lunedì 23 gennaio 2012

Raccontare la propria storia

Per mezzo della fotografia e della parola scritta cerco disperatamente di sconfiggere la fuggevolezza della mia vita, di catturare gli attimi prima che svaniscano, di rischiarare la confusione del mio passato.
Ogni istante si dissolve in un soffio trasformandosi immediatamente in passato, la realtà è effimera e transitoria, pura nostalgia. [...]
Ognuno sceglie la tonalità con cui raccontare la propria storia. [...] vivo tra gradazioni sfumate, velati misteri, incertezze;la tonalità con cui raccontare la mia vita si accorda a quella di un ritratto in seppia.


[Isabel Allende, Ritratto in seppia]
 
 

giovedì 17 novembre 2011

Focus Viator di Lorenzo Mazzoni

E' uscito il nuovo libro di Lorenzo Mazzoni, scrittore e reporter di Ferrara.

Ecco l'indice:

01. La baia di Abu Makhadeg
02. La porta chiusa a chiave
03. Marrakech
04. Amsterdam
05. Caccia al piccione ad Hyde Park
06. La Mercedes di Fratello Numero Uno
07. Statale 9
08. La città del legno di sandalo
09. Il pullman bruciato
10. Bucuresti Requiem
11. Emirati Arabi Uniti, il luccichio scadente12. Ricostruire Kabul?
13. Deutsche Demokratische Republik
14. Lisboa
15. In ricordo di My Lai


Ecco un brano tratto dal capitolo "Bucuresti Requiem":

"[...] Vai in cerca di quadri per il mercatino davanti al monastero Antim. Se non li trovi chiedi a qualche rivoluzionario dell'89. Le loro case sono piene: per la rivoluzione (?) si espropria alla nazione anche il patrimonio artistico. Vai a Stravropoleos, a Spiridon. Attraversa la piazza della Repubblica, evita le bande di cani randagi, evita le macchine. [...] Vai a fare una corsetta per il Bulevardul Balcescu. Mettiti una mascherina antismog. Aspetta un autobus che non arriverà mai. Torna indietro per Boulevardul Unirii. Il Boulevard della Vittoria del Socialismo: non ha portato tanto bene.Vai a Bucarest d'inverno, ricopriti con tre cappotti e cinque strati di magliette dello Steaua. Di notte fa meno quindici gradi. I pochi parchi sono spogli, le strade buie. Guarda sotto i tuoi piedi. Osserva le mani che sollevano il tombino. Segui il passo ciondolante dei bambini che sono usciti dal sottosuolo. Vai dietro i loro passi. Ricordati, quando sarai a casa, di aver visto un moccioso di otto anni inalare colla Aurolac e poi crollare al suolo. Ricordati, tienilo a mente che nelle fogne di Bucarest vivono centinaia di bambini [...]


Ed ecco la Postfazione di Valeria Gentile

Qual è la linea che separa il giornalismo dal lirismo? Come si riconosce il confine tra reportage e racconto, tra documento e diario? Dov'è il bordo tra esperienza personale e servizio all'umanità? Dove finisce il fine a se stesso del pettegolezzo per lasciare il posto al bene comune della conoscenza? E ancora: come ci si districa dalla questione privacy vs onor di cronaca?

Come in tutte le cose del mondo si tratta di un confine labile, un elastico che si allunga e si restringe a seconda della situazione, che cimette ancora una volta davanti alla certezza che non esistono i neri e i bianchi dei dogmi e dei manuali universitari, ma i grigi dell'umano procedere, le vie di mezzo, le circostanze. Quelli che come noi fanno questo lavoro si trovano ogni volta davanti a una pagina bianca e a questi quesiti, che sono come il sale che insaporisce una pietanza: i più fortunati non trovano una risposta. Quantomeno non una sola.

Certo è che libri come questo esistono e continuano a nascere: non sono prodotti di una mano ostinata e arida, ma germogliano nella coscienza di chi entra in altri mondi, fioriscono di respiro nuovo nel magma mediatico dell'infotainment dilagante. Esistono, e continuano a nascere a dispetto di chi rimpiange il cosiddetto “reportage vecchia scuola” commemorando il “giornalismo dei padri” come fosse ineguagliabile.

È la sfida del passo lento nella frenesia di questi tempi: dell'andare piano e lontano senza cedere al vorticoso canto delle sirene della mediazione di massa. È l'arma segreta del sentito sulla propria pelle che vince sul sentito dire.
E allora ecco che il passo si fa inchiostro e l'incontro si fa storia. Perché è senza storie che l'essere umano non può vivere, non senza notizie o scoop. Le storie che, con il loro velo di mistero e universalità, ci riportano all'essenza delle cose. Quella che ci permette di riconoscerci nella mano di un contadino vietnamita, nello sguardo di una disoccupata a Bucarest, nello spirito di un musicista a Rio de Janeiro.

