venerdì 29 maggio 2009

Storie d'oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione



Leggi prima:

  1. Storie d'oro e di fango #1: l'Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d'oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d'oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d'oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d'oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d'oro e di fango #6: le Avemarie non bastano


Ho seguito gli sviluppi del devastante fenomeno tellurico dalla prima scossa di terremoto che si è avvertita anche in Vaticano ed ho notato con favore il manifestarsi di una crescente onda di solidarietà grazie alla quale si sono venuti organizzando i primi soccorsi
dal telegramma di Benedetto XVI del 10 aprile per i funerali di Stato


Per la Regina Coeli della domenica mattina, Piazza San Pietro si colora di bandiere.
È così che la facciata del Vaticano perde quell’alone di scintillante opacità che avvolge il suo nucleo più interno, quello privatissimo, dove la più segreta banca estera gestisce operazioni finanziarie fuori dagli accordi e dai filtri antiriciclaggio interbancari e internazionali. È un luogo ambiguo che con la luce del sole, varcati i cancelli alti dietro le guardie svizzere, esce dall’anonimato e si tinge di vivacità.

Bandiere e magliette sgargianti. Rosse, verdi, gialle, bianche, rosa, blu. Paesi lontani, gruppi scout, confraternite e parrocchie, cartelloni, stemmi e striscioni: tutto esprime un attonito, ipnotico tripudio. Qui il dolore umano si festeggia: niente afflizione o pena, nessun affanno o patimento. Ognuno è istruito a rimuovere le preoccupazioni dal cuore e ad erigerle come trofei, a gioire insieme agli altri e a sposare quella lieta fede cristiana, imbalsamata e composta.

Mentre queste centinaia di colorati turisti della fede fanno file interminabili senza sapere nemmeno bene il perché, giovanissimi ed accigliati poliziotti si accertano che tutti abbiano il pass per entrare: un pezzo di carta color arancio acceso, quasi fosforescente. Chi non lo ha resta fuori dal girone della gioia, senza sedia né sorriso. Le mattonelle in pietra, grigie e quadrate, diventano la base di un puzzle fatto con le tessere della più pura multiculturalità: uomini e donne, vecchi e bambini, occidentali e orientali. San Pietro pullula.

Di Ratzinger puoi riconoscere la voce che arriva dagli altoparlanti, al massimo la chioma al vento che ogni tanto si scorge dentro ai grandi schermi Panasonic. Parla un po' in italiano e un po’ in portoghese, passa all'inglese, al francese, al tedesco, poi spagnolo e polacco, infine in latino pronuncia l’antifona, che dalla domenica di Pasqua fino alla Pentecoste sostituisce l’Angelus.
La brezza tiepida di aprile raggiunge due suore africane, ne accarezza la pelle nera come la pece e liscia come la seta, fa danzare un poco il velo bianco che hanno sulla testa e passa oltre. Loro non si muovono, lo sguardo rivolto in avanti, in direzione della Basilica. E quando meno me lo aspetto, in coro col Santo Padre ed altre migliaia di fedeli, recitano.

Regina coeli, laetare, alleluia:
Quia quem meruisti portare, alleluia,

Resurrexit, sicut dixit, alleluia,

Ora pro nobis Deum, alleluia.




A vegliare su tutto questo è il grande stemma araldico scelto da Ratzinger per il suo Pontificato, un simbolo a forma di calice, dipinto di rosso e d’oro. La conchiglia che vi è incisa rimanda ad una leggenda su Sant’Agostino che esprime l’inutile sforzo di tentare di far entrare l'infinità di Dio nella limitata mente umana. Il bambino della leggenda voleva svuotare il mare con una conchiglia, senza capire l’immensità del mare.

Aprile è tiepido, qui al Vaticano, eppure io sento l’umido del nubifragio. Quello che da settimane ha colpito l’Aquila e che ha allagato le tendopoli senza pietà. Extra ecclesiam nulla salus, diceva Sant’Agostino, Dio sa già chi sarà salvo e chi no, ti puoi sforzare quanto vuoi con le tue buone azioni, ma quel che è scritto è scritto. A meno che non entri in Chiesa, e allora puoi salvarti. Anche se non eri nella lista dei prescelti.

Di fronte a me il dorato stemma, con il suo motto “Cooperatores Veritatis”, i Collaboratori della Verità, e le due chiavi incrociate dietro lo scudo, una d’oro e una d’argento.
Agli aquilani le chiavi non servono più ad aprire le porte, non significano più essere padroni di qualcosa, dal 6 di questo mese maledetto.



Alzo gli occhi e mi ritrovo qui, come risvegliata da uno strano sogno, in mezzo ai fedeli che come coriandoli ravvivano Piazza San Pietro.
Aprile è un mese intenso per Joseph. È nato il 16, è stato ordinato cardinale vescovo il 15, Papa il 19, consacrato il 24, prima udienza generale il 27. Nel ’44, racconta, riuscì ad evitare la fucilazione come disertore proprio in aprile e nello stesso mese dell’anno successivo la Germania fu sconfitta. Il 2 aprile del 2005 morì Papa Giovanni Paolo II. Un mese denso di significati, non c’è che dire. Tra una cosa e l’altra c’è stato anche un terremoto in Abruzzo e Sua Santità ha deciso di recarvisi in visita prima che questo mese finisca, proprio il 28.

La Santa Sede intende fare la sua parte. Questo è il momento dell’impegno, in sintonia con gli organismi dello Stato che già stanno lodevolmente operando. Solo la solidarietà può consentire di superare prove così dolorose”.
Erano le sue parole che dal suo regno arrivavano agli abruzzesi durante i funerali di Stato del 10 aprile, in un’Italia in lutto. “Affido alla Vergine Santa persone e famiglie coinvolte in questa tragedia e attraverso la sua materna intercessione chiedo al Signore di asciugare ogni lacrima e di lenire ogni ferita mentre invio a ciascuno una speciale confortatrice benedizione apostolica”.

Poi aveva proseguito il suo segretario personale dicendo che “oltre agli oli sacri che il Santo Padre ha benedetto ieri nella Basilica di San Pietro egli offre il calice con cui viene celebrata la Santa Messa in segno di omaggio alla comunità cristiana e di spirituale partecipazione al dolore dei familiari delle vittime del terremoto e dell’intera città”.



Suvenìr of the Pope! Suvenìr of the Pope!” annuncia senza stancarsi Orlando, da dietro la sua bancarella apparecchiata di oggetti sacri. “Se non ti piace questo Papa dietro c’è quest’altro, solo cinque euro!” ripete come un disco incantato da decenni. Il suo amico Antonio, più sommesso e silenzioso, sorride. Mi dicono che questo papa non piace a nessuno, che se non ci fosse l’immagine di Giovanni Paolo II dietro non venderebbe nemmeno un rosario, che però si sta bene a lavorare sul marciapiede di Via della Conciliazione e non dover pagare le tasse, a scendere dal marciapiede e ritrovarsi a casa.

