mercoledì 1 luglio 2009

Storie d'oro e di fango #16: parole sante e rose dorate


Leggi prima:

  1. Storie d'oro e di fango #1: l'Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d'oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d'oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d'oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d'oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d'oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d'oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  8. Storie d'oro e di fango #8: il candore dei porporati
  9. Storie d'oro e di fango #9: i colori sono andati via
  10. Storie d'oro e di fango #10: ad ogni cosa il suo vero nome
  11. Storie d'oro e di fango #11: cibo per l'anima
  12. Storie d'oro e di fango #12: i papaveri strappati
  13. Storie d'oro e di fango #13: croci e pastelli
  14. Storie d'oro e di fango #14: il cocktail del dottore
  15. Storie d'oro e di fango #15: Il piccolo teatro degli uomini



Le parole fanno un effetto in bocca, e un altro negli orecchi.
Alessandro Manzoni



Sono belle, le parole.
Quando risuonano nell’universo come note celestiali e fanno l’aria di velluto, quando svelano sentimenti vigorosi e forti, quando svuotano da tutto il male, quando ti prendono per mano e ti portano al di là delle piccole cose del mondo e delle misere storie degli uomini, come sono belle.

Un proverbio arabo dice che una parola, prima di essere pronunciata, deve passare da tre porte su cui sono incise queste domande: È vera? È necessaria? È gentile? Una parola giusta, dicevano gli antichi arabi, supera le tre barriere e raggiunge il destinatario.
Il piazzale della scuola di Coppito è un mare di clericali e fedeli, di ombrelli aperti e camioncini delle televisioni su cui sono montate delle enormi antenne paraboliche, bianche di un bianco che davvero, nel fango delle tendopoli, avevo dimenticato.

Joseph Raztinger è arrivato a mezzogiorno e venti. Un appuntamento che è costato 200 mila euro. Ad aspettarlo ci sono anziani e bambini, ma soprattutto giornalisti e fotografi, un gran numero di rappresentanti del clero e politici della provincia. E poi forze dell’ordine, militari di ogni grado che tra gesti bruschi e fronti corrugate tengono la fede sotto controllo. “Che cosa vuole dirci il Signore attraverso questo triste evento?” ha chiesto il Papa dall’impalcatura innalzata apposta per lui. “Abbiamo celebrato la morte e la risurrezione di Cristo portando nella mente e nel cuore il vostro dolore, pregando perché non venisse meno nelle persone colpite la fiducia in Dio e la speranza. Ma anche come Comunità civile occorre fare un serio esame di coscienza, affinché il livello delle responsabilità, in ogni momento, mai venga meno. A questa condizione, L'Aquila, anche se ferita, potrà tornare a volare”.




Umidità, gli uccelli volano bassi. I fedeli sono muti e hanno occhi grandi di stanchezza. “Se fosse stato possibile, avrei desiderato recarmi in ogni paese e in ogni quartiere, venire in tutte le tendopoli e incontrare tutti” ha detto la voce. “Il Papa è qui, oggi, tra di voi per dirvi anche una parola di conforto circa i vostri morti: essi sono vivi in Dio e attendono da voi una testimonianza di coraggio e di speranza. Attendono di veder rinascere questa loro terra, che deve tornare ad ornarsi di case e di chiese, belle e solide”.
Tutti hanno portato la mantellina di plastica e il piazzale è una distesa di puntini gialli e azzurri. Qualcuno ha portato chitarre, ma questa mattina è seria, è arrivata con lo scialle del silenzio, ha tappato tutte le bocche e ha fermato ogni corda.

Sono belle, le parole di un papa, chiare come la candeggina. “Nominarle tutte mi sarebbe difficile, ma a ciascuno vorrei far giungere una speciale parola di apprezzamento. Grazie di ciò che avete fatto e soprattutto dell'amore con cui l'avete fatto. Grazie dell'esempio che avete dato. Andate avanti uniti e ben coordinati, così che si possano attuare quanto prima soluzioni eff
icaci per chi oggi vive nelle tendopoli. Lo auguro di cuore, e prego per questo
”.