La parola riportare presuppone un'azione, e la presuppone come stile di vita. L'essenza di questa attività affonda le sue radici in uno dei bisogni più forti e nobili che l'uomo possieda, anche se spesso ci scordiamo che la vita è comunione. Ecco ciò che fa il reporter: mette in comune, mette a disposizione dell'umanità - di cui si fa interlocutore privilegiato - le parole, le storie, le emozioni e le immagini che incontra nel suo cammino. Accomuna il simile e il dissimile. La sua missione consiste nel restituire esperienze, patrimonio dei popoli della Terra. Vive per portare indietro ciò che ha visto proiettandosi in avanti nella ricerca della verità: una verità che lui scopre nelle piccole cose, in un viso, in un dipinto, negli edifici di una città, e che vuole poi generosamente trasferire nei pensieri di chi lo "ascolta". Egli osserva, ascolta, assorbe. Per poi trarre dal suo viaggio qualcosa di profondamente umano nell'insolito, di familiare nello sconosciuto, di uguale nel diverso. E ricavare, dal gioco della vita, uno dei migliori motivi al mondo per restare ben svegli, con gli occhi ed il cuore bene aperti, a riprodurre la realtà per chi - lontano, svogliato o bendato - non la vede ad occhio nudo.


sabato 10 settembre 2011

Notting Hill: Keep Calm Carnival On





[Ngalula Beatrice Kabutakapua è una giornalista e fotogiornalista freelance italo-congolese che vive a Cardiff, dove ha frequentato il master in giornalismo internazionale, dopo la laurea in Letteratura, Musica e Spettacolo alla Sapienza di Roma. Ha lavorato nelle redazioni dell’Observer, Independent, Media Wales e BBC Music Magazine, L’Espresso, La Voce degli Italiani, Fumo di China e Guardian Cardiff. Ci aveva già concesso un'esclusiva intervista alla fotoreporter Jodi Bieber e questo è il suo reportage da Notting Hill per Altri Occhi.]





Otto di mattina. È fin troppo tardi per sperare di scorgere qualche dietro le quinte. Per le strade di Notting Hill tutto tace in maniera quasi allarmante. L’ansia per il carnevale di quest’anno non è del tutto ingiustificata, considerata la guerriglia alla quale Londra è stata sottoposta all’inizio di Agosto. Per l’occasione 6.500 poliziotti e 500-700 stewards controllano l’area. Ma non c’è segno di rivolte, solo stands dove donne e uomini afro-caraibici preparano quello che sarà un lungo pranzo in tradizione caraibica. Perché il carnevale di Notting Hill è nato come un modo per dar voce alla sua comunità. E che voce!



All’inizio è solo la musica proveniente da un balcone in Ladbrokes Gardens. Un signore di mezza età ha deciso che questo è il suo modo di partecipare alle celebrazione: condividendo brani di Michael Jackson. Il re del pop va per la maggiore anche quando la concentrazione di visitatori aumenta in Westbourne Road, dove la parata ha inizio intorno alla 12. Al momento di Black and Whites, il volume impazza ed il gruppo dietro la bandiera di Trinidad e Tobago, dall’altra parte delle recinzioni, iniziaun ballo frenetico e felice.

I figli della danza scendono in strada, per la maggior parte sono figlie, sorridono alle fotocamere con fare abitudinale e sincero. Reggono il peso delle loro piume e costumi come se non gli costasse, ma alcune scene successive mostrano che ballare e roteare con un cappello di piumaggi, tacchi alti e per più di un chilometro, non è cosa facile.

Ma nessuno si risparmia: neonati, donne, uomini, persone diversamente abili. Il carnevale è per tutti.
I bagni no.

Mentre la folla segue i carri e le donne shakerano i loro fondoschiena, è impossibile non notare le svariate offerte di bagni; per una o due sterline si può usufruire di bagni di “lusso”, in alternativa ai portatili ben disposti lungo il percorso. È un vero e proprio business, ed ognuno fa del suo meglio per sponsorizzarsi anche offrendo “bagni scontati”.

Considerate le 800.000 persone presenti lunedì 29 Agosto, i litri di liquidi consumati, i bagni diventano un importante ristoro. Ma non attraggono l’attenzione di molti. Il cibo dall’altra parte, fa notizia. Il fumo dei barbecue inizia a diffondersi presto durante le celebrazioni. Insieme ad esso l’aria muta composizione e diventa fatta di pollo jerk, platani fritti, riso, aroma di noci di cocco. Il sistema umano è completamente sostituito. Per seguire i carri si balla, non si cammina. Si respira aroma (e fumo), non ossigeno. Nel petto batte il ritmo della musica, non il cuore, letteralmente. Non è un caso che poliziotti, musicisti e security siano stati visti con oggetti multicolore all’interno delle loro orecchie.