Orlando ha gli occhi blu ed un naso grande, la parlata romana ed il sorriso incattivito. “Era ora che si decidesse ad andare a L’Aquila!” mi dice. "Berlusconi c'è andato subito, lui dov'è?" Poi fa un sospiro e ricomincia la cantilena. “Suvenìr of the Pope! Suvenìr of the Pope!
Prima di salutarlo voglio provare l’ebbrezza di tenere un piede sulla strada ed uno sul marciapiede, uno a Roma ed uno in Vaticano.
La gente, a maniche corte ed occhiali da sole, mi ignora e passa.

Giovanni invece sta dentro la piazza ed è più anziano, lui i papi li ha conosciuti tutti, ci tiene a precisare. Ha un sorriso stampato sul viso e a vederlo all’opera mette allegria. Ma in un secondo diventa una belva e la sua luminosità si pietrifica in un’espressione di fuoco. “Ci lavoro da così tanti anni che ho visto ognuno di loro. Ma questo papa lo odiano tutti” mi giura. Gli occhi gli si fanno rossi e continua a ripetere il concetto come se non lo avessi capito bene. Un brivido mi corre lungo la schiena.

Che sarà mai, un Papa un po’ meno carino degli altri, gli chiedo con l’espressione del viso. E la sua risposta mi lascia senza parole.
Lo sanno gli italiani e lo sanno gli stranieri. Lo sanno tutti, è scritto sui libri. Questo papa è nazista!
Beh, non esageriamo. Joseph partecipò alla Gioventù hitleriana e al programma Luftwaffenhelfer, fu addetto al caricamento nel reparto di artiglieria contraerea e in quello delle intercettazioni telefoniche, diede il suo supporto al Führer negli scavi di trincee e nelle marce cantate per sollevare il morale della popolazione. Ma da qui a dire che un papa è nazista, suvvia…




fotografie e testo di Valeria Gentile

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martedì 26 maggio 2009

Storie d'oro e di fango #6: le Avemarie non bastano


Leggi prima:

  1. Storie d'oro e di fango #1: l'Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d'oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d'oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d'oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d'oro e di fango #5: con la luce del sole


Una qualunque sovranità territoriale è condizione universalmente riconosciuta indispensabile ad ogni vera sovranità giurisdizionale: dunque almeno quel tanto di territorio che basti come supporto della sovranità stessa. Quel tanto di territorio senza del quale questa non potrebbe sussistere, perché non avrebbe dove poggiare.
Papa Pio XI

C’è una galleria d’arte, nel lato sinistro del colonnato di Piazza San Pietro, che viene chiamato Braccio di Carlo Magno perché si trova all’altezza della Basilica dove sorge la statua dell’imperatore cristiano, incoronato proprio lì la notte di Natale dell’anno 800. Dal 12 febbraio al 10 maggio lo spazio espositivo ha ospitato la mostra celebrativa “1929-2009”, in occasione dell’ottantesimo anniversario della nascita dello Stato Vaticano. Si apre con un plastico tridimensionale “della città, dei suoi edifici e della sua natura” e a passarci intorno, tra i memoriali in onore dei protagonisti della sua fioritura, sento il respiro appesantirsi di secoli di intrighi di palazzo. Operazioni finanziarie che non lasciano traccia, riciclaggio di denaro sporco, morti misteriose ed omicidi insoluti, rapporti intimi con la P2 e scandali soffocati. Il silenzio è di tomba, e l'atmosfera che si vive è a metà tra il negozio di souvenir e la sagrestia di un'antico duomo.



Scale lussuose, telecamere e guardie ovunque, talmente tante che si annoiano a morte, praticamente dormono. A conciliare il loro sonno ci sono gli scricchiolii del pavimento al secondo piano, in pendenza e dalle basi precarie. Ad ogni passo trema tutto e dopo un po' non si capisce se il capogiro è dettato dall'instabilità della struttura o dal peso storico, politico e spirituale dei cimeli esposti.

Non si riesce a comprendere appieno l’essenza del Vaticano e a coglierne l’atmosfera più intima, se non si tengono a mente alcuni piccoli dettagli sulle sue origini. Come il fatto che questo Stato esiste solo ed unicamente grazie al dittatore fascista Benito Mussolini, per esempio. “L’uomo della provvidenza”, che era nato in un paesino vicino a Forlì – a tutt’oggi gemellato con un paesino tedesco – e che divide ancora il cuore dell’Italia in due, aveva messo fine una volta per tutte alla Questione Romana con la sua firma di ferro sui Patti Lateranensi, nati da una serie di trattative segrete tra lui e tre sacerdoti e poi sottoscritti dal Cardinale Segretario di Stato Pietro Gasparri.

Due giorni dopo quella firma, infatti, Papa Pio XI disse che “si è potuto rivedere e rimaneggiare […] tutta quella immensa farragine di leggi tutte direttamente o indirettamente contrarie ai diritti e alle prerogative della Chiesa, delle persone e delle cose della Chiesa; […] siamo stati anche dall’altra parte nobilmente assecondati. E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare; […] E con la grazia di Dio, con molta pazienza, con molto lavoro, con l’incontro di molti e nobili assecondamenti, siamo riusciti […] a conchiudere un Concordato […] ed è con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio”.




Prima di allora i rapporti tra il Regno d’Italia e la Chiesa – sanciti dal motto “libera chiesa in libero stato” – erano stati molto difficili perchè la precedente legge, quella delle Guarentigie, non fu mai riconosciuta dal Vaticano. I Patti Lateranensi invece, costituiti da un Trattato – di cui fa parte anche la Convenzione Finanziaria – e un Concordato, riconobbero finalmente la tanto agognata sovranità e l’indipendenza del nuovo Stato dal governo italiano. Istituirono la religione cattolica come religione di Stato e l’insegnamento obbligatorio di essa nelle scuole, conformarono alla dottrina cattolica le leggi sul matrimonio e sul divorzio e resero il clero esente dal servizio militare. Disposero anche l’esenzione dello Stato pontificio dal pagare le tasse doganali sulle merci importate e il risarcimento di circa 4 miliardi di euro attuali per i danni finanziari subiti in seguito alla fine del potere temporale.

