che eccita e che spaventa. La tavola è ancora mezza apparecchiata dalla cena del 5 aprile, il grembiule della più piccola è piegato sulla sedia, tutto sembra imbalsamato come in una favola.
La luce resta fuori, ha paura a entrare.



Ci rigiriamo piano verso la tendopoli, la strada per il ritorno è in discesa. Mara adesso si sente meglio, ha il viso più disteso e parla con meno foga. Ha ricordato per un po’ la sua vita di prima, con i passi, con gli occhi.
Con le mani e con la voce. Come quando si ripassa a mente la propria poesia preferita, come quando si va a mettere un fiore sulla tomba della propria mamma.

Pianola è deserta, è una cosa del passato.



fotografie e testo di Valeria Gentile


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giovedì 11 giugno 2009

Storie d'oro e di fango #11: cibo per l'anima



Leggi prima:

  1. Storie d'oro e di fango #1: l'Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d'oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d'oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d'oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d'oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d'oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d'oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  8. Storie d'oro e di fango #8: il candore dei porporati
  9. Storie d'oro e di fango #9: i colori sono andati via
  10. Storie d'oro e di fango #10: ad ogni cosa il suo vero nome



Quando ho trovato le tue parole, io le ho mangiate.
[Geremia 15, 16]



La spiritualità, da queste parti, è un’altra cosa. Più sporca e più pura insieme, come le mani dei bambini che giocano a pallone nel fango.
È una religiosità fatta di bocche, di nodi in gola e risate scoppiate, di bagni da lavare e colazioni da servire. Il Vaticano è lontano anni luce e qui, dove l’unico bianco che c’è lo trovi tutt’attorno alla valle sulle luminose montagne innevate, non c’è nemmeno un prete a stare fra la gente.


I clown disegnano sulle facce dei bambini lune gialle, soli arancioni e farfalle rosse, li vestono di armature fatte coi palloncini e li aiutano a dare i nomi delle vie ai sentieri tra le tende. Prima di ogni pasto, gli scout battono forte i palmi sulla tavola cantando preghierine al tempo di We will rock you, per insegnare loro a ringraziare ad alta voce. I volontari addetti alle cucine hanno costruito scatole colorate con su scritto La posta del cuoco, per piatti preferiti, richieste o consigli. Un servizio che è stato preso molto sul serio, con i dovuti pennarelli e sorrisi del caso.

È Carmine lo Chef, a decidere i menu alla tendopoli di Pianola, mentre Aldo e Carlo fanno da vice cuochi. “Caro chef siamo due ragazze del campo ti scriviamo per darti un consiglio. Dato che avete tutti quei panini rotondi che una volta ci potete fare degli hamburger li desideriamo tanto. P.S. Spero che il nostro consiglio ti dia ispirazione”, hanno scritto Martina ed Elisa. I bigliettini dei più piccoli sono più sintetici e diretti, come quello di Simone: “Cuoci stasera potete cuocere la minestrina e patatine fritte con fettine panate”.

Le addette allo smistamento dei rifiuti passano tutto il giorno davanti ai bidoni della raccolta differenziata, indirizzando gli ospiti verso i contenitori giusti per lo svuotamento dei vassoi. Si chiamano Teresa, Daniela e Pina, e non perdono mai la pazienza. Cesare ha gli occhi celesti e pulisce la mensa dopo pranzo e dopo cena, anche se è il capo; è venuto con sua sorella Paola e sua moglie Gabriella, che stanno al banco a distribuire i piatti del giorno.
Il miracolo della vita si è compiuto ancora, perché è qui che Gabriella ha scoperto di essere incinta, proprio tra le scosse di assestamento e i bagni chimici.