L’eco del carnevale di Notting Hill si propaga fin quasi la stazione dei ferroviaria di Paddington dove gli esausti si riuniscono per tornare a casa, ricchi di fischietti e trombette. Dal treno in corsa possono ancora ammirare i loro compagni di celebrazioni, festeggiare lungo il canale. E nell’osservarli si domandano dove troveranno l’energia per continuare a festeggiare fino a notte inoltrata in uno dei pub di Notting Hill.



martedì 12 luglio 2011

La vita straordinaria di una viaggiatrice d'altri tempi


[Questo è un estratto dal mio contributo al libro "La rotta di Glauco. Viaggi per terra e per mare" di Maria Silvia Codecasa, pubblicato a maggio 2011 da Exorma Edizioni, stimolante e coraggiosa Casa Editrice di Roma.]



Dagli orizzonti madreperlati di Venezia alla polvere di Calcutta, dai tramonti dell'Isola d'Elba alla nebbiolina notturna sotto l'Himalaya, dalla cappella indù nello scantinato aeroportuale di Fiumicino al culto dei serpenti in Corea. Da Mykonos a Singapore, da Teheran a Katmandu, da Mosca a Caracas, dal Gange alla Mesopotamia, e poi Cuba, Afghanistan, Turchia, passando per Canberra e la sua grandiosa biblioteca dell'Università Nazionale: quante vite in una sola vita! Imbarcazioni dagli occhi azzurri, avatar scalzi, notti dense di zanzare e divinità cosmopolite. Non si tratta dello spericolato protagonista di un romanzo di Salgari, ma di una donna in carne ed ossa. Minuta, occhi azzurri e vispi, riccioli biondi. Di origini ebree e profuga istriana, per giunta. L'incarnazione dell'imbarazzante, del fastidioso, dell'incomodo. E proprio per questo dell'afferrabile, inarrestabile, invincibile.

Antropologa e poliglotta, drammaturga e sportiva, guida turistica e poetessa, giornalista e traduttrice, insegnante e scrittrice, collezionista di strumenti musicali popolari e in un certo senso anche archivista - possiede una libreria di cinquemila volumi - e archeologa: tutto questo e altro ancora è Maria Silvia Codecasa, giovane viaggiatrice dal 1924. Laureata in antropologia e in lingue e letterature straniere, ha studiato le parole e gli dei del mondo dal basso, cercandone le radici tra la gente comune. Nessun accompagnatore, poco bagaglio e tanta forza di volontà. Per la Codecasa il viaggio è per sua natura un processo “organico”, che va ben oltre l'acquisizione di nozioni e dà sempre origine ad una crescita interiore. Fuoriclasse irriverente, ha vissuto il mondo in lungo e in largo viaggiando senza sponsor né guardie del corpo, senza raccomandazioni o permessi, dormendo in capanne e spostandosi con i mezzi pubblici: sentendosi sempre e comunque a casa e in famiglia. Un'unica grande casa è per lei questo piccolo pianeta, un'unica famiglia questo crogiolo di culture che, in fondo, hanno tutte la stessa origine. “C'è una marea nelle vicende umane”, scrive, “e una stessa marea trascina Chavez e Tony Blair, gli indigeni dell'Orinoco, i Polinesiani del Pacifico e i coltivatori delle Langhe”.




Scrittrice irrequieta caratterizzata prima di tutto da una grande coerenza di pensiero e di azione, non si è mai preoccupata di essere considerata impertinente o politicamente scorretta. Il suo obiettivo è sempre stato quello di rivendicare il ruolo delle “maggioranze azzittite” che hanno fatto, passo dopo passo e con le proprie mani, il progresso della civiltà umana. Mossa da uno spudorato amore per la verità e la precisione, la Codecasa si è impegnata per tutta la vita nella ricerca di entrambe, sacrificando vita privata e riconoscimenti istituzionali. “L'Altro sanziona e santifica i concetti di uguaglianza e fraternità”: non c'è da stupirsi che una donnina dall'energia di un tornado che parla così - e che parla a tutti, con un linguaggio semplice e accessibile - di emarginati e presidenti, di petrolio e stragi, di sacro e profano, venga boicottata da chi dovrebbe rappresentarla. Un elemento fuori schema, una bella gatta da pelare. Senza dubbio una portatrice sana di contrasto nello scacchiere della geopolitica culturale italiana.