Anche grazie a leggi precedenti e successive ai Patti, il Vaticano viene finanziato e privilegiato fiscalmente dallo Stato Italiano – e non solo – in diversi modi, ogni anno. Un miliardo di euro dal gettito Irpef – il 60 percento dei contribuenti italiani, consapevolmente o meno, lascia in bianco la voce “otto per mille”, facendo arrivare la donazione al 90 percento -, quasi un altro miliardo di euro per gli stipendi degli insegnanti di religione – che a parità di prestazione guadagnano più dei loro colleghi –, 700 milioni per le convenzioni su scuola e sanità, 250 milioni per i finanziamenti ai Grandi Eventi – dal Giubileo all'ultimo raduno di Loreto – nonché circa 700 milioni di esenzioni da Ici, 500 milioni di esenzioni da Irap, Ires e altre imposte e 600 milioni di evasione fiscale legalizzata per il turismo cattolico. L'Obolo di san Pietro, nel solo anno 2007, è ammontato a 94,1 milioni di dollari.

Ma non è finita qui: le offerte e i contributi che le diocesi e le congregazioni religiose di tutto il mondo sono tenute a versare al Papa secondo il canone 1271 del codice di diritto canonico sono ammontati nel 2007 a 29,5 milioni di dollari - in testa la Germania, 31 per cento del totale, seguita dagli Stati Uniti, 28 per cento, e dall'Italia, 19 per cento. Nonostante le offerte siano libere, il Vaticano chiede alle diocesi di dare almeno 1 euro per ogni battezzato, e alle congregazione religiose almeno 10 euro per ogni iscritto.
E se per caso non ne aveste abbastanza, l’acqua fornita alla Città Stato è interamente a carico dello Stato Italiano, come anche le bollette relative alla manutenzione della rete fognaria e alla gestione delle acque di scarico. Il motivo? Il Vaticano non ritiene di dover pagare un servizio erogato da un’azienda straniera e non ha nessuna intenzione di preoccuparsene.

Di tutto questo ben di dio, Ratzinger ha donato – o restituito? - 5 milioni di euro per l'emergenza terremoto e 500 uova pasquali ai bambini abruzzesi.
Non ha regalato 500 pacchi di pasta o di biscotti, ma uova di pasqua, nonostante si sia sempre detto critico verso il consumismo delle feste cristiane. Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, ha detto a Bertolaso che “è evidente e prevedibile che ci saranno altri sostegni derivanti dall'otto per mille destinati all'Abruzzo”. Ma non tutti sanno che l’art. 2 comma 1 del d. P. R. 10/03/1998 prevede che lo Stato lo utilizzi interamente per calamità naturali. Ed è evidente e prevedibile che non ne ha usato - e non ne userà - nemmeno una piccola parte.

Mi muovo come ipnotizzata tra le vetrine luccicanti della sala e mi sento come dentro a un macabro sogno. Ma sono sveglia, e mi viene in mente lo spot dell'otto per mille alla Chiesa Cattolica realizzato dopo gli aiuti dati alle vittime dello tsunami, nel dicembre 2004. Un capolavoro indiscusso della comunicazione televisiva, fatto di slogan, musiche e fotografia eccezionali, che è costato al Vaticano niente di meno che 9 milioni di euro, il triplo di quanto ha donato in realtà alle vittime stesse dello tsunami.

Sono cifre che mi paralizzano le gambe, mentre cammino tra i corridoi preziosi della mostra celebrativa. Gli autentici dipinti appesi alle pareti ritraggono i sei Pontefici che si sono succeduti a Pio XI, ed hanno occhi. Controllano le monete d'oro dentro le teche, anch'esse dorate.
L'aria è rarefatta quasi quanto sulle cime del Gran Sasso e i visitatori evitano di aprir bocca.
Fuori, sotto il sole cocente, l'Avemaria di Ratzinger sta per cominciare.



fotografie e testo di Valeria Gentile


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venerdì 22 maggio 2009

Storie d'oro e di fango #5: con la luce del sole


Leggi prima:

  1. Storie d'oro e di fango #1: l'Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d'oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d'oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d'oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere



Ciò che vi dico nelle tenebre ditelo in piena luce, ciò che vi si dice negli orecchi predicatelo dai tetti.
Matteo [10,27]


Occhiali da sole, borsetta e ciabattine.
La domenica mattina, con la luce del giorno, la Città Stato ha un’aria completamente diversa, da celebrità eccentrica. Una via di mezzo tra il Festival di Cannes e un centro commerciale, in cui ci si sente tutti fan e clienti insieme, e se si è fortunati, tra un controllo delle forze dell’ordine ed una cacca di piccione sulla giacca, si può acquistare un rosario e contemporaneamente ascoltare la voce di Benedetto XVI dai due mega televisori Panasonic installati di fronte alla Cupola.

Ti aspetti preghiera e raccoglimento, il settimo giorno della settimana nel cuore della Santa Sede. E invece no. Tra centinaia di macchine fotografiche digitali, posti riservati ed una quindicina di pullman granturismo parcheggiati sotto al colonnato, la prima cosa che ti accoglie come un pugno in pancia è la mastodontica campagna pubblicitaria della compagnia telefonica Wind in Piazza San Pietro. Una campagna discreta, tanto da rendere impossibile fotografare la piazza senza che almeno uno dei due cartelloni ci caschi dentro, riprendendo sfacciatamente la geometria dell’obelisco e della Basilica.


Il Vaticano è un altro luogo. Se ne accorgono anche i turisti, unici visitatori indiscussi del luogo, molti dei quali sono essi stessi clericali che arrivano da ogni parte del mondo. La frontiera esiste ed è visibilissima: la puoi riconoscere tra l’anarchica italianità della fermata del tram a pochi passi dalle mura e la timorosa sottomissione con cui poi, sotto gli archi, si aspetta il proprio turno per varcare i metal-detector. Il corridoio doganale è via di Porta Angelica, che ti trasforma mentre cammini come fosse un rito di iniziazione, una conversione forzata contemporaneamente al timor di Dio e al consumismo cattolico.

Questa piazza ha un giro d’affari di cinque miliardi di euro l’anno.
Gli immobili di proprietà vaticana hanno prodotto nel 2007 un reddito di oltre 36 milioni di euro, che si sommano ai 33 milioni di investimenti finanziari e ad altri 19 milioni che vengono conservati in oro. Immersa nell’antitesi della cristianità, mi ritornano in mente le parole di un prete che qualche anno fa pubblicò un critica dall’interno, restando anonimo. “La finzione, in Vaticano, diventa una seconda natura, che ha lo scopo di dominare la prima”.