È difficile trovare qualcuno che si stia prendendo cura soltanto di se stesso: i volontari della Protezione Civile si occupano degli anziani, che si preoccupano per i nipoti, che fanno giocare i più piccoli, mentre le mamme, alla tenda-boutique, scelgono scarpette per le figlie. I mariti non si vedono mai perché di giorno vanno a sudare nelle fabbriche che non sono state chiuse per portare un po’ di soldi alla famiglia, quando tornano la sera sono stanchissimi e vanno in tenda a dormire.
La mattina ti svegli, sai che c’è gente che ha bisogno di te. A startene a casa senza fare niente ti senti male” mi dice Angelo, che è venuto fin qui dalla punta estrema dell’Italia per servire la colazione, le bevande e il dessert. “E’ un bagno di umiltà in tutto e per tutto” mi confida. “Ti tiri su le maniche e ti dai da fare, perché sai che sei più fortunato di loro”.


La vita nella tendopoli ha un tempo circolare, dove tutto sembra dover ricominciare da zero ogni santa mattina, per poi compiersi del tutto la sera, con le stelle.
Sabah ha sette anni ed è più sfrenato degli altri bambini, ma ha lo stesso accento abruzzese, marcato e fiero. “Io non le faccio le preghierine, perché sono albanese” mi ha detto. “I muzulmini non le dicono le preghiere. A me mi piacciono le donne nude”. Rafe, invece, il suo fratellino piccolo, si avvicina con un cellulare in mano a tutti i bambini che vede e poi, con la lingua fuori per la concentrazione, gli scatta una foto, per fargliele subito vedere.
Dobbiamo uccidere cento mostri! Corriamo!” grida Alessio al suo nuovo amichetto Andrea. Prima del terremoto non si conoscevano. “Lo sai addo’? Nel capannone della mensa, lì non ci possono prendere!




Ogni tanto, il fiato del Gran Sasso sospira fumo dalle narici e accarezza le facce gelide delle signore, che sembrano non sentire freddo. Nonna Bice cammina pensierosa per la piazza centrale, quella davanti alla tenda del dottore. È preoccupata per il suo unico figlio maschio, che ha deciso di tornare ad abitare a casa sua, al paese, mentre lei con le sue tre figlie stanno in tenda. “Quando c’è stato il terremoto quello forte sono saltata dal letto ma non sono potuta scappare, la porta non si apriva” racconta. “Perché quando c’è il terremoto le porte si bloccano”. Conosce perfettamente questo iter funesto e ormai ha imparato ogni regola meglio di una sismologa. “Io vorrei pure tornare a casa, ma pure se torno, con che cucino? Che mangio? Il metano ce l’hanno tolto e non l’hanno ancora rimesso”.




Fuori dal tendone della mensa, il furgoncino dell’ufficio postale mobile è arrivato ricordando a tutti com’è il bianco candido. Federica si avvicina perché aspetta la lettera di Elena, la sua migliore amica che è andata a stare dai parenti romani. Dopo averle scritto i saluti, i racconti e le domande retoriche, chiude con un desiderio amaro.

Vorrei che tutto tornasse come era prima… L’Aquila bella me’…


fotografie e testo di Valeria Gentile



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lunedì 8 giugno 2009

Storie d'oro e di fango #10: ad ogni cosa il suo vero nome



Leggi prima:

  1. Storie d'oro e di fango #1: l'Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d'oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d'oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d'oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d'oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d'oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d'oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  8. Storie d'oro e di fango #8: il candore dei porporati
  9. Storie d'oro e di fango #9: i colori sono andati via



Parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi.
Galileo Galilei



In Abruzzo, da quella notte, alcune parole hanno cambiato significato. Come emergenza, evitabile, donazione. La tendopoli si chiama campo, anche se non si coltivano ortaggi né si disputano partite dentro il suo perimetro, e neppure si fanno battaglie. Forse è una parola più gradevole perché ricorda vagamente il campeggio, ma resta una tendopoli, non esistono sinonimi nel dizionario di italiano.

Gli abruzzesi che ci vivono non vogliono essere soprannominati profughi e si infastidiscono se qualcuno si rivolge a loro definendoli sfollati. Non vogliono sentire nemmeno il termine senzatetto, perché loro ce l’hanno, un tetto, anche se è rotto.
Ho chiesto loro come vorrebbero essere chiamati, per non sentirsi discriminati né commiserati. Terremotati, mi hanno risposto senza neanche pensarci un momento, perché lo scompiglio è più forte dell’instabilità. Loro conservano il vero nome delle cose e anche se gliel’hanno tolto, loro non se lo lasciano dimenticare. Per loro il terremoto è qualcosa di reale, un ente a cui sono legati da un rapporto intimo ed atroce, viscerale, indissolubile.