“Ho abbracciato la condizione di profuga e ormai posso vivere solo nel vento dai quattro punti cardinali”: con questa dichiarazione spicca il volo la cittadina dei continenti, soffio di vento tra flutti e sentieri. Oltre ad aver insegnato letterature comparate alla Columbia University di New York, coreano all'Università di Seoul e italiano alla Colombo University in Sri Lanka, è membro dell'Associazione per gli Studi Coreani in Europa, dell'Associazione Internazionale per la Ricerca Sciamanistica e dell'Associazione degli Studi del Rajasthan. I suoi scritti sono stati pubblicati nel Regno Unito e in Corea, India, Francia, Australia e Italia.
Non c'è da meravigliarsi se il destino della Codecasa l'abbia portata tanto lontano: sin da giovanissima sorprendeva i compagni con medaglie e riconoscimenti nello sport e a quindici anni aveva già scritto un dramma sulla guerra di Troia. Le sue opere drammatiche hanno ricevuto premi e menzioni, tra cui il Premio Ruggeri, il Premio Opera Prima, il Premio Teatro Donna e il Premio Nazionale Rai del '63 - con un radiodramma sulla scherma - finché poi, all'alba del nuovo millennio, ha dato anche vita a due romanzi, Alba Zero e Kol Nidrei, e ad una raccolta di poesie, Se la vela, il vento.




Sopravvissuta a naufragi, furti e tentativi di stupro, la Codecasa ha fatto cinque volte il giro del mondo per parlarci di poeti e trafficanti di droga, donne valorose e morti premature, oceani e baie, confini e ibridazioni, patrie e lotte fratricide, gesti identici tra Sri Lanka e Napoli, e poi corruzione, crisi economica e crisi alimentare, immigrati, guerre, reperti archeologici e rotte commerciali, divinazione e analfabetismo, tecniche di irrigazione e invasioni ariane, grandi imperi e schiavi di palazzo, riscrivendo la storia per sottolineare il ruolo della gente, “di quelli che si sono portati il basilico e la melanzana e le favole non per farne uso consumistico”, ma per arricchire l'umanità. Tutta la storia del mondo, in cui si cela la vera storia della civiltà occidentale, è avvenuta non grazie a condottieri o generali barbuti, né tanto meno per merito di imperatori o sacerdoti ornati di begli abiti e ori, ma per mezzo di “viaggiatori anonimi che vincevano la paura dell'Ignoto”.

  • Già alla fine degli anni Sessanta scrive le Lettere turche, un reportage di viaggio sulle sue avventure in Dalmazia, Bosnia e Tracia, che ha avuto molto successo in Italia e ha vinto il Premio Bonfiglio nel '70. Nel '73 ha attraversato il Medioriente partendo da Smirne: Metà cielo, mezza luna è il diario di viaggio in solitaria nel mondo islamico, usando solo mezzi pubblici locali, autobus sgangherati e passaggi di fortuna. Da Turchia, Iran, Afghanistan e Pakistan, l'inarrestabile ondata di impeto femminile procede verso Delhi, Katmandu, Rangoon, Bangkok e Singapore. Dal momento che è disposta a viaggiare senza troppe comodità, viene spesso accolta come ospite in famiglie di contadini locali o presso le autorità del villaggio, interlocutori privilegiati grazie ai quali scoprire i segreti della loro cultura.
  • Dal '75 e per quindici anni, grazie ad una borsa di studio in Corea - lavorando come giornalista di lingua inglese - la Codecasa ha scritto Sette serpenti, una ricerca romanzata sulle religioni popolari caratterizzate dal culto dei serpenti che dal Neolitico sono sopravvissute fino ai giorni nostri in Asia e nel Pacifico.