Ah, come sono belle le parole.
Parole da re, parole da padrone, parole di chi vince. Parole dai palchi e parole nelle orecchie, parole dai microfoni e dagli amplificatori, parole al vento, parole a volontà.
La sosta nella Basilica di Collemaggio, per venerare le spoglie del santo Papa Celestino V, mi ha dato modo di toccare con mano il cuore ferito di questa città. Il mio ha voluto essere un omaggio alla storia e alla fede della vostra terra, e a tutti voi, che vi identificate con questo Santo. Sulla sua urna, come Ella Signor Sindaco ha ricordato, ho lasciato quale segno della mia partecipazione spirituale il Pallio che mi è stato imposto nel giorno dell'inizio del mio Pontificato. Inoltre, assai toccante è stato per me pregare davanti alla Casa dello studente, dove non poche giovani vite sono state stroncate dalla violenza del sisma. Attraversando la città, mi sono reso ancor più conto di quanto gravi siano state le conseguenze del terremoto”.

Nec recisa recedit, neanche spezzata recede, è il motto della Guardia di Finanza che domina il piazzale come un trofeo fatto di parole. Perché le parole possono dare forza, dare fiducia, rischiarare il buio, restituire onore, affidare una missione, portare una vittoria. Come sono grandi, le parole. Quando viaggiano oltre il tempo e lo spazio, quando corrono nei sentieri e dentro i cavi elettrici. Quando sussurrano, quando gridano, quando sono talmente giuste che nemmeno hanno bisogno di essere soppesate prima di uscire dalla bocca.

Nella tendopoli di Piazza d’Armi le sorelle De Santis seguono la diretta in prima fila, insieme a un’altra manciata di anziani. “Della nostra tenda uno solo ci è andato. A me non me ne teneva” mi dice una e l’altra subito l’aiuta: “Con questo tempo, con questo vento, e poi con tutta quella gente… chi se ne tiene”. Una piccola luce le si fa tiepida in viso. “Certo che se fosse venuto qui…” sospira con timidezza. Il suo sorriso è disarmante. “Ce lo guardiamo dalla televisione, come sempre”.
La mia visita in mezzo a voi, da me desiderata sin dal primo momento, vuole essere un segno della mia vicinanza a ciascuno di voi e della fraterna solidarietà di tutta la Chiesa” prosegue la voce. “Come comunità cristiana costituiamo un solo corpo spirituale, e se una parte soffre, tutte le altre parti soffrono con lei; e se una parte si sforza di risollevarsi, tutte partecipano al suo sforzo. Devo dirvi che manifestazioni di solidarietà mi sono giunte per voi da tutte le parti del mondo. Numerose alte personalità delle Chiese Ortodosse mi hanno scritto per assicurare la loro preghiera e vicinanza spirituale, inviando anche aiuti economici”.

Barriere e recinzioni, uniformi, scalinate, ponteggi da gigante. No, questo papa non se le sporca le mani, non le bacia le bocche. Forse ha davvero paura, avvolto da quei veli bianco latte, forse davvero teme il fango. “Ho ammirato e ammiro il coraggio, la dignità e la fede con cui avete affrontato anche questa dura prova, manifestando grande volontà di non cedere alle avversità. Non è infatti il primo terremoto che la vostra regione conosce, ed ora, come in passato, non vi siete arresi; non vi siete persi d'animo. C'è in voi una forza d'animo che suscita speranza”.

Come sono brillanti, le parole. Parole di gran classe, parole originali, parole di chi se le può permettere. Grazie per la vostra fede, siamo insieme, dice Benedetto XVI ai microfoni di tutta Italia. Qualche nuvola lentamente si muove e un raggio di luce riscalda i corpi umidi e i cuori tristi degli abruzzesi raccolti qui, seduti e muti.
Abbiamo passato una giornata diversa, semp’ a ‘ste tende! Se no che facev’? Magnev’, durmev’…” chiacchiera una nonna con la sua nipotina, mentre la porta verso l’uscita tenendola per mano, dopo l’ultima preghiera del pontefice. “È arrivato il Papa e nemmeno un bicchiere d’acqua” dice un ragazzo. Un altro sbadiglia.




Vi invito ora, cari fratelli e sorelle, a volgere lo sguardo verso la statua della Madonna di Roio, venerata in un Santuario a voi molto caro, per affidare a Lei, Nostra Signora della Croce, la città e tutti gli altri paesi toccati dal terremoto. A Lei, la Madonna di Roio, lascio una Rosa d'oro, quale segno della mia preghiera per voi, mentre raccomando alla sua materna e celeste protezione tutte le località colpite”.
Una signora dai capelli rossi cerca di vederlo mentre va via, sporgendosi dal braccio della guardia che tiene tutti a diversi metri dal palco. “Io son dalle nove qui, vengo da Roio. Ci hanno dimenticati, noi di Roio, abbiamo le case distrutte” dice ad una fotografa lì vicino, che non ha orecchie, ma solo occhi. “Venga da noi, signorina, a Roio ci hanno dimenticati”.
Dei giovani fanno cerchi con i propri corpi seduti per terra e altri, in piedi, hanno la testa bassa. La fila per uscire è interminabile, grossa come un dio dragone venuto da Oriente.
Questo dio, invece, in Abruzzo si è fatto videocamera, schermo piatto, transenna.