Alcuni abruzzesi si sono dispiaciuti che il Papa non si sia ancora recato laggiù, a sporcarsi le mani con il loro dolore. Che non sia andato personalmente ai funerali del 10 aprile, a guardare con gli occhi la loro tragedia. Ha invece mandato un messaggio tramite il suo segretario, Monsignor Georg Gaenswein. “Carissimi, appena possibile spero di venire a trovarvi. Mi sento spiritualmente presente in mezzo a voi per condividere la vostra angoscia”, aveva mandato a dire.
Il telegramma inviato dal segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone a Gaenswein diceva: “Affido al mio segretario personale il compito di recarvi di persona l’espressione della mia accorata partecipazione al lutto di quanti piangono i loro cari travolti dalla sciagura”.
Sì, qualcuno c’è rimasto un po’ male. Evidentemente, però, questi fedeli pretenziosi e viziati non sono mai stati al Vaticano, perché altrimenti avrebbero visto che anche qui quasi nessuno è degno di vederlo dal vivo, se non da molto lontano o da un mega schermo.



Oggi è passata la Settimana Santa, Pasqua e Pasquetta, e la Regina Coeli procede indisturbata tra monetine, flash e microchip. Ognuno è solo, in questa piazza gremita, ognuno è lontano dalla realtà almeno quanto lo è dal proprio dio. L’ingresso principale è controllato da tre guardie svizzere vestite di blu da capo a piedi e c’è un gran traffico di macchinoni Audi, Alfa Romeo e Mercedes, entrati chissà dove da dietro le quinte. Escono dai cancelli altissimi in via di Porta Angelica, come inviati speciali nel regno dei primi, tornati per dimostrare che in fondo, dentro il Vaticano, qualcosa c’è davvero.

Un uomo sulla cinquantina fa la sua comparsa con aria importante e quando varca la soglia del cancello lasciandosi l’Italia alle spalle, tutte le guardie svizzere stanno sull’attenti con estrema reverenza. Ha il colletto bianco e la chierica, il passo deciso ed una cartella nera sotto il braccio. È stempiato e ha il doppio mento, respira come se facesse fatica a tenere i pensieri dentro la testa e ha due borse scure sotto gli occhi. Sembra umano, anche se molto teso. Ma quando provo a parlargli dell’Abruzzo mi risponde con una smorfia diabolica e annuncia che, “per questioni d’ufficio”, non può parlarne.

Suora Lina, invece, mi sorride e muove le mani nervose. “Non ho mai tempo di vedere i telegiornali – ammette – ma credo che nonostante il dolore sia forte e rimanga, chi ha la fede supera tutto. Anche se è difficile da accettare, perché non possiamo capire i disegni di Dio”.
Ha il naso a patata, suora Lina, la fronte coperta dalla fascia bianca che tiene sotto il velo nero, sotto la larga veste intravedo i piedi piccoli e quando parla tocca la borsa a tracolla. Mentre fa molta attenzione ad attraversare sulle strisce pedonali e si dirige verso via dei bastioni di Michelangelo, mi augura una buona domenica e sparisce nella folla, parlando al cellulare.

Padre Franco e Suora Dina, all’inizio, restano scettici all’idea di parlare con me. Poi lei scherza sulle mie origini a partire dal colore degli occhi, dei capelli e della pelle, e qualcosa nel mio accento stimola ricordi positivi anche nella mente di lui, che mi dice: “Ma scusa, noi è normale che ti diamo la versione ufficiale!”. Ha delle belle rughe sul viso e mi sorprende con la sua schiettezza. Mi spiega che il Papa non è potuto andare a L’Aquila perché avrebbe intralciato il lavoro della Protezione Civile; che i funerali di Stato sono funerali dello Stato Italiano e che quindi era importante che ci fossero gli esponenti del governo e non del Vaticano, evitando così che si venisse a creare una situazione di contrapposizione tra autorità; che la comunità cristiana sta aiutando per la ricostruzione in Abruzzo in molti altri modi – senza dirmi però quali.
Tutto questo – mi dice – esprime la prudenza della Santa Sede”.




Intorno a noi solo turisti e polizia, minigonne e talari lunghi fino ai talloni, passeggini, croci al collo e gelati. Il caldo è appagante anche se è appena primavera, il sole splende.
E comunque, aggiunge la suora pugliese, non è corretto dire qualcosa prima che il Papa vada a L’Aquila. “Sarebbe molto meglio parlarne dopo”…


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fotografie e testo di Valeria Gentile

domenica 17 maggio 2009

Storie d'oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere


Leggi prima:

  1. Storie d'oro e di fango #1: l'Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d'oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d'oro e di fango #3: una fede extraterritoriale


Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire. Il Signore rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta. Solleva dalla polvere il misero, innalza il povero dalle immondizie, per farli sedere insieme con i capi del popolo e assegnar loro un seggio di gloria. Perchè al Signore appartengono i cardini della terra e su di essi fa poggiare il mondo.
Cantico di Anna
[2,1-10]

All’inizio sembra uno scherzo. Poi è come una scossa di vita sotto i piedi, come una scossa di morte dentro il cuore. È come una notizia non voluta, come la risposta brusca di chi ami, come uno sbalzo d’umore che ti dà alla testa.
È come cambiare idea. All’improvviso, su tutto quanto.

Tony non c’era, quella notte. Erano una quarantina, tra lui e i suoi compagni di classe, arrivati nelle coste intorno a Barcellona per la gita dell’ultimo anno, insieme a due professori dell’istituto professionale aquilano Colecchi. Quella notte se la spassavano al Disco Tropics di Lloret de Mar scongiurando l’arrivo della maturità, agitandosi e saltando ad occhi chiusi, sudati, mentre tutta la loro città ballava insieme a loro senza musica.

È stato di Chiara il primo sms, alla scossa delle 23, ma è tutto a posto, diceva, siamo usciti fuori, e non è successo niente, e così loro sono tornati a ballare. Poco dopo l’una e mezza è arrivato qualche altro timido messaggio su cui terrore e rassicurazione, mescolati come nel cocktail di un esperto barista, hanno smorzato un po’ i toni della baldoria. Dopo le tre e mezza tutti i cellulari hanno cominciato a squillare e allora il panico si è fatto più insistente. Un disastro, dicevano adesso gli sms, rapidi e brevi come fulmini. Illuminavano la pista e squarciavano gli sguardi come le luci al neon per le vie di Lloret de Mar, come saette in un cielo senza stelle.

Intanto su L’Aquila si scatenava l’inferno. Non è stato un terremoto normale, ti senti dire. “Non è stata solo la terra a muoversi, ma qualcosa di più grande sotto di lei, perché si è sentito un rumore fortissimo, come un boato di guerra” mi dice Elisa, con gli occhi verdi lucidi ed i capelli di un nero corvino. “Mi ricordo la scritta 3:25 nella sveglia sul comodino e mio fratello che è venuto a prendermi di peso dalla mia camera, perché guardavo fisso nel vuoto senza muovermi”.