  • Misteri in terra di Glauco narra il suo viaggio avventuroso, durato quattro anni, tra l'Italia e la Grecia, tra il Mar Tirreno e l'Egeo, portando alla luce la storia dei greci all'Isola d'Elba nel VI secolo a.C. e delle loro influenze nell'arcipelago.
  • Viaggio attorno a Sai Baba è un diario di viaggio “laico” del 1992, dall'ashram indiano dell'unico profeta vivente, una “reincarnazione di Dio”.
  • Dal 1998 al 2008 si è dedicata anima e corpo al suo libro Il Venezuela, un laboratorio politico. Questo grande lavoro è nato da dieci anni di intensa attività di ricerca antropologica, svolta attraverso testimonianze dirette e giornali venezuelani archiviati giorno per giorno. Un immenso archivio storico con cui la Codecasa ripercorre gli stadi del Chavismo raccontando la politica, l'economia e la società della sua “seconda casa”, il Venezuela. In questo libro, a metà tra il reportage antropologico e il saggio di scienza politica, ci racconta del golpe del 2002 e degli assassini di Ponte Llaguno, delle Sette Sorelle e della Escuela de las Americas - la scuola speciale statunitense dove erano stati istruiti i torturatori di Pinochet – e poi ancora delle ricchezze non rinnovabili e degli altarini internazionali, dei punti forti e delle debolezze del presidente, condendo il tutto con spunti divertenti sul carattere dei venezuelani ed un costante confronto con la politica mondiale. Tocca infatti temi scottanti come il petrolio, i media, la democrazia, la guerra in Iraq e quella in Afghanistan, l'incapacità politica di “Bush il giovane, tanto ignorante di storia da impelagarsi in una guerra afghana”. Non risparmia nemmeno l'Italia, con forti polemiche su cultura e società, corruzione, sistema scolastico, sollevando tappeti da cui escono le polveri sottili di Ustica, dell'incendio della Moby Prince e delle altre stragi rimaste nel silenzio come quella in cui persero la vita trentasei prigionieri italiani in Sicilia nel '43, la strage di Chermis, l'assassinio di Callipari.
  • In Lingua biforcuta vediamo applicati all'italiano i risultati delle ricerche svolte dalla Codecasa durante trent'anni, sul percorso spazio-temporale che le parole hanno compiuto nel corso dei millenni.

Viene spontaneo chiedersi come si possa trovare tanta energia vitale da condurre un'esistenza simile, da dove si raccolga tutto il coraggio, la potenza, la tenacia e la lucidità mentale per una tale impresa. E nei momenti di difficoltà, davanti agli ostacoli, che cosa la ha aiutata a tener duro? È molto semplice. Come piace raccontare a lei, la sua forza è “la forza di gravità”. È la connessione con la terra, quella sensazione totalizzante che arriva dai piedi e che invita ad essere parte dell'universo. Sente di essere collegata, unita, legata, allacciata alla terra da una forza a cui non può resistere: una forza attraverso cui quando cammina matura insieme ai suoi passi, va avanti nello spazio lentamente e costantemente. La curiosità e la testardaggine hanno fatto il resto: quando la Codecasa vuole una cosa, non si arrende finché non la ottiene.

Una vita sulle tracce dell'altro, quindi, ma anche del non detto. Dalla mitologia all'antropologia, dalla linguistica alla politica, dalla teologia alla storia la Codecasa si è battuta con la penna e con l'ingegno contro ogni genere di manipolazione od omissione. Fedele combattente per la causa popolare, ha scritto senza mezzi termini della sproporzione tra l'interesse che suscitano un condottiero o una principessa e quello che suscitano “trecentomila contadini”; dei “pensieri e dei sentimenti delle maggioranze azzittite”; di quanto ci commuoviamo per la storia di un'aristocratica rispetto all'indifferenza in cui ci lasciano straordinari episodi “di resistenza proletaria”. Decine di lingue, dal turco al cinese, dal coreano alle lingue del Pacifico, con un centinaio di paesi visitati. Nel tempo del turismo sfrenato e dell'oblio, abbiamo con noi l'ultimo baluardo di viaggio autentico, di erudizione onesta, estrapolata con gentilezza da tutta una vita di amicizie e messa al servizio dell'umanità: dal popolo al popolo. In un mondo in cui la conoscenza è troppo spesso apparenza, ruffianeria e opportunismo - piegata ad interessi e tornaconto - conviene non lasciarsi scappare una tale occasione.




fotografie e testo di Valeria Gentile


martedì 5 luglio 2011

Un blues veloce: Parigi tra buio e luce


[Foto e testo della romantica fotoreporter Marta Facchini, nostra corrispondente da Parigi]



Appena usciti fuori dal pozzo della metro il respiro si fa affannoso, ma non per colpa degli ultimi scalini saliti con sforzo: è lo squarcio del cielo che ferisce gli occhi dopo l’ombra, sono i rumori frenetici della vita di superficie che fanno accelerare il battito.
Il primo incontro che apre a Parigi è proprio questo, il contrasto tra il buio delle viscere e la luce. Il giorno comincia appena in cima ai gradini, quando i suoni della città, i suoi odori, il caos dei marciapiedi tirano uno schiaffo in pieno volto. All’improvviso si è catturati dal flusso dei passanti, dalle vene aperte delle strade. Si diventa parte di un ritmo frenetico, di un movimento che prende velocità. Lasciato alle spalle il solipsismo della metro e il suo lento solfeggio, Parigi si fa conoscere nel suo continuo brulichio; è un blues veloce, un jazz che respira con la stessa cadenza dei passi dei suoi abitanti e che spinge all’interno di uno spartito ogni loro storia.
Mentre cammini per le sue strade, Parigi ti avvolge in un abbraccio di luce, di musica, di espressione.






mercoledì 29 giugno 2011

Linosa: l'altra Lampedusa. Quando sbarcarono i mille





[Ecco il reportage del grande Vincenzo Cammarata da Linosa per Altri Occhi. Dopo la Scuola del Viaggio di Milano e l'Alta Formazione in Fotogiornalismo di Contrasto ha intrapreso l’attività di fotoreporter freelance. E' uno dei fondatori del collettivo Fos - Focus on Stories.]