Il Papa se n’è andato e con lui le sue parole. Come sono belle, mi viene da pensare, e mi chiedo se siano anche vere, necessarie e gentili.
Le parole se le porta ju vent’”, mi dice la signora Carla, mentre passa di qua. “Hai visto quanto vento c’è oggi? Già se l’è portate via tutte, le parole!




fotografie e testo di Valeria Gentile


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giovedì 25 giugno 2009

Storie d'oro e di fango #15: il piccolo teatro degli uomini



Leggi prima:

  1. Storie d'oro e di fango #1: l'Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d'oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
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  6. Storie d'oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d'oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  8. Storie d'oro e di fango #8: il candore dei porporati
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  13. Storie d'oro e di fango #13: croci e pastelli
  14. Storie d'oro e di fango #14: il cocktail del dottore



La Chiesa sta divenendo per molti l'ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l'ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del Cristianesimo.
Joseph Ratzinger



È il grande giorno, l’Italia non parla d’altro che della visita del Papa all’Aquila; eppure dentro le tendopoli la maggior parte della gente nemmeno ci pensa ed io mi chiedo che cos’è la fede, nell’Abruzzo sfigurato.

Tra le poche cose che la gente ha recuperato dalle case distrutte o inagibili per portarle via e conservarle, non ci sono cimeli sacri. Non ci sono altari né vangeli, né rosari o acquasantiere. Eppure c’è, negli occhi e tra le macerie, qualche cosa che ha a che fare col divino perché sento nell’aria l’odore acre della penitenza. Ci sono voci e sangue nelle vene, a tener viva la fedeltà a Cristo, perché la religione è amore, ossessione. Furore e timore.
È un sentimento che ha valore di consolazione ed accompagnamento, mi aveva insegnato a parole Don Angelo, mentre saliva sulla sua auto targata SCV. Ma qui ho capito che è un moto vitale, tanto interiore quanto fisico, e che non ha niente a che fare col marmo e con l’oro.

La cristianità, su quest’ombelico d’Italia, a volte è una mano sulla bocca.
L’abruzzese resta lucido e anche se tutto è oscuro e torbido, certi segreti non si possono proprio nascondere. Qualcuno racconta di una donna di trentotto anni, con quattro figlie femmine. Il terremoto se l’è portata via senza fiatare e nessuno la ricorda perché aveva una relazione omosessuale. Di cose del genere è sempre meglio non parlarne, ti dicono. Mi chiedo se le sia stata assegnata una tomba al cimitero, se sia stata inserita nelle liste dei deceduti o se invece sia andata ad allungare la lista dei morti senza nome, quella degli immigrati clandestini e degli affittuari in nero.

Quando arrivo alla tendopoli di Piazza d’Armi non c’è quasi nessuno tra i sentieri infangati, tutti stanno dentro le tende perché la pioggia non dà tregua, o a lavoro perché è martedì e non domenica. Le televisioni sputano aggiornamenti sul ritardo di Ratzinger per via del maltempo, eppure oggi la mano del cielo sembra meno brutale dei giorni scorsi, le dita gelide della nebbia sembrano aureole sui monti, come lacci bianchi legati intorno alle cime. Il vento c’è ed è forte, ma stamattina il Gran Sasso non ha il fiatone e sta in pace, come se stesse preparandosi per una visita importante.

Preghiamo soprattutto con tutti i sofferenti della terra terremotata dell’Aquila. Preghiamo perché in questa notte oscura appaia la stella della speranza, la luce del Signore Risorto”, aveva detto cinque giorni dopo la notte del 6, durante la via Crucis. Ora di giorni ne sono passati ventidue e da tutta la regione sono partiti pullman carichi di fedeli, disperati o annoiati, diretti al piazzale della scuola della Guardia di Finanza di Coppito, dove pronuncerà le sue preghiere.
Qui non è venuto nessun papa. Nessun papa è mai venuto all’Aquila, nessuno. Mai venuto nessun papa” farfuglia un vecchio signore mezzo cieco che si trascina tra le tende, con gli occhi rossi che guardano nel vuoto. “Non viene qua, va a Onna” mi dice un altro, “vai più avanti, in quella tenda, forse lì ti sanno dire”...