Poi solo gli allarmi degli antifurti delle auto, i cigolii delle ringhiere nelle case e l’abbaiare dei cani angosciati, sotto un’enorme nuvola bianca che copriva l’intera valle. “Noi la vedevamo dall’alto della montagna di Pianola e pensavamo fosse scoppiato un incendio contemporaneamente al terremoto – mi dice Mara – ma poi ci siamo resi conto che non era fumo. Era la polvere dei palazzi che crollavano. La città cadeva a pezzi e faceva un polverone tutto intorno”.



Tony non li aveva mai visti piangere, i suoi compagni di classe, persino i maschi, persino quelli più tosti. Quelli che ballavano al Tropics tutte le notti fino all’alba per godersi gli ultimi giorni da studenti. Le autostrade sono chiuse, diceva per telefono la Protezione Civile alla professoressa di educazione fisica in preda al panico, vi consigliamo di non tornare. E non sono tornate, le classi quinte dell’istituto professionale, combattute tra il bisogno di stringere forte a sé i propri cari e lo spirito di sopravvivenza che le attirava, come una forza centrifuga, il più lontano possibile da quella loro terra senza pace.

In mezzo c’era il mare a risparmiarli, ad attutire i rombi e i colpi, e se non fosse bastato il Mediterraneo c’era persino la Corsica a fare da scudo. Eppure loro li sentivano lo stesso, dentro la pancia, gli scossoni che stavano uccidendo la loro splendida città. Mille paure e altrettanti pensieri viaggiavano alla velocità della luce sulle frequenze delle linee telefoniche tra Italia e Spagna, legate a doppio filo da una questione di vita e di morte, fino all’alba.

Sussultorio e ondulatorio insieme, è stato il ballo della terra quella notte.
Monica ha quattordici anni e non ricorda più niente di ciò che è stata la sua vita prima del 6 aprile, neppure le materie che ha studiato per l’esame di terza, nella scuola media Mazzini che ora non esiste più. “Se sono viva è solo grazie a lui” mi dice a voce bassa e senza vergogna, guardandomi dritto negli occhi. Non ha nemmeno bisogno di nominarlo e la sera, quando prega prima di provare a prendere sonno nella tenda, non gli chiede di far smettere la pioggia che infanga fino all’anima, né di poter tornare presto ad una vita normale. “Non chiedo niente. Ringrazio e basta: sono viva per miracolo” mi confida. “La mia casa è completamente da demolire e i vigili del fuoco dicono che se il terremoto fosse durato anche solo cinque secondi di più, ci sarebbe crollata in testa”.
Non si ricorda più niente, Monica dagli occhi vispi, niente che abbia un senso ricordare. Solo, ogni tanto, gli si ripresenta nella mente, nitida come fosse appena accaduta, la scena dell’armadio che le è piombato sul letto, mentre dormiva.

Comincia così, con un ballo mortifero ed imprevedibile, la Settimana Santa in Abruzzo. Proprio quel lunedì. Proprio nel giorno in cui la Chiesa Cattolica ricorda con estrema solennità e contemplazione il tradimento di Giuda, che fece arrestare Gesù dai soldati in cambio di trenta monete d’argento.
Proprio in quel giorno gli abruzzesi sono stati traditi dalle loro stesse case, dai soffitti e dalle travi. Dai politici e dai costruttori che per trenta monete, o giù di lì, hanno preferito mandarli a morte.



Il Signore fa morire e fa vivere.
Chissà però se i traditori, questa volta, siano andati ad impiccarsi sul ciglio di un dirupo, come fece l’Iscariota in quella fatidica notte di due millenni fa...


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fotografie e testo di Valeria Gentile


mercoledì 13 maggio 2009

Storie d'oro e di fango #3: una fede extraterritoriale


Leggi prima:
  1. Storie d'oro e di fango #1: l'Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d'oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso

È di notte che la solennità della Città Stato si misura con se stessa. L’ingresso sempre affollato dei Musei Vaticani adesso è un enorme portone buio, circondato solo da pini altissimi, e stelle. Risalendo il viale Vaticano e superando il curvone la frontiera si fa più sottile, stretta in pochi centimetri di marciapiede.

Nel punto più sporgente della curva a gomito, per non rischiare di essere investiti dalle auto che ogni tanto sfrecciano verso Piazza del Risorgimento, bisogna stringersi sul ciglio dei due Stati, aderendo bene alle mura con tutto il corpo. A quest’ora sono gelide, come le mani fredde di chi non ha una casa, ed emanano un’umidità spietata che mi si appiccica ai vestiti.
Chiudo gli occhi: è qui che la frontiera tra Italia e Vaticano si assottiglia, mentre il circondario romano e la Santa Sede tornano a parlarsi, nel silenzio della notte. Le luci tutte vicine delle case sotto il colle, nella valle di zona Cipro, rendono questo colloquio ancora più romantico.

Dall’altro lato del viale quello che si vede non è un semplice marciapiede con degli ingressi, ma una sfilata. Palazzi immensi e regali, mastodonti dell’architettura e dell’edilizia, si compiacciono della propria maestà, semplice e lineare.
Una cristianità di gran classe, si direbbe. E sebbene si tratti di una via di Roma, molti di questi edifici confinanti col respiro della Città Stato sono proprietà extraterritoriali. No, non ultraterrene, ma extraterritoriali.

Che non significa che siano tanto celestiali ed immateriali da non occupare nessuno spazio, né che rappresentino una tale cristiana privazione da non interferire con i bisogni terreni con cui gli umani peccano. Si tratta semplicemente di immobili – pregiatissimi - che non ricadono sotto la giurisdizione dello Stato in cui si trovano (chiamato “Stato ospitante”, in questo caso l’Italia), ma sotto quella dello Stato di cui essi sono organo. Autolimitazione di sovranità, la chiamano.
Ed è grazie a questo particolare meccanismo che lo Stato della Città del Vaticano arriva dagli 0,44 agli oltre 10 chilometri quadrati di territorio effettivo, comprensivi delle zone extraterritoriali presenti nei comuni di Roma, Castel Gandolfo, Pompei, Assisi, Loreto e Padova.

Una zona poco franca, quindi. Inviolabile.
D’altronde è un vizio del Vaticano non stare alle regole internazionali e volersi sempre distinguere, nel bene e nel male. È contemporaneamente lo Stato più piccolo e più ricco al mondo, l’unico in cui non basti nascere per avere la cittadinanza ma i cui cittadini sparsi per il mondo sono molto più numerosi di quelli residenti; l’unico in cui nessuno – nemmeno da residente – può avere una proprietà privata e in cui esiste un eliporto ma non un servizio di trasporto pubblico. È l’ultima monarchia assoluta in Europa, di tipo elettivo e retta da una teocrazia, ed è l’unico Stato al mondo ad essere stato dichiarato per intero Patrimonio dell’umanità. È pure l’unico Stato in Europa a non aver firmato il Protocollo di Kyoto né la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Ma è anche l’unico Paese al mondo, finora, ad essere “a impatto zero”, grazie ai suoi boschi, ai suoi impianti fotovoltaici ed alla sua raccolta differenziata al 42%.