A viaggiare per la provincia sembra che persino i nomi di paesi, frazioni e quartieri siano stati cambiati. Le identità di questo popolo sono state spezzettate e distribuite come fossero cibi indigesti, i resti di un pasto intollerabile che non è piaciuto del tutto a nessuno dei commensali. Ed ecco che Onna è nel Lazio, insieme a Colle Roio, Fossa e Fontecchio. Pianola è stata rinominata Isola di Capo Rizzuto, il quartiere di Piazza d’Armi all’Aquila è in Emilia Romagna, via Lanciano ricade improvvisamente in Friuli, Civita di Bagno è in Basilicata. Sant’Elia fa parte della provincia di Bolzano, mentre Filetto e Capitignano son capitati in Campania.

Montereale alla Calabria, Tione degli Abruzzi in Liguria, Bazzano e Monticchio in Lombardia. Coppito è nelle Marche, Arischia in Molise, Barisciano e Tempera in Piemonte. Tornimparte e Scoppito, invece, son spettati alla Sicilia. Non manca la Puglia, che ha Secinaro, Castel di Ieri, Sulmona e Vittorito. Aragno e Camarda se li è presi la Sardegna, mentre la Toscana ha preferito Castelnuovo. Paganica se la son spartita Trentino e Lombardia, Lucoli è in Valle d’Aosta. Bagno Grande e Santa Rufina si ritrovano in Veneto, come per magia. Sono i gruppi della Protezione Civile che hanno preso in gestione quella tendopoli a darle il nome, il carattere, i lineamenti, proprio come se l'avessero adottata per amore. Ad ogni entrata c’è un telone con scritto “Benvenuti”, perché chi ne varca l’ingresso si senta ospite a casa propria e non fiati, non crei disordini o colpi di scena.

Ogni Regione d’Italia si è portata a casa un pezzettino di Abruzzo, come si fa con i cani randagi in difficoltà quando si è spinti da un irrefrenabile istinto di misericordia e soccorso, di ordine e autostima.
In quella notte nerissima agli abruzzesi è crollato il mondo addosso ed hanno avuto un tremendo bisogno di aiuto, di acqua, di un posto dove andare. Ma nessuno li ha avvertiti che la solidarietà l’avrebbero pagata con l’identità, l’assistenza con il linguaggio. Un appellativo in cambio di un pasto caldo, una parola in cambio di una pastiglia.




Entrare nelle tendopoli non è così facile. La burocrazia e la sicurezza forzata regnano sovrane, convivere con vigili, volontari e forze dell’ordine non è una cosa a cui ci si può fare l’abitudine e in alcuni posti c’è anche il coprifuoco da rispettare. Il Ministero dell’Interno firma ogni minimo spazio vitale, dai container con i viveri alle tende adibite ad asilo nido, eppure non ha un volto. La Protezione Civile, invece, lo cambia ogni settimana e la gente fa giusto in tempo ad affezionarsi perché sia più doloroso l’abbandono.

L’anima delle tendopoli la fanno le donne, proprio come succedeva dentro le case. Si può camminare tra i viali di fango e vederle stendere, lavare, o sentirle chiacchierare come facevano dai terrazzini. “Mio padre ce l’aveva detto, prima di morire: dal Duemila, fame, freddo, sete e morte!” mi dice una di loro. Fa girare gli occhi come fossero alle giostre, l’espressione si incastra tra il sorriso ed il pianto e per sbloccarla usa parole in dialetto che esorcizzano il terrore. La sera è sempre molto più nervosa rispetto alla mattina, quando si muove con gentilezza per fare il primo saluto della giornata a chiunque passi per la piazza principale del campo pianolese. Nonna Milena, la chiamano, e ha i capelli rossi.