Scoglio di 5,43 km quadrati, dimora di 400 anime che hanno vissuto silenziosamente molte emergenze, Linosa è un’isola di confine. Un confine che troppo spesso sparisce ingoiato dall’oblio e dalle cronache provenienti dalla ben più nota Lampedusa.





Linosa è un'isola ormai spenta al centro del Mar Mediterraneo, in bilico sul bordo della zolla europea, fatta di capperi e fico d’india. Pochi italiani conoscono questa frazione del “comune di Lampedusa e Linosa”, molti sono i “forestieri” che qui comprano casa e cambiano vita: alcuni per un paio di stagioni l’anno, altri definitivamente, come ha fatto Claudia aprendo il diving in riva al mare.

“Parte la nave oggi?” E' questa la domanda a cui quotidianamente si prova a dare una risposta guardando il cielo, sentendo il vento e cercando di indovinare a quanti nodi soffia e soffierà. Questo è l’argomento principale di tutto il paese, che fuori stagione, si riunisce intorno all’unico bar aperto. Ti accorgi allora che sei in una vera isola. Una di quelle in cui l’unica via d’accesso, o di fuga, è il mare. Altre isole fra Europa e Africa sono abbastanza grandi per far correre un aereo, ma qui trova posto solo una piazzola che funge da eliporto per i casi d’emergenza. A gestire le emergenze c’è Ramuzzo, al secolo Salvatore Ramirez, impiegato comunale factotum che all'occorrenza guida l’unica ambulanza di Linosa.


Forse pochi sanno dello sbarco record che l'isola ha dovuto fronteggiare il 27 marzo scorso. In un giorno solo, 924 disperati scortati dalle motovedette della Guardia di Finanza, su un’isola di 400 anime. La storia stessa di Linosa inizia con uno sbarco nel 1845, quando lo Stato Borbonico decise di prendere possesso di queste pietre nere e di questa terra fertile, approdo strategico in mezzo al Mediterraneo. Quindici anni dopo i mille "liberarono" il Meridione dal giogo borbonico, sbarcando a Marsala armati di fucili e del compiacimento di alcuni, unificando l'Italia, isole comprese.




I mille sbarcati a Linosa il 27 marzo erano armati solo di speranza e facevano parte di un più grande e complesso processo di unificazione: quello già in atto fra le due sponde del Mare Nostrum. Fra i primi a intervenire fu Claudia Rossetti, ex responsabile risorse umane di una casa editrice milanese, ora perfettamente integrata nella vita dell'Isola dove gestisce il diving con il compagno Giovanni. “Erano circa le 13, passavo allo Scalo Vecchio quando scorsi una vedetta della Guardia di Finanza vicino al molo e il mio compagno che aiutava per le operazioni di ormeggio. Nessuno aveva avvisato dell’emergenza e anche i Carabinieri furono colti di sorpresa. Iniziammo a far sbarcare 304 profughi eritrei e somali: la prima a sbarcare fu una donna eritrea con un bambino di dieci giorni in braccio. Erano già arrivate circa 380 persone durante la notte e ne sarebbero sbarcate 262 più tardi, verso le 16. E' stata un esperienza di forte umanità, difficilmente la dimenticherò."

Claudia fa parte dell’unica associazione di volontariato di Linosa, la Guardia Costiera Ausiliaria. Dopo qualche momento di choc si è attivata la solidarietà dell’isola, spontanea e silenziosa. Claudia e le altre donne si diedero da fare per prestare i primi soccorsi mentre la guardia medica, allora presidiata da un unico medico - la dottoressa Francesca Limuli - era un brulicare di bimbi che giocavano poco fuori l’ingresso, di linosane che continuavano a portare vestiti, pannolini e scarpe, e di donne che sotto pesanti abiti tradizionali africani, portavano in corpo, sotto forma di piaghe, i segni di un viaggio passato fra acqua salata, nafta e urina. “Nonostante il dramma già vissuto e la stanchezza”, ricorda Claudia, “la differenza di etnia e nazionalità fra somale ed eritree si manifestò nella forza che alcune ospiti avevano ancora per contendersi il posto letto offerto loro dal parroco in oratorio”.