Il viale Vaticano di sera è davvero muto e inerme. Lo ripercorro a ritroso, questa volta sul suo lato opposto, quello più lontano dal confine, e mi ritrovo ipnotizzata dall’imponenza degli edifici. Ognuno di essi è talmente grande che dura diversi minuti di cammino: cancelli alti tre metri, regali finestre sprangate e telecamere onnipresenti, palme enormi nei cortili curatissimi e viste mozzafiato dagli attici che danno sulla Città blindata. Potrei deliziarmi gli occhi con il gusto classico ed il lusso sfacciato di queste residenze, se non avessi un nodo in gola che mi fa male. E’ in Abruzzo che torna il mio pensiero, severo e martellante, e il masochismo del mio sguardo si fa indignazione ad ogni passo.



La Chiesa delle sorelle di Santa Maria, luogo sacro di frontiera, dura fino al numero settantuno, che ospita l’Istituto delle Suore Maestre Dorotee fino al numero novanta, su cui a sua volta è inciso il nome dell’Istituto Maestre Pie dell’Addolorata Curia Generalizia - che evidentemente ha trovato un modo per consolare il suo dolore. Proseguo esterrefatta fino alla grande residenza delle Piccole Suore della Sacra Famiglia. Dura fino al numero novantaquattro e quindi forse, queste suore, tanto piccole non devono essere.
Dal novantasei in poi cominciano i bed & breakfast, gli alberghi, i ristoranti e i bar. Di fronte al Café Vaticano una fontanella senza rubinetto continua a sputare acqua buona, inconsapevole di cosa possa essere la sete, e mentre mi lascio alle spalle colossi di cemento e mattoni, mi riavvicino all’ingresso del Vaticano.

La guardia svizzera di turno è un piacevole ragazzo belga, moro e con la carnagione chiarissima. Per fermarmi, col suo italiano effeminato dall’accento fiammingo, non mi dice signorina, lei non può entrare, ma qualcosa di ben diverso. Annuncia che “il Vaticano non è uno Stato pubblico” ed accenna un piccolo sorriso, come se fossi stata sciocca a non pensarci prima ed arrivare fino a lì. Chissà se qualcuno lo ha mai detto ai rappresentanti dell’UNESCO, prima che lo dichiarassero patrimonio comune dell’umanità.



Ora, con la luna a masticare nuvole di zucchero filato, dormono tutti.
Dormono i rappresentanti dell’UNESCO a Parigi, dormono gli abruzzesi nelle loro tende ed i volontari che sono lì con loro, dormono i colletti bianchi, i poliziotti ed i piccioni, che si preparano alla scorpacciata di domani in Piazza San Pietro.
La Regina Coeli della domenica mattina…


fotografie e testo di Valeria Gentile


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lunedì 11 maggio 2009

Storie d'oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso



La notte del Vaticano è più buia delle altre notti, più scura e silenziosa. Camminando lungo il bordo del suo perimetro si sente qualcosa di forte, come il respiro collettivo della città Stato che si gonfia e si sgonfia al sospirare del vento, ed ogni movimento, qui, si fa pesante di Storia. La notte del Vaticano è muta e inerme, le strade sono esauste per aver subito l’invasione dei turisti durante il giorno ed ora si liberano, sbuffano, fanno sentire chiunque di troppo, pesanti intrusi, spiati.

Lasciata Piazza del Risorgimento tutto assume un altro aspetto in confronto alla capitale, la politica del sospetto si insinua tra i mattoni e nei nomi delle vie fino a circondare, come in un abbraccio che soffoca, le case attorno alle mura, tempestate di telecamere indiscrete. Il mistero si taglia a fette. Ogni metro quadro, ogni palo della luce, ogni cancello custodisce segreti indecifrabili, ma per quanto ci si sforzi per identificarli non ci si riesce, perché il silenzio zittisce ogni rumore.



Qua e là, gialle della luce dei lampioni, si intravedono ombre. Sono quelle dei preti e delle suore, i residenti che tornano alle loro dimore sicure camminando a testa bassa, soli nella loro promessa di fede. Dopo il tramonto ridiventano uomini, ridiventano donne, fragili e terreni. Qualcuno va a passo svelto con le buste del supermercato GS, un ragazzo alto e grosso aspetta qualcuno all’angolo della piazza con il cellulare in una mano ed un rosario nell’altra. Spogliati della protezione del giorno e capitati sotto la giurisdizione del diabolico, dell’errore e del caos, cercano di non svelare la paura per il buio profondo che inghiottisce ogni loro passo.

Sono per lo più stranieri: francesi, tedeschi, persino orientali e africani. I romani convivono dentro la loro città con questo Stato tanto particolare e dalle caratteristiche uniche al mondo, grande 0,44 chilometri quadrati e fatto di oltre tremila curiali, circa ottocento residenti e cento guardie svizzere – un Corpo che ha il valore giuridico del Reggimento – nonché di un’università, un casa editrice, un giornale, una televisione, una radio, una tipografia e tre istituti finanziari. Tutto ben preposto a divulgare, nella maniera più efficace possibile, la parola di Gesù Cristo – che, se per caso ve ne foste scordati per un attimo, predicava pietà, misericordia, privazione.

Ci sono molti Stati fondati su un paradosso, nel mondo, e il Vaticano è uno di questi. Mentre ci penso, cammino a passo lento tra il profumo dei gelsomini in fiore e il vento gelido delle notti di aprile, ipnotizzata dalle mille contraddittorie sfaccettature di questo luogo denso, emblema del sacro, dello storico, del geopolitico e del finanziario insieme. È da qui che parte il mio viaggio nell’ombelico d’Italia, martoriato dal terremoto, mortificato dall’avidità di alcuni uomini e nobilitato dal grande cuore di altri.

Risalendo il viale dei bastioni di Michelangelo mi fermo un po’ a parlare con un seminarista francese, con i capelli color del grano ed uno zaino in spalla. Julien mi parla a bassa voce, un po’ in inglese e un po’ nella sua elegante lingua, nemmeno una parola di italiano. Qui non siamo in Italia, anche se la frontiera è vicina, anche se questa zona si chiama “extraterritoriale”. Siamo coetanei, eppure non riesco a metterlo a suo agio ed ho come l’impressione che forse, con un’italiana, non ci aveva mai parlato.
Mentre lo ascolto mi rendo conto di una cosa: crede davvero che Vaticano e Italia non abbiano nulla da spartire l’uno con l’altra nonostante le loro vicende siano legate a doppio filo, e non solo per una questione geografica. Camminando per queste strade nere mi accorgo che, per una serie infinita di bizzarri e contraddittori dettagli, si tratta di due entità contrapposte ma inseparabili, come coniugi che non si parlano ma dormono nello stesso letto, che si amano e si odiano reciprocamente, come separati in casa che condividono tutto anche se non vogliono ammetterlo nemmeno a loro stessi.