Sono solo le dieci e il cielo è già rombante di elicotteri, le strade sono invase da militari e guardie che bloccano gli accessi, ma dentro le tendopoli le ore di chi non ha più una vita passano una dietro l’altra, come modelle distratte su un palcoscenico improvvisato.
Io voglio venire, ma è tutto bloccato, le macchine non le fanno passare, ma voi che state a fa’ lì?” chiede un giovane al cellulare. Altri girano gli occhi scocciati ed esausti, qualche bambino gira in bicicletta anche sotto la pioggia, il vento assonna.

Due signore anziane fanno il bucato sfidando l’umidità dei loro passi sul fango, vestite in tuta e maglione, scarpe da ginnastica e giacche a vento. Si chiamano Emilia e Lidia, sono diventate amiche qui e vivono sole, nelle tende 80 e 81 di via Primula, a pochi passi dal tendone bianco della Chiesa Evangelista.
Il papa non viene qua, c’ha paura. Siamo troppi” mi dice la prima, brusca e pungente come una dolcissima burbera, resa irruente dal tempo e dagli scherzi della vita. “Perché non se ne torna al Vaticano? Va dai finanzieri, va. Ma che ci viene a fare all’Aquila?




Lidia poggia in terra il secchio, una nuvola più nera delle altre copre la timida luce che arriva dal sole e in quell’istante si esprime con la delicatezza di una bambina. “L’altro papa affrontava tutto, com’è che si chiamava, quello polacco. È tedesco, questo papa”... “Questo c’ha il veleno dentro” la incalza l’amica, con le rughe profonde di chi non ha più niente da perdere. “C’ha il veleno dentro, quello, ma perché non se ne torna in Germania? Mia nipote l’anno scorso ci è andata in gita e quando è tornata mi ha detto nonna, i tedeschi sono tutti brutti, ti guardano storto. A me non me ne frega niente che qui a Piazza d’Armi non viene, per me può anche andarsene a fanculo. Che fa, viene a dare ora l’estrema unzione ai nostri morti e se ne va? Se ne rimanga a Roma, bello bello. A me non mi serve un papa per pregare. La mia religione me la vedo io.

Le buste dell’immondizia nel fango si riempiono d’acqua e in qualche punto comincia a puzzare. Il rombo degli elicotteri si fa più insistente. Manca un quarto d’ora alle undici e il fermento per la grande visita, qui, ancora non arriva.


fotografie e testo di Valeria Gentile


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lunedì 22 giugno 2009

Storie d'oro e di fango #14: il cocktail del dottore


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  1. Storie d'oro e di fango #1: l'Abruzzo un mese dopo
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  5. Storie d'oro e di fango #5: con la luce del sole
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  7. Storie d'oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  8. Storie d'oro e di fango #8: il candore dei porporati
  9. Storie d'oro e di fango #9: i colori sono andati via
  10. Storie d'oro e di fango #10: ad ogni cosa il suo vero nome
  11. Storie d'oro e di fango #11: cibo per l'anima
  12. Storie d'oro e di fango #12: i papaveri strappati
  13. Storie d'oro e di fango #13: croci e pastelli


La casa è dove si trova il cuore.
Gaio Plinio Secondo


Non ricordo niente, sai?” mi dice Raffaele. “L’esame di quinto ce lo fanno fare lo stesso, sarà solo un colloquio faccia a faccia, ma io davvero non mi ricordo più niente”. Si scalda le mani davanti al fungo, nel tendone grande dove passa le serate insieme ai suoi amici, qui a Pianola, e ha gli occhi di ghiaccio. “I miei genitori sono tornati a casa per prendere delle cose ma io non sono voluto andare, preferisco ricordarmela com’era” racconta Tony, tra un mp3 e l’altro, seduto su un tavolo della mensa.
Sento una voce flebile arrivare da qualche tavolo più in là. È una ragazzina che si lamenta con i genitori, con gli occhi bassi, della precarietà e del terrore. “Guarda che mamma e papà hanno paura quanto te” le risponde il padre senza rancore, umile, allo scoperto. “Non siamo invincibili. Non sappiamo nemmeno noi come fare”.