È la nonna di tutti, perché ha l’aspetto tipico delle nonne abruzzesi, è integra ed astuta, dura e dolce insieme. Porta maglioncini scuri, gonnellone che le coprono le gambe sino alle caviglie e le Crocs arancioni ai piedi. Il crocifisso d’oro al collo e gli occhiali sempre in testa.

Di notte le tendopoli sembrano dolci e tranquille, con le lucette che rischiarano la valle buia. Qualche voce risuona piano, pochi si scambiano parole sussurrate e da lontano puoi sentire il fiato lieve del vento che accarezza le tende come una favola della buonanotte. Ma all’interno, la gente non riesce a dormire. I bambini fanno incubi, i grandi hanno il polso accelerato e ciò che i medici di campo prescrivono di più sono gli ansiolitici.


Dio facci passa’ bene la notte e facci torna’ a casa”, sussurra il piccolo Mattia prima di coricarsi. Già pensa a quella bambina al tendone-scuola, che gli piace tanto e stasera gli ha tenuto la mano. Poi fa un sospiro, si gira nel letto un po’ di qua e un po’ di là, e si addormenta.



fotografie e testo di Valeria Gentile


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sabato 6 giugno 2009

Storie d'oro e di fango #9: i colori sono andati via


Leggi prima:

  1. Storie d'oro e di fango #1: l'Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d'oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d'oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d'oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d'oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d'oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d'oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  8. Storie d'oro e di fango #8: il candore dei porporati


L'ente diverso e indipendente dall'essenza umana o Dio - l'ente che non ha essenza umana, proprietà umane, individualità umana - questo ente non è altro, in verità, che la natura.
Ludwig Feuerbach



Arrivare all’Aquila dal Vaticano è sconvolgente.
È questo il tragitto che Benedetto XVI ha percorso il 28 aprile, con l’auto al posto dell’elicottero papale e con 45 minuti di ritardo, a causa del maltempo. Ho voluto precederlo e partire il giorno prima di lui, volevo sapere cosa si prova a passare dall’oro al fango e all’inizio è difficile sentire.

Bisogna spogliarsi dei pensieri, prima di tutto. Per provare qualcosa sulla pelle, perché il tatto ritorni sensibile dopo le imbellettate storie dorate e le facce laccate, dopo i flash e le bacheche lucide, serve che prima ti disfi del trucco, per l’appuntamento con l’umanità. Perché nell’Aquila distrutta c’è il meglio ed il peggio, il più alto ed il più misero dei lati umani, il più dolce dei gesti e la più cupa malinconia, la speranza e l’abuso, la divisa e le ciabatte, l’autoblindo ed il triciclo, la televisione e l’oblio.

L’escursione termica è solo un’altra medaglia a due facce, a cui ci si abitua dopo qualche giorno di afa e di gelo. Le gocce di brina, i pezzi di ghiaccio sui parabrezza, la neve intorno alla valle, il bacio soffocante del sole a mezzogiorno, la luna che abbraccia con fredda lucidità e l’irrespirabile umido dentro alle tende tappate. È questo a far da sfondo alle giornate della gente e per quanto ti sforzi di trovare una logica negli scherzi del paesaggio, non c’è una regola ad acquietare il caos di questo aprile.




Arrivare all’Aquila dal Vaticano è come un viaggio nel tempo. Nell’amore e nella miseria. In quei minuti che la separano da Roma mi sembra di viaggiare in realtà per millenni, di ascoltare l’alito vitale di questa terra, delle sue valli e dei suoi pendii. Il terreno mi accoglie con la sua vivida spensieratezza, con la sua fervida indifferenza, il suo essere sfacciatamente al di sopra delle umane passioni e delle storie di mattoni.

Sembra di varcare uno spesso confine, oltre il quale i colori si fanno smorzati. Il battito del cuore impazzisce e si fa veloce, ma il motore dell’animo è come spento, l’aria è ferma. Il fiato, all’improvviso, lo senti tagliato, interrotto. I colori sono opachi, all’Aquila, quello che vedi sono pallidi visi e sorrisi a metà, contorni vaghi, orizzonti incerti, pensieri sbiaditi.
Il cancello che separa la vita dalla morte è sporco della polvere dei palazzi crollati, quasi non si distingue, lo vedi come sfumato, indeciso su chi tenere da una parte e dall’altra.