“A quanti nodi soffierà il vento?” E' questa la domanda che si pone con cadenza oraria chi vive normalmente a Linosa. “Linosa è come fosse un’altra barca” dice Salvatore Tuccio. Tunisini, eritrei, somali, tutti per Ramuzzo sono figli e nipoti. “Quel giorno stavo in campagna da me, quando vedo sei ragazzi sbarcati da poco che mi raccontano del loro naufragio. Li accompagno in paese dai carabinieri ma appena arrivo in piazza mi accorgo che siamo in piena emergenza: erano appena sbarcate quasi 300 persone". Secondo Ramuzzo Linosa ha tre principali problemi: i collegamenti di linea con la Sicilia, un pronto soccorso non attrezzato e un servizio scolastico migliore. Fabio Tuccio, Capocentro della Guardia Costiera Ausiliaria, a questi punti aggiungerebbe una maggiore considerazione dal Comune che ha sede nella distante Lampedusa, a un’ora di aliscafo se il mare vuole. “Chiediamo maggiori risorse, sia per l’isola che per l’Associazione, che di fatto è riconosciuta come avente funzione di protezione civile”.



Eppure Linosa è da sempre stata un approdo naturale fin dai tempi delle guerre puniche. E' il vero punto più estremo della zolla continentale europea. La roccia nera la rende simile a una piccola Islanda, ormai silente nel cuore del mediterraneo: un fazzoletto di terra fertile di fichi d’india, capperi e vigneti si arrampicano fin sopra i numerosi crateri che ne caratterizzano il suggestivo paesaggio...






fotografie e testo di Vincenzo Cammarata


venerdì 24 giugno 2011

Lo specchio di un paese: Bea Kabutakapua intervista Jodi Bieber


[Ngalula Beatrice Kabutakapua è una giornalista e fotogiornalista freelance italo-congolese che vive a Cardiff, dove ha frequentato il master in giornalismo internazionale, dopo la laurea in Letteratura, Musica e Spettacolo alla Sapienza di Roma. Ha lavorato nelle redazioni dell’Observer, Independent, Media Wales e BBC Music Magazine, L’Espresso, La Voce degli Italiani, Fumo di China e Guardian Cardiff. Questa è la sua intervista a Jodi Bieber per Altri Occhi.]



A cercarla su internet si fa solo confusione. Perché nella categoria “immagini” di Google, Jodi Bieber è un volto afgano, una giovane donna avvolta in un velo viola, alla quale sono stati recisi naso e orecchie. La donna del ritratto è Aisha Bibi, immortalata per la copertina di Time dell’Agosto 2010. La donna dietro la macchina da presa è la fotografa sudafricana Jodi Bieber. Classe ’67, Jodi Bieber è cresciuta nel Sudafrica in transizione dall’apartheid alla democrazia. I suoi progetti fotografici ritraggono un paese incerto e ambiguo, come in Between dogs and wolves (Tra cani e lupi); la bellezza sconosciuta di Soweto; la vera bellezza delle donne di Real Beauty, progetto ispirato dalla campagna pubblicitaria della Dove. L’immagine di Aisha Babi, un ritratto che vuole trasmettere forza e bellezza, ha colpito i giudici del World Press Photo 2011, che hanno consegnato il premio alla fotografa. Bieber è anche finalista del 2011 Women Media Award di Johannesburg. Anche via telefono, da Mosca, il suo tono è deciso e le sue idee riguardo alle sue istantanee salde. E pensare che la fotografia non era la sua prima scelta …

Qual era il tuo background quando sei entrata nel mondo della fotografia?
Non ho iniziato come fotografa. Ho studiato marketing e lavorato come media planner per un’agenzia pubblicitaria. Dopo uno o due anni ho deciso di partire. Ho preso il mio zaino e sono andata in Egitto, Turchia orientale ed Europa. Mio padre mi diede una macchina fotografica, era una Nikon FEM, una macchina FM. Durante quel viaggio, ho scattato delle foto orribili, ma non tenendo un diario scritto ho continuato imperterrita. Quando sono tornata, ho pensato di partecipare a un corso di fotografia. Un giorno mi son ritrovata con un volantino del Market Photography Workshop, un’organizzazione non governativa fondata da David Goldblatt. Mentre lavoravo per questa importante agenzia pubblicitaria, seguivo i corsi serali. In totale ne ho fatti tre, sei settimane ciascuno. Parte della mia educazione fotografica proviene da questi corsi, il resto viene dallo stare in strada e scattare foto.

Perché consideravi orribili le foto scattate durante quel viaggio?
Erano veramente tremende, veramente veramente tremende. Mi son resa conto che avevo il tipo di personalità che non andava in cerca dei luoghi turistici, il che spiega perché sia andata nella Turchia orientale e non occidentale. Le foto erano scattate da lontano, nella luce sbagliata … Non avevo una conoscenza della tecnica, ma sapevo per certo di essere interessata a culture e persone differenti.