Nonostante il nome, la capitale, la forma di governo e le lingue parlate siano differenti, infatti, lo Stato della Città del Vaticano riceve ogni anno dall’Italia un consistente supporto economico nel nome della cosiddetta Convenzione Finanziaria allegata al Trattato Lateranense del 1929, compreso un significativo numero di agenti delle forze dell’ordine che, sebbene siano assunti dallo Stato Italiano, operano all’interno del territorio vaticano - senza nemmeno sapere cosa stia dietro a questa singolare dinamica. Per non parlare del fatto che il sovrano dello Stato Vaticano coincide non solo con il Vicario di Cristo in Terra, ma anche con il vescovo di Roma e con l’arcivescovo d’Italia.

Julien ha la pelle chiara e lo sguardo innocente, anche se a stargli vicino ho la sensazione che emani un leggero odore di alcol, che ad ogni folata di vento si mischia al profumo d’erba bagnata sui mattoncini freddi delle mura di frontiera. “Il Papa rappresenta una figura di rilievo in tutto il mondo” mi dice. “Ma nonostante parli a livello mondiale, ha inevitabilmente una relazione di estrema vicinanza con l’Italia, e quindi con le sue vicende”. Gli sorrido augurandogli un buon ritorno alla sua calda ed accogliente dimora, mentre ripenso alla mattina del 6 aprile, quando, dopo il disastro notturno che ha raso al suolo L’Aquila e dintorni, quello stesso Papa pronunciava con “grande gioia” un discorso ai giovani dell’arcidiocesi di Madrid. “In questi giorni così belli della Settimana Santa, che abbiamo iniziato ieri, vi incoraggio a contemplare Cristo nei misteri della sua passione, morte e resurrezione” aveva detto ai ragazzi spagnoli. Ripenso al giorno dopo, e al giorno dopo ancora, e alla Domenica di Pasqua. Oggi sono passati venti giorni e gli abruzzesi, dignitosi e fedeli, non lo hanno ancora visto né sentito.




Mi ritrovo davanti a ciò che resta della Porta Angelica, un tempo ingresso nelle mura Leonine, - protettrici del Colle Vaticano e della Basilica, dai musulmani - ed abbattuta nel 1878. Ciò che resta sono due angeli alati che tengono, ciascuno, una grande croce con la mano destra, ed un’iscrizione incastonata che recita “Angelis suis mandavit de te ut custodiant te in omnibus viis tuis”. Il profumo di gelsomino si fa più intenso. Gli angeli ti sono stati inviati perché ti custodiscano in ogni tua via, sussurro tra me, così non mi fermo, e proseguo.


fotografie e testo di Valeria Gentile


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mercoledì 6 maggio 2009

Storie d'oro e di fango #1: l'Abruzzo un mese dopo




E’ passato un mese esatto da quella notte in cui l’Abruzzo è stato messo in ginocchio, dal terremoto prima, dallo sciacallaggio mediatico e dalle sterili polemiche poi. Abbiamo assistito al più consistente flusso informativo nella storia dei sismi in Italia, eppure sin dall’inizio sentivo che c’erano delle altre storie, sotto l’invadenza dei “leader dell’informazione”, che aspettavano di essere raccontate. Piano, dal di dentro. E così sono partita.

Niente, nel mio viaggio, ha rispettato le previsioni. Avevo trovato contatti, permessi e accrediti per accamparmi nella tendopoli aquilana di piazza d’Armi con una piccola tenda ed un sacco a pelo, invece mi sono ritrovata a condividere gioia e angoscia insieme ai pianolesi, meraviglioso popolo che si affaccia sull’Aquila dalla montagna. Sono andata al Vaticano a cercare una religiosità che lì è diventata intolleranza, turismo e denaro, ma che ho trovato pura tra le tende della Protezione Civile e in mezzo al fango.

Sono arrivata cercando le preghierine dei bambini e la fede dei nonni, ma all’Aquila ho ascoltato anziane signore sfogarsi piene di rughe contro il Papa in visita e teenagers pieni di gratitudine verso il Dio che li ha salvati. Pronosticavo di documentare lo sguardo perso delle adolescenti ma le ho scoperte forti e sagge, credevo di raccontare amori spezzati ma ho scoperto, sbigottita, quanto i giovani sentano la mancanza dei libri. Temevo per quando avessi sentito le scosse di assestamento che ogni giorno accrescono la frustrazione della gente, ma mi ha sconvolto ancor di più sentire i brividi lungo la schiena ad ogni sorriso dei clown.



Pensavo che avrei pianto, ma non ce l’ho fatta. Quando sei lì, capisci che c’è più bisogno di ridere e giocare, di aiutare un bambino a mangiare o una signora a trovare un maglione della sua taglia tra le tante donazioni, piuttosto che star lì a drammatizzare o a fare interviste. Immaginavo tanta noia e rassegnazione tra i giovani, invece ho visto la tenda-ambulatorio del giovanissimo dottore del campo diventare un pub dopo la mezzanotte, dove tra un manuale di medicina ed uno stetoscopio si allenta la tensione, si ride e si beve in compagnia, assaporando la vera condivisione e la forza dell’amicizia.

E tra una notte sulle note della tarantella e un pomeriggio dedicato alle ragazze con la mia connessione ad internet - per permettere loro di riavvicinarsi, anche attraverso Facebook, al mondo che hanno perso - ho avuto l’onore di conoscerli da nipote, figlia e sorella, questi abruzzesi pieni di dignità di cui ho sentito tanto parlare, e ho capito che un’ora con loro avrebbe ripagato di gran lunga una settimana senza la minima privacy, con il sedile posteriore di una macchina come letto e con solo le docce comuni per lavarsi.

Arrivare all’Aquila, certo, non è un bello spettacolo. Che in Abruzzo la natura non la puoi controllare te ne accorgi subito: che sia la prima o l’ennesima volta, vieni accolto da un paesaggio mozzafiato, fatto dalle salite e le discese di una terra che si muove anche da ferma. Dinamica e imprevedibile come le onde dell’oceano. Il freddo lo vedi dal cielo ancor prima di sentirlo sulla pelle, perché avvolge le valli ed i borghi in un modo in cui solo qui riesce a fare.