Il silenzio, qui, non è di tomba, ma è fatto di spettri. I morti non sono trecento, perché ne puoi vedere uno anche dentro gli occhi di ogni vivo. Non hanno perso il sorriso, gli abruzzesi, ma qualcosa di più intimo ed impercettibile e di quest’assenza, che grida nel loro sguardo, si può sentire l’eco disperato.

Ho provato a girare la testa da una parte all’altra, quando sono scesa sulla strada, per guardare i cadaveri delle case, gli unici che sono rimasti in bella vista. Ho provato anche a tenerla ferma, a non muovermi, a camminare dritta senza indagare in ogni direzione, a fermarmi, a sedermi. Ma qualsiasi cosa tu faccia, quello che senti è un cerchio alla testa, una mancanza di punti di riferimento che dà il capogiro, rendendo il respiro sconvolto e lo sguardo smarrito ad ogni angolo.

Non un suono forte, ogni vibrazione è attutita, poche auto e ancor meno esseri umani si intravedono per le vie turbate e ammalate, ammorbate dalla bugia. Quelle poche cose che vedi si muovono lentamente. Tutto è rallentato, affievolito, come fosse sott’acqua. La gente ha finalmente un po’ di calma, adesso, tempo per riprendersi dalla tragedia, spazio per riappacificarsi con la terra. Ma è una pace irreale. Perché niente è più al suo posto.

I colori se ne sono andati. Il giallo dei palazzi ancora in costruzione è un’angoscia immobile, non ha niente a che vedere con la luce, le sue crepe svelano la falsità della sua somiglianza con la tinta del sole. Il rosso della vernice è una ferita aperta, e anche quando chiude gli ingressi al cuore della città in nome della sicurezza, non è amore. Il verde delle piante è una fiducia mal riposta, perché la natura ti rassicura e ti sgomenta, ti sa cullare e ti fa crollare, ti partorisce e ti abbandona, poi torna, poi non si sa, domani è un altro giorno. L’azzurro dei monti all’orizzonte è un futuro effimero, niente a che fare con l’immensità del cielo, perché non c’è domani per chi ha perso tutto.
In un soffio. Uno sbuffo, che si è portato via i colori.




L’Aquila di oggi è una città zitta, immobile, castigata. È una città che non sa più respirare la sua aria, perché è infetta e fa male. Gli uomini hanno perso il colorito, anche quelli che continuano ad andare a lavorare, il cielo è pesante anche quando non è nuvoloso. Anche la carnagione delle donne è diversa e le direzioni che i bambini prendono sono in bianco e nero.

L’Aquilano ha ancora voglia di volare, annuncia con fierezza il primo cartellone all’ingresso della città.
Era difficile immaginare che questa è l’Aquila. Niente ville, niente crociere, niente aiuti né spiegazioni. Nessuna responsabilità o soluzione, nessun miracolo né benedizione. Era difficile immaginare una città che non esiste più, che non può più guardarsi allo specchio perché non ha più un volto.

La verità è andata via dall’Aquila, anche se è nei cuori della gente come se dovesse tornare da un momento all’altro.




fotografie e testo di Valeria Gentile



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mercoledì 3 giugno 2009

Storie d'oro e di fango #8: il candore dei porporati


Leggi prima:

  1. Storie d'oro e di fango #1: l'Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d'oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d'oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d'oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d'oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d'oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d'oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione



A subitanea et improvisa morte, libera nos, Domine.
litania cristiana


Mancano due giorni all’arrivo del Papa in Abruzzo e io mi chiedo se saprò guardare con occhi puliti dopo aver sentito tutto questo. L’odore forte del gelsomino, la voce metallica degli altoparlanti, il freddo delle mura, i disegni di un dio che non si può comprendere.