Perché ti sei data al reportage?
Credo sia una decisione strettamente legata alla storia politica del Sudafrica. A quei tempi la fotografia era un modo per far conoscere al mondo l’apartheid. Le immagini che vedevo sui quotidiani erano molto centrate su questa tematica, la lotta contro l’apartheid. L’essere cresciuta in quel clima credo mi ha spinto verso il reportage.

Diresti che le foto che hai visto nei quotidiani ti hanno ispirata?
Decisamente. Anche quando scrivevo strategie di vendita per milioni di case in Sudafrica, avevo sempre la mia radio vicino, pronta a cogliere ogni cambiamento politico. Mi ricordo, Ken Oosterbroek e i colleghi del Bang Bang Club. Andavano in città per documentare gli atti di violenza, e sono morti l’uno dopo l’altro. Ken Oosterbroek è stato ucciso, Kevin Carter e Gary Bernard si son tolti la vita e Abdul Shariff è morto in un fuoco incrociato. Vedevo spesso le foto scattate da Ken sui giornali, è stato lui a darmi la prima opportunità di lavorare nel campo della fotografia.

Qual è il tuo approccio quando lavori a un reportage?
A dire il vero non lo chiamo reportage, non mi considero una giornalista. Io sono una fotografa. Più passa il tempo e più diventa importante scegliere temi molto legati alla mia vita, e probabilmente alla storia del mio paese. Il mio lavoro ora è molto differente da quando ho iniziato. Ad esempio ho lavorato a Between dogs and wolves dieci anni, dopodiché la mia mente era spenta, mi trovavo in una zona buia, avevo visto troppe morti. In quel periodo la situazione in Sudafrica era molto confusa, nessuno sapeva cosa stesse succedendo. Quel progetto in particolare riguardava i giovani che vivono ai margini della società, tra luce e tenebre. Non si riusciva a distinguere se un lupo fosse un cane o un cane un lupo. Quando lavori a un progetto personale, devi sempre imparare qualcosa. Devi cercare di comunicare qualcosa nel quale credi.


La crescita personale ti ha aiutata a personalizzare le tue foto?

Senza dubbio. Credo che la fotografia non possa essere semi autobiografica. Questa è la differenza tra il reportage vero e proprio e il non reportage, nel quale non credo. Reportage è una parola che mi fa pensare a registrare. Personalmente, cerco di non limitarmi a registrare, ma metto anche me stessa nelle foto.

Quando ritrai un soggetto, esservi connessa aiuta?
Non è possibile essere totalmente connessa al tuo soggetto o alla storia che vuoi raccontare, ma perlomeno ti deve interessare. Se non sei interessato, puoi anche riuscire a produrre qualcosa ma è utile e a volte più speciale, creare una connessione.




Hai ritratto molte donne nel corso della tua carriera. Che relazione stabilisci con loro?
Di solito stabilisco de bei rapporti con le persone che ritraggo. Faccio del mio meglio per includere le perone che fotografo. Per molti versi è una collaborazione, lavoriamo assieme per creare un qualcosa. Come in Real Beauty, una vera e propria collaborazione. Le donne sono state coinvolte sin dall’inizio. Nel tempo il mio lavoro è diventato molto più collaborativo.

C’è uno scrittore, artista o fotografo che ti ha ispirata?
Non credo ci sia una sola persona. Ken Oosterbroek mi ha inspirato all’inizio della mia carriera, David Goldblatt, Diane Arbus, Nick Waplington, la campagna pubblicitaria della Dove a Londra, sono state ispirazioni. La mia ispirazione viene da qualsiasi direzione.




Considerata la mole di tecnologia a disposizione, che consigli dai alla nuova generazione di fotografi?
Scattare sempre un file RAW. Quella è la forma più pura del file, è il tuo negativo e hai sempre bisogno di un negativo. Poi puoi anche salvare in TIFF e poi JPEG, ma non devi assolutamente scattare subito in JPEG. Devi rispettare il tuo lavoro. E devi imparare a scattare da principio come vorresti che la foto apparisse. Non è abbastanza dire ‘posso scattare in qualsiasi luce e poi modificarlo con Photoshop’. Quello che dico è: comincia con lo scattare in una buona luce.

Com’è possibile migliorare?
Scattando foto. Uscendo per strada. E quando le persone ti fanno delle critiche costruttive, devi ascoltarle.

Il tuo stile cambia in base al target?
Mai. Mai e poi mai. Il mio stile non cambierà per nessuno.




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