A flagello terremotus libera nos Domine”, mi ha detto Monsignor Bernard di fronte alla Basilica di San Pietro, il giorno prima della visita di Papa Benedetto XVI ai terremotati. Ma subito dopo, con i suoi grandi occhi azzurri e il suo accento francese, ha precisato che “il Signore è superiore, sì. Ma non è che poteva fermarla, la mano dei costruttori che hanno mischiato la sabbia insieme con il cemento”. L’uomo deve prendersi le proprie responsabilità, l’hanno detto tutti.



D’altronde, in Vaticano, pensavo di trovare una seria difesa a Papa Ratzinger sulla sua scelta di non andare personalmente ai funerali di Stato e di presentarsi in Abruzzo ben 22 giorni dopo il disastro, ma a parte le versioni ufficiali di vescovi e cardinali, secondo cui si è trattato di un “gesto di estrema delicatezza”, è bastato fare due chiacchiere - separatamente e senza avvisare l’uno dell’opinione dell’altro - con i “veterani dei souvenir sacri” in piazza San Pietro, per sapere che dall’insediamento di questo Papa l’affluenza al Vaticano è diminuita del venti–trenta percento.

Se non ti piace questo Papa, dietro c’è Wojtyla”, si è abituato ad annunciare Orlando come una cantilena ai turisti, promuovendo le scatoline col rosario a grani color porpora: “se non ci fosse lui dietro – mi confida - non ne venderei nemmeno uno di questi qui”. Mi chiedo quale sia il significato di tutto questo il giorno in cui nonna Milena, alla tendopoli di Pianola, mi dice: “mio padre lo diceva sempre, quando arriva il Duemila, freddo, fame e sofferenza!”, e mi ritornano in mente le parole di Don Angelo nell’antica stanza papale. “Il terremoto è la domanda. Cristo è la risposta”.

Tra una messa privatissima nella vecchia residenza del Papa ed un’udienza con Don Maurizio, i rappresentanti della Chiesa Vaticana mi hanno preparata dicendomi che i familiari delle vittime, coloro che davvero hanno perso qualcuno insieme alle proprie case, sono i custodi della fede più forte di tutta la comunità. “Se si perde un caro la fede aumenta” ha esordito Don Stefano in via della Conciliazione, passeggiando lungo il marciapiede che segna la frontiera tra Roma e lo Stato più piccolo del mondo, col suo sorriso pieno e solare.

Eppure io l’ho conosciuto, un uomo che ha perso casa, moglie e figlia in un colpo solo. È giovane e ha gli occhi celesti, sorride con educazione se gli si sorride, risponde con gentilezza se gli si parla. Ma ha la morte nel cuore e tutto quello che gli è rimasto, dalla forza delle mani alla suola delle scarpe, ora lo mette al servizio degli altri, con una giacca presa in prestito dalla Protezione Civile.

E sono proprio loro, i volontari giunti in Abruzzo da tutto lo stivale, i veri eroi di questo dramma. Ora lo posso dire: gli angeli esistono, io li ho visti. E prima che possa darmi un pizzicotto sulla guancia per credere ai miei occhi, in questo ombelico d’Italia sta accadendo l’incredibile. Pensionati in divisa catarifrangente che passano le giornate arrampicati sulle tendopoli a sistemare cavi elettrici, ventenni iscritti a legge che lavano i bagni comuni due volte al giorno, militari che servono la colazione con dolcezza e commesse che confortano signore tristi. Giornalisti che fanno cabaret e comici che cucinano pasti caldi.



Quello che mi resta è il disegno di Valerio, due anni, sul quaderno. E poi immagini ed emozioni discordanti, insieme a tanta, tanta voglia di ritornare. Perché ci sono tante storie che ancora aspettano di essere raccontate piano, dal di dentro.
Per adesso, la mia comincia qui.
Partiamo.


fotografie e testo di Valeria Gentile


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venerdì 1 maggio 2009

Roma, 25 aprile: reportage dall'Italia che ricorda



Credevamo fossero spariti.


Risucchiati dal tempo e dallo spazio, ritornati ad altre Storie o emigrati verso nuovi e più vivibili territori. Li credevamo partiti, anzi, mai esistiti. E invece c’erano allora e sono ancora qui tra noi, come fantasmi dalle mani erose e consumate, come spiriti incantati che si aggirano senza più punti di riferimento, angeli maledetti dallo sguardo fiero e perso, attoniti.

Sono donne e uomini bizzarri, dirà qualcuno, bambini stregati, signore rese matte dalle rughe profonde e vecchi visionari, adolescenti sballati - e sbandati - e stranieri, persino, forse costretti a sognare da qualche spietato padrone. Un corteo di poveri illusi senza niente di meglio da fare, dirà qualcuno, inascoltati ed invisibili, muti.

Eppure non sono trasparenti. Indossano abiti dai colori sgargianti ed hanno sguardi taglienti come le parole di una condanna. A prima vista non hanno niente in comune l’uno con l’altro, tutti ben distinti e diversi per età, sesso, religione, colore della pelle, visi, voci. Ma a guardarli bene qualcosa che li unisce la si vede, e chiaramente: hanno buona memoria.

Nell’Italia dei quiz e delle veline, dove i telecittadini dimenticano da un giorno all’altro i fatti, i conti e le promesse – senza peraltro riuscire a distinguere quest’ultime dai primi – e dove l’ippocampo del teleitaliano medio ha le pile scariche, loro ricordano. Non possono dimenticare e sono allergici ai concorsi a premi, alle mazzette ed alle raccomandazioni, sentono prurito a sentir di inciuci, caste e lodi alfano, ed hanno deciso di spostarsi, di tenere le distanze da chi non li vede e di manifestare pacificamente contro l’oblio.

Forse non hanno abbastanza memoria a lungo termine per tenere a mente quel 25 aprile della pace tra il Regno d’Aragona e la Repubblica di Pisa, quello in cui è morto Papa Benedetto XII o quell’altro in cui è nato Guglielmo Marconi. Ma ne tengono uno nel cuore, di 25 aprile, quello delle grida e delle lacrime, dei canti e delle speranze. Il 25 aprile della liberazione, la chiamano, e su quel giorno, da 64 anni, si fonda la nostra Costituzione, bella e tormentata.

Sono donne e uomini come noi, che sorridono e cantano ma soprattutto ricordano, cioè riportano nel cuore, le vittime ed i martiri del nazifascismo, i superstiti dei campi di sterminio e le migliaia di partigiani che combatterono per una nuova Italia. Ri-cordano ed insieme si re-accordano, fanno vibrare le corde del cuore all’unisono nello stesso modo in cui lo avevano fatto in passato, quando la gente era ancora disposta ad indignarsi.

Roma, 25 aprile 2009. Porta San Paolo si colora di nuovo, e brilla. Il sole bacia i (ri)belli.



Fotografie e testo di Valeria Gentile