Se vuoi entrare in Vaticano, ti devi accontentare della piccola parte aperta al pubblico: per Piazza San Pietro occorre passare i controlli di sicurezza delle forze dell’ordine; per i Musei bisogna pagare il biglietto; per entrare ai Giardini bisogna prenotarsi con indicibile anticipo. “Per altre informazioni si rivolga alla Cooperativa Il Sogno”, ti dicono. “E si ricordi che l'accesso ai Musei ed ai Giardini Vaticani è consentito solo alle persone decorosamente vestite”.

C’è anche una farmacia particolare, dentro la Città Stato, che possiede medicine che da noi non si vendono, o che arrivano mesi dopo per via della burocrazia italiana. Creme per cicatrici da intervento chirurgico, latti in polvere per bambini prematuri, pomate cicatrizzanti per ustioni di secondo grado. Una volta ottenuta una ricetta medica, devi presentare il passaporto per ottenere un permesso e nonostante questo puoi stare tassativamente solo qualche minuto, per poi sgattaiolare via. Secondo fonti vaticane è la farmacia più frequentata al mondo, con oltre duemila clienti al giorno.

Poi, se tutto questo non ti basta, puoi inventarti qualcos’altro.
Passando da via della Sagrestia varcare il confine ha un altro sapore. Qui la frontiera non è come negli altri lati: non è un marciapiede, non è un muro, non è un cancello. Svoltato un angolo ti ritrovi in un altro mondo, fatto di prati verdi e siepi curatissime, strade lisce e pulite cinte da palazzoni antichi, che da dietro l’angolo non avresti mai potuto immaginare e che ora ti incantano, in tutta la loro solennità. Le grate magiche alle finestre e i lampioncini dorati sembrano quelli delle favole. Il cupolone è a un passo e sembra quasi di poterlo toccare.

Più vai avanti e più gli edifici si fanno imponenti, con giardini abbelliti, colonne decorate e muti signori dagli abiti porpora che si aggirano con discrezione. Sono esseri divini, talmente benedetti che non possono essere interrogati, perquisiti, processati o arrestati da nessun sistema giudiziario, nemmeno in casi di scandali finanziari eclatanti come quello degli anni Ottanta, neppure nei numerosi casi di omicidi strategici o per scandali ben peggiori, come quello che sta accadendo negli USA di questi tempi e che ha a che fare con i preti pedofili. I porporati godono di una sinistra immunità che non è contemplata in nessun codice e vivono in un eden dall’aspetto ineccepibile, come la pelle bella di un assassino. Nelle immense strade asfaltate che si intrufolano dentro le parti proibite della Città Stato non ci sono pecche, nemmeno una foglia a distrarre la perfezione, nemmeno un minuscolo, insignificante petalo di rosa rompe l’equilibrio di questo luogo immacolato.




Chi polemizza sul fatto che il Papa non sia ancora andato a L’Aquila è una testa di cavolo!“ esclama don Maurizio con il sorriso largo e una sfacciata insicurezza “e qualcuno potrebbe dirlo ancora meglio!”. Scherza più o meno seriamente sulla faccenda del terremoto cercando lo sguardo e l’approvazione dei suoi amici vescovi, come se avesse bisogno di dimostrare loro qualcosa. Mentre mi parla mi guarda poco negli occhi, sembra quasi che parlino tra di loro. Poi mi dà una sua piccola lezione in un mix di salmi, litanie e citazioni di Gesù Cristo, ripetendomi che “il Signore non ha bisogno di essere difeso da noi, perché si difende benissimo da solo”.
Monsignor Bernard lo lascia dire, con una serenità delicata e cupa, poi prende la parola. “Morire è il nostro destino. Questo nostro essere sulla Terra è passeggero: poi, se la permanenza è lunga o breve, poco importa”. Si esprime per lo più con i suoi occhi color dell’acqua. Le sue parole, come gocce che si propagano ondeggiando, arrivano e si infrangono nel silenzio. Sono suoni limpidi e leggeri, che uniti all’accento francese e alle rughe del viso fanno del suo pensiero una profezia.