Non è facile, in tendopoli, essere adolescente. Hai rischiato la vita, hai perso tutto e non hai più gli spazi e la privacy che avevi prima. Dai dodici ai diciotto anni non sei né carne né pesce, non stai bene lì né qui, né in piedi, né seduto. Non hai più il gioco per spensierarti le giornate e non hai ancora il dovere con cui riempirle. Devi camminare da solo, non hai più il sostegno forte che erano gli adulti ma non puoi ancora esserlo tu per i bambini. Jeans e felpa, capelli al vento, paure e speranze, amiche del cuore. I ragazzi indossano le tute degli sport che praticavano, come se questo possa tenerli allenati, e per alcuni funziona.

Il più irruente si chiama Roberto ma tutti lo chiamano Il Sindaco. A primo impatto è terribile: indisciplinato, ribelle, incontrollabile. Dovrebbe essere in seconda media ma deve ripetere la prima, ha tutto l’aspetto del teppistello di strada, eppure nasconde una dolcezza ferita. Ha un’intelligenza fuori dal comune ed è leader per natura. La scuola la odia perché lo annoia, si capisce dall’energia intellettuale che sprigiona con le sue battute e con le favole strabilianti che racconta ai più piccoli. Matteo vuole sempre le sue storie di paura ma Mattia dice no, io mi cago sotto! già dall’introduzione e così lui, con una luce generosa negli occhi, le adatta rendendole ancora più esilaranti.
Il Sindaco dice molte parolacce, ma ha un cuore grande. E la chiamano scuola, quella lì, mi ha detto quando abbiamo fatto amicizia giocando a pallone. Fa parte della squadra di rugby di Paganica, è ormai un mese che non si allenano ma il 26, proprio due giorni dopo il suo tredicesimo compleanno, hanno giocato una partita all’Isola d’Elba, insieme alle squadre più forti d’Italia. “Solo grazie all’adrenalina che avevamo in corpo” mi racconta, “ma abbiamo vinto contro tutti!” e resta serio, fiero di sé ma senza arroganza. In premio, un pallone ed una felpa blu, che non si toglie mai.

Si riscaldano tutti sotto al fungo, ma Emanuele si lamenta per il caldo. Sono come leoni in gabbia, perché nessuno è preparato per gestire loro, annoiati a morte e potenzialmente chiassosi, quindi restano intrappolati nella loro scomoda età, delicata e imbarazzante. Le ragazze stanno tutte vicine come se il calore dei corpi le aiutasse a crescere, si siedono vicine e si parlano in cerchio. “La casa era solo un luogo, prima non ci pensavi” mi ha confidato Giulia. “Adesso mi manca”. Federica e Martina si tengono per mano, Elisa tocca i capelli ad Elena. “Abbiamo bisogno di parlarne. Noi vogliamo ricordare quella notte, perché se lo rimuoviamo sembra che ci manca qualcosa. Ci avevano detto che ci mandavano uno psicologo ma non è mai arrivato nessuno”.

Sono forti e mature, queste teenager. Mi parlano delle loro vite di prima, di quella notte, di quello che avrebbero voluto per il futuro, di rapporti spezzati e amori nati tra le tende. “I primi giorni non parlavo, piangevo e basta” dice Martina. “Molta gente è morta perché siamo abituati. Il terremoto per noi è come un temporale, siamo allenati. Perciò molti non si sono messi al riparo e sono stati schiacciati dentro le loro stesse case”.
Intanto la notte si fa più nera, qualche stella riesce a fare l’occhiolino dalla spessa coltre di nuvole scure. Poi, a mezzanotte, come un principe azzurro che viene dal fango, il dottore del campo arriva con un grande sorriso sulla bocca. “Ragazzi, è aperto il pub!” annuncia con fermezza ed entusiasmo, e loro capiscono subito. Perché ogni sera, dopo la mezzanotte, la sua tenda-ambulatorio diventa un pub di tutto rispetto, e tra un manuale di medicina ed uno stetoscopio si distendono i visi, si beve vino e si festeggia la condivisione.

