mercoledì 22 aprile 2009

Il festival di ognuno di noi




Non conoscerlo non era ammesso. Ignorarlo era impossibile. Eppure alcuni non si sono resi conto di quanto grande era ciò che stava accadendo. Sono stati moltissimi i lettori lontani che hanno notato un gran vociferare tra i corridoi dell’informazione online ed offline, come anche i visitatori presenti, che hanno assistito alla “presa di Perugia” da parte di una fiumana di giovani da tutta Italia e da tutto il mondo. Ma mentre queste giornate intense hanno appassionato donne e uomini di tutti i tipi e di tutte le età - non una setta fatta di individui politicamente etichettabili ma un popolo bellissimo fatto di singole persone - qualcuno non ha afferrato fino in fondo cosa stava accadendo.



Nonostante l’aspetto fresco ed i modi semplici, il Festival Internazionale del Giornalismo è stato un evento di enorme portata sociale e culturale - nonché storica, a mio parere, perchè ha sottolineato e documentato la fase di transizione che il giornalismo globale sta attraversando. Con l’umiltà e la semplicità di un laboratorio tra amici, come un grande saggio mascherato di abiti normali, questo Festival ha ribaltato di fatto, senza troppi giri di parole, le dinamiche del giornalismo vuoto ma pomposo a cui troppi si sono abituati.

Tuttavia questi pochi “confusi e felici” che non si sono accorti di tutto questo, insieme con qualche “letterato” che ha storto il naso per l’irruente presenza della Libertà, si contano sulle dita di una mano. In un turbinio di incontri ed un flusso di quel fare giornalismo che ci ha unito nel cuore dell’Umbria, coloro che non si sono resi conto della grandezza di queste cinque giornate sono stati davvero pochi. Persino gli ospiti più ostili ed egocentrici hanno capito: c’è stato chi ha cercato prontamente di adeguarsi all’inevitabilità del confronto ma anche chi si è letteralmente spaventato e ha preferito irrigidirsi, di fronte alla dinamicità e all’innovazione dei nuovi giornalismi.

Ma che cosa è stato questo festival per chi lo ha vissuto pienamente? Non ho bisogno di pensarci su nemmeno per un attimo per rispondere che si è trattato di un caso esemplare di condivisione e partecipazione, nell’accezione più ampia di queste parole - tra le poche ancora dense di significato. Condivisione di spazi angusti e di tempi difficili, ma anche di belle utopie ed ambizioni sconvolgenti. Partecipazione attiva dal basso, attraverso la spinta - e la grinta - di giovanissimi talenti che hanno voglia di riprendersi gli spazi che sono stati loro sottratti.

Cosa ha significato per me questo Festival?

Personalmente mi sono stancata di chi si lamenta di come vanno le cose nel nostro Paese ma non osano provare a sognare. E’ vero che viviamo in un sistema complesso, difficile da rimodellare. Ma questo evento è stata un’occasione per ricominciare ad avere fiducia. Fiducia non nel futuro come un’entità astratta; non nei giovani come fascia della popolazione a sè stante; non in un’etica giornalistica da manuale; ma una fiducia nelle persone e in ciò che hanno dentro, nel loro bagaglio personale, nei loro sguardi. Fiducia in coloro che si chiamano per nome, che si guardano e si sorridono, discutono e collaborano, che si mobilitano quando ce n’è bisogno.

Ecco cos’è il Festival Internazionale del Giornalismo di Arianna, per me. Mi ha dato l’opportunità di conoscere altri che come me credono ancora ardentemente nel fatto che basti un po’ di forza di volontà in più da parte di tutti noi per far sì che il giornalismo si faccia promotore del risanamento sociale che tanto ci serve in questo momento storico. Lottare insieme per un mondo migliore. In fondo questo abbiamo fatto, anche se forse, tra un comunicato stampa la mattina ed una partita a freccette la sera, non ce ne siamo accorti.



Fotografie di Valeria Gentile

domenica 19 aprile 2009

Intervista a Mariana Van Zeller, reporter di Vanguard US



Grandiosa, questa terza edizione del Festival Internazionale del Giornalismo, che ho avuto l'onore di seguire dall'interno scrivendo per il web magazine ufficiale.


Durante l’incontro con i giornalisti del team USA di Vanguard, una folla molto interessata di giovani ha avuto il piacere di ascoltare dal vivo la testimonianza diretta dei fautori di un nuovo modo di concepire il giornalismo d’inchiesta: i Vanguard Journalists Kaj Larsen, Christof Putzel, Adam Yamaguchi e Mariana Van Zeller (mentre il primo da sinistra è Davide Scalenghe, di Current Italia, che moderava il dibattito).



Proprio quest’ultima perla del reportage internazionale è stata con noi per una piccola intervista, subito dopo l’incontro. Piena di energia ed entusiasmo, questa piccola grande donna ha la curiosità di una bambina ed il coraggio dei grandi reporter della storia. Di origine portoghese, ha vissuto in quattro continenti e parla ben cinque lingue, tra cui l’italiano - che, ci ha confidato, ama particolarmente.

La grande novità di Vanguard sta nel fatto che parla direttamente ad una fascia di consumatori di informazione che viene assolutamente ignorata: i giovani adulti. Con uno stile fresco ed incalzante, dai tratti spettacolari, questi giovani giornalisti si infiltrano nelle storie segrete dei quattro angoli della Terra e le vivono in prima persona portandole alla luce e dando loro la visibilità che si meritano.

Tra le sue migliori esperienze sul campo, ci racconta, c’è quella di Nassiriya in cui ha raccontato di un gruppo di terroristi iracheni finanziati dagli Stati Uniti, o quella in Algeria, per raccontare il conflitto nato sulle orme del petrolio, o la volta in cui ha percorso in prima persona il viaggio da emigrante dal Messico agli USA - nell’inchiesta “Il treno della morte”. Una sfida davvero grande quella di Mariana, che con in un misto di tristezza ed indignazione ha fatto della sua vita un viaggio per dare voce a chi non ce l’ha, denunciando controversie, corruzione, conflitti ed immense ricchezze che circolano nei luoghi più poveri del pianeta.



Un sogno diventato realtà grazie a Current, quindi: Mariana ha una passione talmente grande per la narrazione delle cose del mondo che andrebbe a scovare queste storie anche a proprie spese: “questo è senza dubbio il mestiere più bello del mondo - ci dice - proprio perchè vengo pagata per viaggiare e soddisfare la mia curiosità!

Un consiglio per i giovani aspiranti reporter? “Manuali, corsi e master sono importanti, ma imparare è un’altra cosa: partite, andate a cercare storie, e se vi sembrano importanti, raccontatele. Solo così potrete davvero capire come si fa questo mestiere ed impararlo sul campo”.

Mi sono chiesta come dev’essere diverso per una ragazza, difficile e spesso anche pericoloso, compiere imprese così coraggiose come quelle che ha affrontato Mariana. Ma parlando con lei sono rimasta davvero sorpresa dalla sua positività disarmante. Con la sua energia e il suo sorriso è riuscita a ribaltare completamente quell’idea: “Essere donna mi aiuta tantissimo” mi ha detto. E ascoltandola parlare di sensibilità, della capacità di mostrare la parte emozionale della storia e della maggiore facilità con cui la gente si confida con una ragazza, ho capito.

Quello che conta non è l’età, il sesso o la nazionalità di un reporter. Ciò che rende il giornalismo un vero servizio all’umanità è che a raccontare le storie del mondo siano persone che guardano attraverso occhi che sanno ancora emozionarsi.




Fotografie di Valeria Gentile