Don Stefano passa di fretta, ma don Maurizio lo coinvolge con astuzia, lo trattiene, poi lo abbandona e lo lascia solo con me. È molto anziano e ha i capillari rotti sulle guance rosse. Balbetta un po’ con la bocca senza denti, e rovistando tra i pensieri per cercare il perché di tanto prestigio, si sforza di nascondere il fatto che non sa rispondere alle mie domande. “Il terremoto rientra nei piani di Dio” dice. Poi comincia a parlare della sovrappopolazione in Cina, di chi mangia troppo e chi muore di fame, della Terra che può dar da mangiare a tutti ma che ha risorse mal distribuite.




Qualsiasi domanda io provi a porgli mi risponde sospirando che è difficile, come se fosse difficile capire, difficile trovare una base di atterraggio, difficile pronunciare parole e chiarire i miei dubbi. Difficile reagire. Balbetta e sospira. “Eh, è difficile stare dentro a queste dinamiche… È difficile sapere com’è che vengono usati tutti questi immobili di proprietà del Vaticano e capire come mai non li mettano a disposizione degli sfollati abruzzesi… Eh. È difficile trovare parole di conforto per le mamme che hanno perso i loro bambini…
Ogni cosa è difficile per quest’uomo del nord Italia, quasi novantenne. Non è difficile percepire il suo disagio, così gli sorrido e lo saluto, allontanandomi verso la salita.

Proseguo salendo in alto fino al Largo della Radio, sulla cima del colle da cui si innalzano le antenne di Radio Vaticana. Gli spazi sono immensi, gli alberi altissimi. Camminando incontro statue antiche e fontane che sono delle vere e proprie opere d’arte, aiuole e prestigiose esposizioni botaniche, con centinaia di specie vegetali da tutto il mondo e i relativi cartellini esplicativi. Rose, bonsai, piccoli cactus, buganvillee e mimose, su uno sfondo di cespugli potati ad arte e rocce multiformi. Latino e marmo regnano sovrani.

Nell’antica residenza papale si svolge una messa privatissima. Al secondo piano, in una piccola cappella che contiene al massimo una ventina di persone: per arrivarci passo da porte grandi e dorate, curiosando in stanze con pareti abbellite e finestre enormi che danno sullo straordinario panorama vaticano.
Quae dico vobis in tenebris dicite in lumine, quod in aure auditis praedicate super tecta
, è inciso in alto dietro l’altare. L’odore di incenso è fortissimo e don Angelo dice la messa con una dizione perfetta, perché nella stanza accanto i tecnici della Sala Controllo e Regia stanno trasmettendo in diretta su Radio Maria.

Il concetto chiave di questa settimana è il consolidamento della fede”, annuncia alla dozzina di fedeli ben vestiti, che stanno attenti a non fiatare e a non tossire, perché c’è la diretta. Un ragazzo sta accanto al prete e a volte lo interrompe, gli fa cenni, lo dirige come fosse un musicista scoordinato in un’orchestra e, quando si lascia prendere dal trasporto, lo ferma e lo fa ricominciare. “E’ l’incontro con la morte che ci permette di credere nella resurrezione”, dice in questa terza domenica di Pasqua. “Per celebrare i santi misteri, chiediamo sinceramente perdono dei nostri peccati”.

Tra un’antifona e l’altra arriccia il naso per tirarsi su gli occhiali. Il Cristo doveva patire e risuscitare dai morti il terzo giorno; sarà predicata nel suo nome la conversione e il perdono dei peccati a tutte le genti. A messa finita chiacchieriamo un po’ da soli, camminando insieme mentre va via. Sommesso ed impacciato, ora svela un’inflessione dialettale che viene dal sud. “Per natura, le mamme sono custodi del mistero della vita. Sono le prime testimoni della vittoria della vita sulla morte, del bene sul male. Ognuna di loro ha dentro di sé la forza e sa che l’ultima parola non ce l’ha la morte, ma la vita che custodisce dentro di sé”.
Mi dedica un sorriso fugace e circospetto. Poi mi saluta con dolcezza.

Dentro, i pianti disperati delle madri abruzzesi mi rimbombano e fanno un rumore assordante.
Fuori, l’odore intenso delle rose rosse mi ricorda che cos’è la consolazione.






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