Guido ha trent’anni e a Pianola lo conoscono tutti. È amico di famiglia di ognuno, ma è anche il medico di paese, il dirigente della squadra di calcio dei ragazzi e rappresenta questa manciata di case di montagna anche alla circoscrizione politica dell’Aquila.
E’ difficile conciliare tutto” mi dice una volta arrivati alla piccola tenda del pub appena di fronte al tendone mensa, “ma quello che mi sta a cuore è la mia gente. Con tutto questo fango e questa umidità non c’è possibilità di guarire, perciò devo cercare di mantenere le malattie stabili. Il pericolo di contagio è molto alto, dato che nelle tende ci dormono dieci persone e se si ammala uno si ammalano tutti”. È gentilissimo e non perde la serenità, ogni tanto scherza con uno dei ragazzi che danno inizio al party e poi riprende. “Quelli che vedi qui sono solo lo specchietto per le allodole” mi fa indicando le scatole di medicinali che ha sul banchetto dentro la sua tenda, “ma di là, dentro il frigorifero, ho fatto la scorta. Per quando si spegneranno i riflettori e la gente smetterà di fare donazioni”.




Intanto i ragazzi aprono le bottiglie e affettano la pancetta, ridono e così si allenta la tensione. “Se i miei ragazzi stanno qua, durante la notte, non vanno altrove a danneggiare la propria salute con altre sostanze. Io metto a disposizione la mia tenda e li faccio divertire. Loro stanno con me e non vanno sulla cattiva strada”.
Fuori il vento impazza, i grilli cantano alla luna. Ma loro, tra un drink ed una ricetta sul banco, non hanno freddo. Ormai è quasi maggio e qui, dove in inverno si arriva a undici gradi sotto lo zero, si ride, si scherza, si fanno giochi come fosse estate.

Sono quasi le due. Guido tende il cellulare che suona tarantelle abruzzesi verso Emanuele e Tony.
Loro si mettono a ballare.
Ci sono ancora tanti giorni dietro il Gran Sasso, dice un proverbio aquilano.





fotografie e testo di Valeria Gentile



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venerdì 19 giugno 2009

Storie d'oro e di fango #13: croci e pastelli



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  11. Storie d'oro e di fango #11: cibo per l'anima
  12. Storie d'oro e di fango #12: i papaveri strappati




La donna impari silenziosa e in tutta soggezione; di far da maestra lei non lo permetto, né di dominar sull'uomo, ma se ne stia in silenzio. Poiché prima fu plasmato Adamo, poi Eva.
San Paolo 6-64


Laura è una delle maestre che hanno deciso di non scappare.
Di non trasferirsi verso la costa né di farsi ospitare da parenti lontani, ma di restare all’Aquila a racimolare un po’ di scuola con i bambini, quelli che non hanno altro posto dove andare che non sia la tendopoli. Per scuola, qui, si intende esclusivamente l’attività educativa, perché non esiste più né come edificio né come istituzione.

Spesso, dove si impara a tenere la penna in mano, a orari diversi si fa anche la mensa generale per la colazione, il pranzo e la cena della comunità. A volte persino la messa e il cabaret, giochi di carte e partite di ping pong, pettegolezzo e passatempo, amicizia e battibecchi. Alla tendopoli di Piazza d’Armi, ad esempio, sulla parete di fronte ai banchi è appeso un grande crocifisso in legno, mentre a quella di Pianola una statua dorata di Padre Pio vigila sui ragazzi delle medie che leggono racconti ad alta voce insieme agli scout. Di tanto in tanto questi simboli prendono il posto dei luoghi. Ed ecco che il crocifisso in aula diventa lo sfondo di un altare immaginato per l’eucaristia, la statua del Santo si fa oratorio e confessionale insieme.




Quelli delle scuole superiori sono i più sfortunati, perché stanno al centro del grande tendone, proprio davanti all’ingresso. L’unica professoressa che è rimasta è quella di Martina che insegna latino, e così loro da oltre un mese fanno solo latino.
In generale, comunque, quello che si fa è un po’ di esercizio, arte e svago, per far riprendere bambini e ragazzi dalla feroce scuola della vita.

I miei bambini non li trovo più”, mi dice Laura in Piazza d’Armi. Ha i ricci biondi e la calma di chi ha passato una tragedia. “Sono spariti. Sono andati via tutti, alcuni in Puglia, altri all’estero. Tranne lei”, mi fa indicando una moretta con le trecce, che disegna in ginocchio sulla sedia. I tavolini sono uniti a formare un’unica grande tavola, con le sedie in cerchio, tutte attorno. È così che i bambini imparano a guardarsi in faccia e a portarsi rispetto, penso tra me, a praticare la tolleranza e la condivisione, ad aspettare il proprio turno, a passarsi i colori. In questa piccola tenda affollata i bambini peruviani, rumeni, albanesi e filippini sono in perfetta sintonia con gli altri scolari. L’esame è dimostrare di saper sorridere.
Questa è la prova di disegno”, mi spiega maestra Laura. Il caos e il disordine regnano sovrani, mi dice, “ma i bambini sorridono e questo è l’importante”.




La maestra Sandra è più anziana e ha i capelli grigi, gli occhiali spessi come fondi di bottiglia e le idee chiare. “Noi siamo stanchi di ufficialità”, confessa. “Sono venuti tutti, presidenti, ministri, cardinali… noi abbiamo bisogno di tranquillità, adesso”. Poi, con uno spirito tra il pacato e l’isterico, mi racconta come vanno le cose. Mi spiega che le maestre lì si dividono le giornate, ma che tutte fanno tutte le materie. Tranne la religione.

C’è una grande comunità evangelica, gli scout e i frati che organizzano tante attività ricreative. Ma qui noi abbiamo molti bambini stranieri ed evitiamo di fare con loro un discorso religioso, perché affrontare con loro il tema della fede sarebbe imbarazzante. Quello che cerchiamo ora per questi bambini è la serenità. Se non abbiamo la serenità spirituale per pensare a queste cose, come possiamo parlare di fede?”.
Certo, noi cristiani conosciamo il peso della croce”, mi dice un’altra. “Sappiamo cosa significa il dolore e la sofferenza, siamo preparati a questo. Ma vallo a spiegare ai bambini, tanto più se hanno perso la casa o i genitori”.

L’impressione che hai è che queste maestre siano lì con tutto quello che posseggono. A guardarle negli occhi vedi l’instabilità, la precarietà, la privazione. Ma dentro hanno una ricchezza inestimabile ed un coraggio immenso.
Come le vedi, così sono. Hanno dei capelli, dei vestiti, e dei bambini.

Fuori piove e il fango si fa più ingestibile. Non c’è un filo di vento, ma le gocce d’acqua arrivano lo stesso in modo disordinato, come se anche loro avessero perso la bussola.





fotografie e testo di Valeria Gentile


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lunedì 15 giugno 2009

Storie d'oro e di fango #12: i papaveri strappati


Leggi prima:

  1. Storie d'oro e di fango #1: l'Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d'oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d'oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d'oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d'oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d'oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d'oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  8. Storie d'oro e di fango #8: il candore dei porporati
  9. Storie d'oro e di fango #9: i colori sono andati via
  10. Storie d'oro e di fango #10: ad ogni cosa il suo vero nome
  11. Storie d'oro e di fango #11: cibo per l'anima


Il passato è la sola realtà umana. Tutto ciò che è, è passato.
Anatole France



Il fango ti cambia.
Come un’eclissi di sole, come il velo nero di una vedova. Come una sostanza che s’infiltra nell’acqua che bevi, come uno schiaffo sulla maschera bianca che indossi. Il fango ti cambia la pelle, come un’allergia alla luce del sole, come una parola cattiva che ti si ammutolisce in gola.
Quando prende la tua anima e ti accorgi che è proprio te che vuole, non puoi più tornare indietro. Il fango ti cambia dentro, come un segreto che non volevi sapere. Un segreto con cui devi convivere per il resto dei tuoi giorni, perché una volta che ce l’hai dentro non lo puoi dimenticare.



Nelle tendopoli, gli abruzzesi hanno riscoperto l'umanità in tutte le sue forme. Hanno ritrovato la condivisione e l’egoismo, la socialità e il disagio, hanno imparato a sorseggiare il tempo secondo un’altra prospettiva e a stare vicini con un’altra espressione di tolleranza sul viso.
Ma a volte anche la solitudine ripara le ferite dell'anima e qui, dove dormono dieci persone per tenda, non esiste intimità né un vero riposo.

Son rimasti fedeli alla loro terra, questi abruzzesi, senza andar via col primo invito. Passano le giornate nel luogo in cui sono nati, eppure, dopo un mese, questo ancora non li rassicura. Vedono le stesse facce di sempre anche alla fila per i buoni pasto, sono circondati dagli stessi monti di sempre, sopportano la stessa pioggia incessante, ma niente del paesaggio è familiare. Anche le nuvole sembrano cambiate da quella notte e, quel che è peggio, sono i pensieri ad essere più neri e guardandosi allo specchio nessuno vede ciò che vedeva prima.




Pianola è il paese dell’arcobaleno, della neve e del presepe vivente, il più famoso di tutto l’Abruzzo. È fatta di viottoli, non ha strade ma si sviluppa su scalette e pianerottoli tra le case, tutte aggrappate sulla roccia, una sopra l’altra come in un puzzle di pietra. È a quasi ottocento metri sul livello del mare e da qui si vede tutta la valle fino ai ghiacciai, con L’Aquila, Paganica e Bazzano in bella vista.
Io non me la ricordo, la mia vita di prima” mi dice Mara quando ci incamminiamo insieme verso l’uscita della tendopoli. Ha insistito che visitassi il suo paese e che vedessi la sua casa, e così ci siamo date appuntamento alle dieci di fronte alla lavanderia della signora Ornella. Appena dopo aver accompagnato le sue due bambine alla tenda della scuola, ancora mezze assonnate.

Usciamo dal grande cancello una mattina qualsiasi, sotto un cielo duro e perfetto. I rami freddi dei ciliegi sembrano baciare la neve all’orizzonte, l’erba è verde come non mai, la foschia rosa rende umido il respiro. Ci lasciamo il presente alle spalle, insieme alla paura e alla speranza, alla solidarietà e al tormento. Iniziamo a camminare verso la manciata di casette che è Pianola, attraverso la linea che unisce i sentieri nel passato e nel dolore. La strada è piena di crepe, fossi e voragini, e prosegue tutta in salita tra campi coltivati e cortili solitari. Il respiro si affatica un po’, anche per il peso sullo stomaco che portiamo in omaggio alle rovine. A metà strada c’è il cimitero, con gli alberi immensi ed i ceri rossi ad indicare che qui, nonostante tutto, la quiete esiste.

Pianola è deserta, è una cosa del passato.
La via principale ha il nome di Padre Casimiro Centi, il frate francescano che ripristinò – insieme a Fra Salvatore Roccioletti – la mistica processione del Venerdì Santo dell'Aquila, che era stata vietata nel 1768 per motivi di ordine pubblico e che restò un divieto per due secoli. La chiesa di Maria Santissima, che dà il nome alla seconda parte della via - dal curvone che costeggia la montagna - dà sulla valle con la maestosità di una vecchia signora, ma è devastata. Nelle vie e nei pianerottoli delle case gli unici esseri animati sono i cani, mezzi assonnati e mezzi scomparsi, come la vita delle persone.

Mara è una ragazza semplice. Ha i capelli corti e le labbra rosse e quando può torna da sola a casa per qualche minuto, per un gesto intimo come pettinarsi, per una lavatrice o anche solo per allenarsi a ricamminarci dentro. È bella e ben arredata, una delle poche che non ha subito gravi danni. “E’ rimasta in piedi perché l’ha fatta mio marito con le sue mani”, mi dice girando la chiave nella serratura come se volesse sfidare la sorte, e mentre lo fa scorgo nei suoi occhi le espressioni delle sue due bambine dai capelli chiari, vispe e dolci insieme.

La porta che si apre sembra un miracolo, un’assenza profonda colpisce i nostri visi e noi ci decidiamo a profanare quella penombra come gatti senza padrone. La voce di Mara adesso trema, ma lei non smette lo stesso di parlarmi perché il silenzio inghiotte con i suoni anche i pensieri e lei lo sa. “I fiori”, mi dice, “i fiori adesivi sulle pareti, li vedi? Li avevo appena messi e sono tutti spaccati. E la pittura dei muri era bella, ve’? Come so’ belli, i fiori adesivi. Ti piacciono? Ho scelto i papaveri perché stavano bene coi mobili”.
Per terra il rumore del vetro che calpestiamo rimbomba nel vuoto e nell’odore della casa. È un odore che eccita e che spaventa. La tavola è ancora mezza apparecchiata dalla cena del 5 aprile, il grembiule della più piccola è piegato sulla sedia, tutto sembra imbalsamato come in una favola.
La luce resta fuori, ha paura a entrare.



Ci rigiriamo piano verso la tendopoli, la strada per il ritorno è in discesa. Mara adesso si sente meglio, ha il viso più disteso e parla con meno foga. Ha ricordato per un po’ la sua vita di prima, con i passi, con gli occhi.
Con le mani e con la voce. Come quando si ripassa a mente la propria poesia preferita, come quando si va a mettere un fiore sulla tomba della propria mamma.

Pianola è deserta, è una cosa del passato.



fotografie e testo di Valeria Gentile


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